di Anna Balestrieri
Il blocco vicino a Benjamin Netanyahu è accreditato di 53 seggi, contro i 48 dell’opposizione e i 19 dei partiti arabi. La polizia respinge le accuse di brogli lanciate dal Likud. Intanto, secondo la stampa israeliana, Avigdor Liberman starebbe prendendo le distanze dagli altri leader dell’opposizione e rilanciando l’ipotesi di un governo di unità nazionale. Ma il conteggio è ancora in corso, e la distribuzione dei seggi può ancora cambiare.
AGGIORNAMENTO AL 29.10.2026
Lo scrutinio conferma la difficoltà di formare un governo: il blocco vicino a Benjamin Netanyahu è accreditato di 53 seggi, contro i 48 dell’opposizione e i 19 dei partiti arabi. La polizia respinge le accuse di brogli lanciate dal Likud. Intanto, secondo la stampa israeliana, Avigdor Liberman starebbe prendendo le distanze dagli altri leader dell’opposizione e rilanciando l’ipotesi di un governo di unità nazionale.
La conta dei voti delle elezioni israeliane del 27 ottobre è arrivata al 91%, ma il risultato continua a non indicare una maggioranza parlamentare in grado di governare autonomamente. Il blocco guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu mantiene il vantaggio relativo, mentre le forze di opposizione restano alla ricerca di una formula che consenta di impedirgli di proseguire il mandato.
Secondo i dati diffusi mercoledì sera dalla Commissione elettorale centrale e riportati dal Jerusalem Post, il blocco di Netanyahu è proiettato a ottenere 53 seggi, quello dell’opposizione a 48. I partiti arabi raggiungono complessivamente 19 seggi. Per avere la maggioranza alla Knesset, composta da 120 deputati, ne servono 61.
Il quadro resta suscettibile di modifiche: mentre prosegue il conteggio delle cosiddette double envelopes, le schede utilizzate da categorie autorizzate a votare fuori dal proprio seggio ordinario, tra cui militari e personale in servizio, la distribuzione dei seggi può ancora cambiare. Nelle prime ore di giovedì, il partito arabo Ra’am è salito a otto seggi, mentre la Lista Comune è scesa a undici, mantenendo insieme una rappresentanza di 19 deputati.
La polizia respinge le accuse di brogli del Likud
La novità politicamente più rilevante della mattinata riguarda le accuse di frode elettorale lanciate dal Likud. Mercoledì il partito di Netanyahu aveva sostenuto che le elezioni fossero state «rubate» dai partiti arabi, denunciando presunti episodi di corruzione, intimidazione degli elettori, violenze, falsificazioni e manipolazione delle schede. Aveva inoltre chiesto l’intervento delle autorità investigative.
Giovedì mattina la polizia israeliana ha respinto le accuse, dichiarando di non disporre di elementi investigativi o di intelligence che le confermino. In una nota, le forze dell’ordine hanno affermato che il giorno del voto è stato caratterizzato da un numero limitato di episodi anomali relativi all’integrità elettorale, inferiore persino a quello registrato in precedenti consultazioni.
La dichiarazione rappresenta una smentita importante delle contestazioni del Likud. Le accuse del partito, pertanto, non possono essere considerate fatti accertati: al momento, secondo la polizia, non esistono prove investigative o di intelligence a loro sostegno.
L’opposizione cerca una maggioranza alternativa
La difficoltà di Netanyahu nel raggiungere quota 61 riapre la partita per la formazione del governo. Il presidente israeliano Isaac Herzog ha invitato le forze politiche a fare tutto il possibile per evitare un nuovo ricorso alle urne, mentre il leader dei Democratici, Yair Golan, ha rilanciato la possibilità di costruire una maggioranza alternativa con il sostegno dei partiti arabi.
La partecipazione di questi ultimi è diventata uno dei nodi centrali della fase post-elettorale. Con 19 seggi complessivi, Ra’am e Lista Comune possono risultare determinanti per qualsiasi tentativo di superare l’attuale stallo. Il deputato Ahmad Tibi ha dichiarato di essere disposto ad aiutare Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar, a porre fine al governo Netanyahu. Resta tuttavia da capire in quale forma i partiti arabi potrebbero sostenere un eventuale esecutivo e se le diverse componenti dell’opposizione siano disposte a convergere su questa soluzione.
La disponibilità al dialogo non equivale necessariamente alla partecipazione diretta a una coalizione. Le trattative dovranno chiarire quali accordi siano possibili e su quali condizioni programmatiche e parlamentari.
Liberman si allontana dagli alleati?
Un’altra incognita riguarda Avigdor Liberman, leader di Yisrael Beytenu. Secondo una notizia di N12 ripresa dal Jerusalem Post, Liberman avrebbe interrotto i contatti con Naftali Bennett e Gadi Eisenkot, senza rispondere alle telefonate dei due leader dopo il voto. Il politico starebbe inoltre spingendo per la formazione di un governo di unità nazionale.
