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 In Parashà della Settimana

di Rav Shmuel Rabinowitz, Rabbino del Kotel e luoghi sacri in Israele

Tradotto ed adattato da David Malamut

Nella Parashat Beha’alotcha, la nazione ebraica inizia una nuova tappa del suo storico viaggio: il tanto atteso cammino verso la Terra Promessa, la Terra d’Israele.

Ma come spesso accade nella vita, soprattutto dopo momenti di grande euforia, segue la caduta. L’immensa euforia dell’Esodo dall’Egitto e del dono della Torah comincia a svanire, e non appena inizia il viaggio nel deserto, iniziano anche le difficoltà. La Torah descrive come gruppi all’interno del popolo d’Israele iniziarono a lamentarsi e a piangere per il loro amaro destino, come dice:

<<La turba poi straniera ch’era tra essi si mosse a concupiscenza, quindi piansero anche i figli d’Israel, e dissero: Oh ci fosse dato di mangiar carne! Ci tornano alla memoria i pesci che mangiavamo in Egitto, senza spesa; i cocomeri [angurie], i poponi [melloni], ed il porro, e le cipolle, e gli agli. Ed ora l’anima nostra è secca: non c’è nulla: unicamente alla manna sono rivolti i nostri occhi [cioè le nostre speranze].>> (Numeri 11, 4-6)

La lamentela sembra quasi incomprensibile. Gli Israeliti ricevono la manna ogni giorno: cibo miracoloso che discende dal cielo. Non devono lavorare per ottenerla né preoccuparsi del proprio sostentamento, eppure si lamentano.

Poi arriva uno dei momenti più drammatici della Torah. Mosè, il condottiero che ha liberato il popolo dall’Egitto e lo ha guidato attraverso la divisione del Mar Rosso e il dono della Torah, crolla. Si rivolge al Creatore con parole dure e cariche di emozione, come descrive la Torah:

<<E Mosè disse al Signore: Perché non ho io incontrato grazia, appo te? Perché

(dico) facesti questo male al tuo servo, d’imporre su di me il peso di tutto questo popolo? Ho io portato nel ventre tutto questo popolo? l’ho io generato? che tu mi dici: «Portalo in seno, come il balio porta il poppante» (sino a che io l’abbia collocato) su quella terra, che giurasti a’suoi padri. Onde avrei io tanta carne, da dare a tutto questo popolo? mentr’essi mi piangono attorno, con dire: Danne carne, che mangiamo. Non posso io, così solo, sostenere (il peso di) tutto questo popolo, perocchè è troppo grave per me. E se tu pensi di segnitar meco così, fammi deh! morire, se ho incontrato grazia appo te; ond’io non abbia a stare a vedere il mio male [cioè ond’io non mi trovi in una continua infelicità irreparabile, usando le lamentazioni del popolo, senza potervi porre rimedio];>> (Numeri 11, 11-15)

Dio ascolta il suo grido e gli ordina di radunare settanta anziani d’Israele e di condurli alla Tenda del Convegno. Lì, uno spirito di profezia discende sugli anziani, ed essi diventano collaboratori nella guida del popolo. In seguito, Dio fa venire dal mare una grande quantità di uccelli, e il popolo li mangia con un’enorme avidità, finché molti muoiono per l’eccessiva indulgenza. Il luogo viene quindi chiamato con il nome agghiacciante di “Kivrot HaTaavah” (“le Tombe dell’Avidità“).

Dobbiamo capire: perché Mosè crollò proprio lì? Non era certo la prima crisi che aveva affrontato. Cos’era in quell’evento che lo scosse così profondamente da fargli gridare: “Ti prego, uccidimi ora“?

