La sfida di Mosè – Parashat Beha’alotcha
di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l
Tradotto ed adattato da David Malamut
Il libro di Beha’alotecha inizia con gli ultimi preparativi per il viaggio degli Israeliti dal deserto del Sinai alla Terra Promessa. Vengono impartite istruzioni ad Aronne, il Sommo Sacerdote, affinché si prenda cura della luce della Menorah e affinché i Leviti vengano consacrati al loro ruolo speciale di custodi del sacro.
Prima di partire, gli Israeliti celebrano la Pasqua, un anno dopo l’Esodo, e vengono presi provvedimenti affinché coloro che non possono celebrarla nel tempo stabilito possano farlo un mese dopo. Vengono forniti dettagli sulla nuvola che segnala quando accamparsi e quando ripartire. Mosè riceve l’ordine di fabbricare due trombe d’argento per chiamare il popolo.
La narrazione cambia ora tono. Gli Israeliti si mettono in cammino dopo la lunga permanenza nel deserto del Sinai, ma quasi immediatamente sorgono problemi, proteste e lamentele. Mosè attraversa la sua più profonda crisi emotiva. Prega Dio di morire. Dio gli ordina di radunare settanta anziani che lo aiutino a portare il peso della guida.
Nell’ultima scena della parashah, la sorella e il fratello di Mosè parlano contro di lui. Miriam viene punita. Mosè, qui descritto come l’uomo più umile, prega per lei. Dopo una settimana di attesa per la guarigione di Miriam, il popolo riprende il cammino.
Fu la crisi più grave nella vita di Mosè. Data la presenza dalla “popolazione / moltitudine mista“, gli Israeliti si lamentano del cibo:
<<La turba poi straniera ch’era tra essi si mosse a concupiscenza, quindi piansero anche i figli d’Israel, e dissero: Oh ci fosse dato di mangiar carne! Ci tornano alla memoria i pesci che mangiavamo in Egitto, senza spesa; i cocomeri [angurie], i poponi [melloni], ed il porro, e le cipolle, e gli agli. Ed ora l’anima nostra è secca: non c’è nulla: unicamente alla manna sono rivolti i nostri occhi [cioè le nostre speranze].>> (Numeri 11, 4-6)
Fu una dimostrazione spaventosa di ingratitudine, ma non era la prima volta che gli Israeliti si comportavano in questo modo. Tre episodi precedenti sono narrati nel libro dell’Esodo (capitoli 15-17) subito dopo l’attraversamento del Mar Rosso. Prima a Mara si lamentarono dell’acqua amara. Poi, in termini più aggressivi, protestarono per la mancanza di cibo (“Magari fossimo morti per mano del Signore in Egitto! Là sedevamo attorno a pentole di carne e mangiavamo a sazietà, e tu ci hai condotti in questo deserto per far morire di fame tutta questa assemblea“). Più tardi, a Refidim, erano arrabbiati per la mancanza d’acqua, spingendo Mosè a dire a Dio: “Che cosa devo fare con questo popolo? Sono quasi pronti a lapidarmi!“.