Liberman ha escluso di voler entrare in un governo guidato da Netanyahu, ma la sua posizione potrebbe complicare i tentativi dell’opposizione di presentarsi come un fronte coordinato. La notizia, al momento, è riportata dalla stampa israeliana e non costituisce una conferma di un accordo politico già raggiunto.
Il leader di Yisrael Beytenu aveva avviato la campagna con l’obiettivo di diventare primo ministro, senza però raggiungere il risultato sperato. Il suo orientamento nelle prossime ore potrebbe quindi incidere tanto sulla strategia dell’opposizione quanto sulle possibilità di una soluzione di compromesso.
Un risultato ancora aperto
L’ex premier Ehud Olmert ha espresso il proprio sostegno a Eisenkot, sostenendo che Netanyahu si trovi «dalla parte sbagliata della storia». Si tratta di una presa di posizione politica che riflette la contrapposizione tra il capo del governo e una parte dei suoi avversari, ma non modifica gli equilibri parlamentari emersi dallo scrutinio.
A due giorni dal voto, la questione decisiva non è soltanto quale partito abbia ottenuto più seggi, ma chi riuscirà a costruire una maggioranza di almeno 61 deputati. Netanyahu conserva una posizione competitiva, ma non dispone dei numeri necessari per governare senza nuovi accordi. L’opposizione, a sua volta, deve superare le divergenze interne e chiarire se intenda affidarsi al sostegno dei partiti arabi o esplorare altre formule.
Con il conteggio delle schede ancora in corso e i contatti politici in una fase iniziale, l’esito delle elezioni resta dunque aperto: il voto ha definito i rapporti di forza, ma non ha ancora risolto la questione del governo.
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AGGIORNAMENTO ALLE 19.30 DEL 28.10.2026
L’affluenza al 77,7%, la più alta dal 1999, con una partecipazione degli arabi israeliani vicina all’80%. Gli exit poll avevano inizialmente indicato un vantaggio dell’opposizione, ma il conteggio ha ridotto il divario. Il Likud denuncia presunti brogli, mentre Gadi Eisenkot cerca una maggioranza alternativa con il sostegno dei partiti arabi. Decisive le prossime ore e le schede ancora da scrutinare.
Le elezioni israeliane del 27 ottobre si sono concluse senza consegnare al Paese una maggioranza parlamentare chiaramente in grado di governare. Il Likud di Benjamin Netanyahu si conferma il primo partito, ma il blocco della destra e delle formazioni religiose che sostiene il premier resta lontano dai 61 seggi necessari per ottenere la maggioranza assoluta della Knesset, composta da 120 deputati. Sul fronte opposto, Gadi Eisenkot, leader della formazione centrista Yashar!, può contare su un blocco più ampio rispetto alla sola componente ebraica dell’opposizione, ma per costruire un governo dovrà affrontare il nodo del sostegno dei partiti arabi e le divisioni interne al fronte contrario a Netanyahu.
Il dato più significativo è quello della partecipazione: ha votato il 77,7% degli aventi diritto, contro il 70,6% delle elezioni del 2022. È il livello più alto dal 1999, secondo i dati diffusi dalla Commissione elettorale centrale e riportati da Ynet. Una mobilitazione che ha interessato in modo particolare le comunità arabe israeliane, dove l’affluenza ha raggiunto complessivamente circa l’80%, con percentuali ancora più alte in alcune località.
Dagli exit poll allo scrutinio: una notte di sorprese
La prima fotografia del voto, diffusa dalle principali emittenti televisive israeliane alla chiusura dei seggi, sembrava indicare una possibile svolta politica. Le proiezioni iniziali di Channel 12, Kan 11 e Channel 13 attribuivano al blocco intenzionato a sostituire Netanyahu circa 52-53 seggi, contro i 50 della coalizione del premier. I partiti arabi erano stimati complessivamente tra 17 e 18 seggi.
Il Likud risultava comunque il primo partito, ma la somma delle forze contrarie al governo sembrava offrire a Eisenkot una posizione favorevole per avviare le trattative. Le dichiarazioni della notte riflettevano questo clima: il leader di Yashar! parlava di una scelta per il cambiamento, mentre Netanyahu rivendicava il risultato del proprio partito e invitava le forze politiche sioniste a unirsi.
Con l’avanzare dello scrutinio, tuttavia, il quadro ha cominciato a cambiare. I risultati parziali hanno progressivamente ridotto il vantaggio inizialmente attribuito all’opposizione, mostrando quanto fosse prematuro considerare gli exit poll una fotografia affidabile della futura composizione parlamentare.