Inoltre, se guardiamo indietro, scopriamo che già all’inizio della sua missione, dopo essersi recato dal faraone per chiedere la liberazione del popolo, si verificò una crisi altrettanto grave. Invece di alleviare le sofferenze di Israele, il faraone intensificò il peso della schiavitù. Mosè sentì che la sua missione era fallita. Profondamente addolorato si rivolse a Dio e disse:

<<Mosè ritornò al Signore, e disse: Signore! perché facesti [vieppiù] male a questo popolo? Perché mi mandasti? Mentre da quando mi recai a Faraone a parlare in tuo nome, egli fece [vieppiù] male a questo popolo; nè tu recasti alcuna salvezza al tuo popolo.>> (Esodo 5, 22-23)

E Dio risponde:

<<Il Signore disse a Mosè: Ora vedrai ciò che farò a Faraone; poiché (costretto) colla forza li lascerà andare, anzi a viva forza gli scaccerà dal suo paese.>> (Esodo 6, 1)

Rashi riporta le parole dei saggi, i quali spiegano che a causa di questa lamentela Mosè fu punito e non entrò nella Terra d’Israele:

Hai messo in discussione le Mie vie; perciò, ‘Ora vedrai‘ – vedrai ciò che accadrà al faraone, ma ciò che accadrà ai re delle sette nazioni quando Io farò entrare Israele nella Terra, tu non vedrai“.

Così, nel Libro dell’Esodo Mosè viene criticato per aver sollevato dubbi, mentre qui, quando le sue parole sono molto più dure, non solo non viene criticato, ma al contrario, Dio lo avvicina a Sé e gli allevia il peso della guida. Qual è la differenza tra questi due casi?

Una splendida spiegazione è stata offerta dal rabbino Meir Shapiro di Lublino zt”l, fondatore dell’iniziativa Daf Yomi e della Yeshiva Chachmei Lublin in Polonia. Mosè crollò perché la sua missione nel mondo stava cambiando. Quando Dio gli apparve al roveto ardente, gli fu affidato il compito di pastore spirituale, educatore e trasmettitore della Torah. Ma ora, invece di dedicarsi alla sua nobile missione, si ritrova immerso nelle esigenze materiali e nel soddisfare i bisogni fisici del popolo.

Questo è il significato più profondo del suo grido: “come una nutrice che porta in braccio un bambino“. Il ruolo di tutore e quello di nutrice sono due ruoli completamente diversi. Il compito del primo è nutrire il corpo, mentre quello del secondo è plasmare lo spirito. Mosè sentiva che la sua essenza interiore gli veniva sottratta e che veniva allontanato dal luogo per cui era stato creato.

Da qui nasce la distinzione tra i due eventi. Nel Libro dell’Esodo, Mosè credeva che la sua missione stesse fallendo. Ciò rifletteva una difficoltà nella fede e un interrogativo sul modo in cui Dio stava guidando la redenzione. Ma nella nostra parashah non c’è mancanza di fede, solo il dolore di una persona che sente di star perdendo la propria essenza.

È particolarmente significativo scoprire il contesto in cui il rabbino Meir Shapiro pronunciò queste parole. Le pronunciò davanti a ricchi donatori dai quali stava cercando di ottenere sostegno per la sua yeshivah, poco prima della sua morte, avvenuta a soli quarantasei anni, senza figli. Descrisse il dolore di un uomo di spirito costretto ad abbandonare il proprio mondo interiore e a darsi da fare per raccogliere fondi per la yeshivah, invece di sedersi in pace e insegnare la Torah con gioia e ampiezza.

E nel bel mezzo del suo discorso, disse con immenso dolore:

«A questo proposito Mosè disse: “Se è così che mi tratti, ti prego, uccidimi subito”. Questa tragedia fu qualcosa che nemmeno Mosè, nostro maestro, ebbe la forza di sopportare. Il grande educatore non riuscì a rassegnarsi al destino di una nutrice».

In queste parole si cela una profonda verità umana. Una persona è capace di sopportare immense difficoltà quando agisce con uno scopo preciso. Ma quando una persona sente di non percorrere più la strada a cui la sua anima appartiene veramente, perde la forza di farcela.

Questa è una delle grandi tragedie della vita moderna. Molte persone trascorrono anni impegnate in attività che non corrispondono alla loro essenza interiore, semplicemente perché la società le definisce come di successo. Eppure, nel profondo, la loro anima è altrove. 

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