L’episodio della parashah di questa settimana – nel luogo che divenne noto come Kivrot HaTaavah – non fu, quindi, la prima sfida di questo tipo che Mosè dovette affrontare, ma la quarta. Eppure la reazione di Mosè questa volta è niente meno che la disperazione più totale:
<<E Mosè disse al Signore: Perché non ho io incontrato grazia, appo te? Perché
(dico) facesti questo male al tuo servo, d’imporre su di me il peso di tutto questo popolo? Ho io portato nel ventre tutto questo popolo? l’ho io generato? che tu mi dici: «Portalo in seno, come il balio porta il poppante» (sino a che io l’abbia collocato) su quella terra, che giurasti a’suoi padri. Onde avrei io tanta carne, da dare a tutto questo popolo? mentr’essi mi piangono attorno, con dire: Danne carne, che mangiamo. Non posso io, così solo, sostenere (il peso di) tutto questo popolo, perocchè è troppo grave per me. E se tu pensi di segnitar meco così, fammi deh! morire, se ho incontrato grazia appo te; ond’io non abbia a stare a vedere il mio male [cioè ond’io non mi trovi in una continua infelicità irreparabile, usando le lamentazioni del popolo, senza potervi porre rimedio];>> (Numeri 11, 11-15)
Si tratta di uno sfogo straordinario. Mosè prega di morire. Non è l’ultimo profeta d’Israele a farlo. Anche Elia, Geremia e Giona fecero lo stesso, facendoci capire che persino i più grandi possono avere i loro momenti di disperazione. Eppure il caso di Mosè è particolarmente enigmatico. Aveva già affrontato e superato difficoltà simili. Ogni volta, Dio aveva risposto alle richieste del popolo. Aveva mandato acqua, manna e quaglie. Mosè lo sapeva. Perché allora il quarto sfogo del popolo (“Se solo avessimo carne da mangiare“) provocò in quest’uomo, il più forte di tutti, quello che sembra a tutti gli effetti un crollo totale?
Altrettanto strana è la reazione di Dio:
<<Ed il Signore disse a Mosè: Radunami settanta uomini dei vecchi d’Israel, quelli che tu conosci essere (stati già in Egitto) gli anziani del popolo e i suoi soprantendenti; e falli venire, al padiglione di congregazione; ed aspettino ivi con te. Ed io scenderò, e parlerò teco là, e gl’investirò di quello stesso spirito, di cui tu sei investito; ed eglino sosterranno con te il peso del popolo, e non lo sosterrai tu solo.>> (Numeri 11, 16-17)
Certo, questa è una risposta alla lamentela di Mosè: “Non posso portare tutto questo popolo da solo“. Eppure sia la lamentela che la risposta sono enigmatiche. In che modo la nomina degli anziani avrebbe risolto la crisi interiore che Mosè stava attraversando? Aveva bisogno del loro aiuto per trovare la carne? Chiaramente no. O sarebbe apparsa per miracolo o non sarebbe apparsa affatto. Aveva bisogno del loro aiuto per condividere i fardelli della leadership? La risposta è di nuovo no. Già da poco tempo, su consiglio del suocero Yitro, aveva creato un’infrastruttura di delega. Yitro aveva detto questo:
<<Non è buona la maniera che tu tieni. Ti stancherai, e tu e questo popolo che ti sta appresso; poiché la cosa è troppo pesante per te, non puoi eseguirla tu solo. Or dunque ascoltami, lascia ch’io ti consigli, e Dio t’ajuti. Rimani tu pel popolo presso a Dio, tu cioè presenterai le cause a Dio.>> (Esodo 18, 18-21)
Mosè agì in base al suggerimento. Aveva quindi già assistenti, vice, un gruppo di leader. In che modo la nuova nomina di settanta anziani avrebbe fatto la differenza?
Inoltre, perché l’enfasi sullo spirito nella risposta di Dio: “Prenderò dello spirito che è su di te e lo infonderò su di loro“? In che modo gli anziani dovevano diventare profeti per aiutare Mosè? Essere un profeta non aiuta a svolgere compiti amministrativi o altri oneri di leadership. Aiuta solo a sapere quale guida dare al popolo – e per questo, un solo profeta, Mosè, è sufficiente. Per essere più precisi, i settanta anziani o avrebbero trasmesso lo stesso messaggio di Mosè oppure no. Se lo avessero fatto, sarebbero stati superflui. Se non lo avessero fatto, avrebbero minato la sua autorità (proprio ciò che Giosuè temeva in Numeri 11, 28).
Consapevole delle molteplici difficoltà del testo, Ramban offre la seguente interpretazione:
“Mosè pensava che, avendo molti capi, avrebbero placato l’ira del popolo parlandogli nel cuore quando avesse iniziato a lamentarsi. Oppure è possibile che, quando gli anziani profetizzavano e lo Spirito era su di loro, il popolo riconoscesse che gli anziani erano stati confermati come profeti e non si sarebbe radunata tutta contro Mosè, ma avrebbe chiesto loro di esaudire anche i propri desideri.”
Entrambi i suggerimenti sono perspicaci, ma nessuno dei due è privo di difficoltà. Il primo – che gli anziani diventassero pacificatori tra il popolo – non richiedeva una nuova gerarchia. Mosè aveva già i capi di migliaia, centinaia, cinquanta e dieci. Il secondo – che la loro presenza avrebbe placato la rabbia del popolo dando loro molte persone, e non una sola, a cui lamentarsi – è altrettanto difficile da comprendere. Ricordiamo che quando il popolo ebbe un’altra persona a cui rivolgersi con le proprie preoccupazioni (Aaronne), ciò portò alla creazione del vitello d’oro. Perché Dio non “prese lo spirito” che era su Mosè e lo pose su Aronne in quel momento? Avrebbe impedito la più grande catastrofe degli anni nel deserto. Inoltre, non troviamo che i settanta anziani abbiano effettivamente fatto qualcosa a Kivrot HaTaavah. Il testo dice persino: “Quando lo spirito si posò su di loro, profetizzarono, ma non lo fecero più”.[Questo è il senso letterale di Numeri 11,25 secondo la maggior parte dei commentatori, sebbene il Targum lo interpreta diversamente.] Come fece dunque questo flusso unico e irripetibile dello spirito profetico a fare la differenza? Più riflettiamo su questo passo, più le difficoltà si moltiplicano.
Eppure qualcosa accadde. La disperazione di Mosè svanì. Il suo atteggiamento si trasformò. Subito dopo, è come se un nuovo Mosè si presentasse davanti a noi, imperturbabile anche di fronte alle sfide più serie alla sua leadership. Quando due degli anziani, Eldad e Medad, profetizzano non nel Padiglione di
Congregazione (Tenda del Convegno) ma nell’accampamento, Giosuè percepisce una minaccia all’autorità di Mosè e dice: «Mosè, mio signore, fermali!». Mosè risponde, con una generosità d’animo incommensurabile: «Sei forse geloso per causa mia? Oh, se tutto il popolo del Signore fosse profeta e il Signore mettesse il suo spirito su di loro!». Nel capitolo successivo, quando suo fratello e sua sorella, Aronne e Miriam, cominciano a lamentarsi di lui, non fa nulla: «Mosè era un uomo umile, il più umile di tutti sulla faccia della terra». Anzi, quando Dio si adirò con Miriam, Mosè pregò per lei. La disperazione è svanita. La crisi è passata. Queste due sfide erano ben più serie della richiesta di carne da parte del popolo, eppure Mosè le affronta con fiducia e serenità. Qualcosa è accaduto tra lui e Dio, e lui è stato trasformato. Che cosa è successo?
Per comprendere la sequenza degli eventi, dobbiamo innanzitutto collocarli nel loro contesto storico. Il rabbino Moshe Lichtenstein, nel suo illuminante libro sulla leadership di Mosè, Tzir veTzon (Alon Shvut, 5762), osserva un netto cambiamento di tono tra il libro dell’Esodo e quello dei Numeri. Le lamentele non cambiano, ma le risposte di Dio e di Mosè sì. Nell’Esodo, Dio non si adira con il popolo, o se lo fa, le preghiere di Mosè riescono a placare la sua ira. Nei Numeri, la risposta – a volte di Dio, a volte di Mosè – è più intransigente. Cosa è cambiato?
Il rabbino Lichtenstein – a mio avviso correttamente – suggerisce che l’iniziale instabilità del popolo sia perdonabile. Certo, avrebbero dovuto avere fede in Dio, ma non si erano mai trovati prima di fronte al Mar Rosso, al deserto o alla mancanza di cibo e acqua. La loro più grande colpa – la creazione del vitello d’oro – porta a una lunga pausa nella narrazione, essenzialmente dal capitolo 25 dell’Esodo al capitolo 11 dei Numeri. Durante questo periodo, in risposta alla preghiera di perdono di Mosè, Dio ordina al popolo di costruire un Tabernacolo che garantirà la Sua costante presenza in mezzo a loro.
Gran parte della seconda metà dell’Esodo, l’intero libro del Levitico e i primi dieci capitoli dei Numeri sono dedicati ai dettagli del Santuario, al servizio che vi si sarebbe svolto e alla ricostituzione di Israele come nazione santa accampata, tribù per tribù, attorno ad esso. L’intera sequenza di 53 capitoli, ambientata nel deserto del Sinai, rappresenta una sorta di momento meta-storico, una pausa nel viaggio degli Israeliti da un luogo all’altro. Il tempo e lo spazio si fermano. Tra i due eventi gemelli del Dono della Torah e della costruzione del Tabernacolo, gli Israeliti si trasformano da una massa indisciplinata di schiavi fuggiaschi in una nazione la cui costituzione è la Torah, il cui sovrano è Dio solo, e al cui centro (fisicamente e metafisicamente) si trova il Santuario (il Mishkan), il segno visibile della Presenza di Dio. Gli Israeliti non sono più quelli che erano prima di giungere al Sinai. Ora sono “un regno di sacerdoti e una nazione santa“.
Da qui la disperazione di Mosè quando si lamentarono del cibo. Lo avevano già fatto in passato. Ma prima erano diversi. Non avevano ancora vissuto le esperienze trasformatrici che li avrebbero plasmati come nazione. Ciò che spezzò lo spirito di Mosè fu il fatto che, non appena lasciarono il deserto del Sinai per riprendere il viaggio, tornarono alle loro vecchie abitudini di lamentarsi come se nulla fosse cambiato. Se la rivelazione sul Sinai, l’esperienza dell’ira divina al vitello d’oro e la lunga fatica della costruzione del Tabernacolo non li avevano cambiati, cosa avrebbe potuto o dovuto farlo? La disperazione di Mosè è fin troppo comprensibile. Per la prima volta dall’inizio della sua missione, poteva vedere la sconfitta fissarlo in faccia. Nulla – o almeno così sembrava – né miracoli, né liberazioni, né rivelazioni, né opere creative, poteva trasformare questo popolo da una nazione ossessionata dal cibo in una che comprendesse il significato dell’unico destino etico-spirituale a cui era stato chiamato. Forse Dio, dalla prospettiva dell’eternità, poteva scorgere un barlume di speranza nel futuro. Mosè, in quanto essere umano, non poteva. «Preferirei morire», esclama, «piuttosto che passare il resto della mia vita a lavorare invano».
Giungiamo ora al punto della speculazione. Potrei sbagliarmi (e Netziv lo esprime in modo diverso nella sua introduzione a Haamek Davar, sezione 5), ma interpreto la sequenza degli eventi come segue: può arrivare un momento nella vita di qualsiasi leader veramente trasformativo in cui il sole della speranza viene oscurato dalle nubi del dubbio – non su Dio, ma sulle persone, soprattutto su se stessi. Sto davvero facendo la differenza? Mi sto forse illudendo quando penso di poter cambiare il mondo? Ci ho provato, ho dato il meglio di me in termini di energie e ispirazione, eppure nulla sembra alterare la deprimente realtà della fragilità umana e della mancanza di visione. Ho dato al popolo la parola di Dio stesso, eppure continuano a lamentarsi, continuano a pensare solo ai disagi di oggi, non alle immense possibilità di domani. Una tale disperazione (che Winston Churchill, che ne soffrì, definì il “cane nero“) può colpire anche i più grandi (ripeto, non solo Mosè, ma anche profeti come Elia, Geremia e Giona pregarono di morire). Mosè fu il più grande. Perciò Dio gli fece il dono più grande di tutti: un dono che nessun altro ha mai ricevuto.
Dio permise a Mosè di vedere l’influenza che aveva sugli altri. Per un breve istante, Dio prese “lo spirito che è su di te e lo riversò su di loro“, affinché Mosè potesse vedere la differenza che aveva fatto in un gruppo, i settanta anziani. Mosè non aveva bisogno di altro. Non aveva bisogno del loro aiuto. Non aveva bisogno che continuassero a profetizzare. Tutto ciò di cui aveva bisogno era una visione chiara di come il suo spirito si fosse comunicato a loro. Allora seppe di aver fatto la differenza. Non avrebbe mai potuto immaginare che lui – che durante la sua vita non aveva incontrato quasi nulla dagli Israeliti se non lamentele, sfide e ribellioni – avrebbe avuto un’influenza così decisiva che il popolo d’Israele 3300 anni dopo avrebbe ancora studiato e vissuto secondo le parole che aveva trasmesso; che aveva contribuito a forgiare un’identità che si sarebbe dimostrata più tenace di qualsiasi altra nella storia dell’umanità; che, con il senno di poi, si sarebbe rivelato il più grande leader mai vissuto. Non sapeva queste cose; non aveva bisogno di saperle. Gli bastava constatare che settanta anziani avevano interiorizzato il suo spirito e fatto proprio il suo messaggio. Allora seppe che la sua vita non era stata vana. Aveva dei discepoli. La sua visione non era solo sua. L’aveva instillata in altri. Anche altri avrebbero continuato la sua opera dopo la sua morte. Questo gli bastava, come deve bastare anche a noi. Una volta compreso questo, Mosè poté affrontare qualsiasi sfida con serenità (tranne, molti anni dopo, a Kadesh, ma questa è un’altra storia).
Intesa in questo modo, la crisi di Mosè racchiude un messaggio per tutti noi (e certamente è per questo che viene narrata nella Torah). Ricordo quando mio padre z”l morì e noi – mia madre e i miei fratelli – osservavamo il periodo di lutto (shiva). Più volte le persone vennero a raccontarci delle gentilezze che aveva fatto per loro, in alcuni casi anche più di 50 anni prima. Da allora ho scoperto che molte persone che hanno osservato la shiva hanno avuto esperienze simili. Quanto commovente, pensai, e al tempo stesso quanto triste, che mio padre z”l non fosse lì ad ascoltare le loro parole. Che conforto gli avrebbe portato sapere che, nonostante le tante difficoltà che aveva affrontato, il bene che aveva fatto non era stato dimenticato. Ed è tragico che così spesso teniamo per noi il nostro senso di gratitudine, esprimendolo ad alta voce solo quando la persona a cui ci sentiamo in debito ci ha lasciati e noi stiamo confortando i suoi familiari in lutto.
Forse è proprio questa la condizione umana. Non sappiamo mai veramente quanto abbiamo dato agli altri: quanto una parola gentile, un gesto premuroso, una consolazione possano cambiare la vita e non essere mai dimenticati. In questo, se non in altro, siamo simili a Mosè. Anche lui era umano; non aveva un accesso privilegiato alla mente degli altri; senza un miracolo, non avrebbe potuto conoscere l’influenza che esercitava su coloro che gli erano più vicini. Tutto sembrava suggerire il contrario. Il popolo, anche dopo tutto ciò che Dio – e Mosè – avevano fatto per loro, era ancora ingrato, lamentoso, pronto a criticare e a lamentarsi. Ma questa era solo la superficie. Per un istante Dio gli concesse di intravedere ciò che si celava sotto la superficie. Gli mostrò come lo spirito di Mosè fosse entrato negli altri e li avesse elevati, seppur brevemente, al livello della visione profetica.
Dio non fece questo per nessun altro – né allora, né ora. Ma se fu sufficiente per Mosè, è sufficiente anche per noi. Il bene che facciamo sopravvive a noi. È la cosa più grande che sopravvive. Possiamo lasciare in eredità ricchezza, potere e persino fama, ma questi sono benefici discutibili e talvolta nuocciono anziché giovare a coloro a cui li lasciamo. Ciò che lasciamo agli altri è una traccia della nostra influenza positiva. Potremmo non vederla mai, ma è lì. Questa è la più grande benedizione della leadership. È l’unica che può essere l’antidoto alla disperazione, il solido fondamento della speranza.