La mattina del 28 ottobre, con il 60,2% dei voti conteggiati, il blocco di Netanyahu era risalito a 56 seggi, contro i 48 del fronte guidato da Eisenkot e i 16 attribuiti ai partiti arabi. Nel successivo aggiornamento delle 12.30, con l’84,5% delle schede conteggiate, il blocco della destra era stimato a 54 seggi, quello dell’opposizione ebraica a 49 e le formazioni arabe a 17. Nell’aggiornamento del pomeriggio, con l’85,6% dei voti scrutinati, le stime erano rispettivamente di 53, 48 e 19 seggi. I numeri sono provvisori e suscettibili di ulteriori modifiche. Si attende anche il conto dei voti dei soldati.
Le divergenze non dimostrano, di per sé, una mancanza di affidabilità delle televisioni: gli exit poll sono stime statistiche basate su interviste agli elettori all’uscita dai seggi, mentre il conteggio ufficiale misura le schede effettivamente scrutinate. Campioni, partecipazione differenziata tra le comunità e liste vicine alla soglia di sbarramento possono produrre scarti significativi. In questa tornata, le prime proiezioni hanno sottovalutato la consistenza del blocco di Netanyahu e non hanno restituito subito la complessità della mobilitazione elettorale. La lezione della notte è che nessuna proiezione televisiva può sostituire lo scrutinio ufficiale.
Il ritorno degli israeliani dall’estero
Un altro elemento distintivo di queste elezioni è stata la mobilitazione degli israeliani residenti all’estero.In Israele, a differenza di quanto avviene in molti altri Paesi, il voto dall’estero non è generalmente consentito ai cittadini comuni: possono votare presso le rappresentanze diplomatiche alcune categorie di dipendenti pubblici e di istituzioni nazionali in servizio all’estero, insieme ai familiari aventi diritto.
Per questo, numerosi israeliani che vivono fuori dal Paese sono rientrati appositamente per partecipare alle elezioni. L’organizzazione AID Coalition aveva stimato che fino a 67.000 cittadini potessero viaggiare verso Israele per votare, nell’ambito di una mobilitazione chiamata Fly and Vote. Tra loro vi erano persone residenti negli Stati Uniti, in Europa, in Canada, in Australia e in Nuova Zelanda. Le motivazioni erano diverse: per alcuni si trattava di opporsi al governo Netanyahu, per altri di sostenere il premier o di intervenire in una consultazione considerata cruciale per il futuro del Paese. Non è possibile attribuire a tutti una medesima preferenza politica.
La mobilitazione aveva già provocato polemiche prima del voto. Il Likud aveva contestato l’iniziativa per il rientro degli elettori, sollevando obiezioni sulla sua compatibilità con le norme sul finanziamento politico. L’organizzazione aveva risposto di non sostenere alcun candidato e di non finanziare i viaggi. La questione si inserisce in un clima di forte polarizzazione, nel quale anche le modalità di partecipazione al voto sono diventate oggetto di contesa.
Il voto arabo cambia gli equilibri
La partecipazione degli arabi israeliani è stata uno dei principali fattori politici di questa tornata. Secondo i dati riportati da Ynet, in diverse città a maggioranza araba l’affluenza ha superato l’80%: a Sakhnin ha raggiunto l’86,8%, a Kafr Qasim l’84,9% e a Rahat l’82%. Il dato complessivo del settore è stato stimato intorno all’80%, un livello particolarmente elevato rispetto alle precedenti consultazioni.
La mobilitazione si è tradotta in un risultato importante per le formazioni arabe, la Lista comune e Ra’am, che insieme potrebbero ottenere un numero di seggi senza precedenti nella loro recente storia parlamentare. La loro consistenza è diventata decisiva per i calcoli di entrambi i fronti, anche se non esiste ancora un accordo che garantisca il sostegno a una specifica coalizione.
Il voto esprime una pluralità di motivazioni, tra cui la volontà di incidere sulle politiche del governo, la questione della sicurezza personale, la discriminazione e il rapporto tra cittadini arabi e istituzioni. Non sarebbe corretto, tuttavia, considerare tutti gli elettori arabi come un blocco politico uniforme.
La partecipazione elevata ha anche alimentato la polemica. Il Likud ha denunciato presunte frodi e irregolaritàin alcuni seggi del settore arabo, chiedendo l’intervento delle autorità competenti. La Commissione elettorale centrale ha dichiarato di aver ricevuto la richiesta e di esaminare le segnalazioni sull’integrità del voto presentate dai partiti, secondo le procedure previste. Al momento, le accuse formulate dal Likud non possono essere considerate brogli accertati.
Le accuse di brogli e la battaglia sulla legittimità del voto
La denuncia del Likud ha alzato ulteriormente la tensione. Il partito ha definito l’elezione «rubata» dalle formazioni arabe, evocando presunte intimidazioni, irregolarità nelle procedure di voto, doppie votazioni e altre violazioni. Ha chiesto un’indagine alla polizia, allo Shin Bet e alla Commissione elettorale centrale.
La Commissione ha confermato che le segnalazioni saranno esaminate, precisando che il proprio sistema di monitoraggio dell’integrità elettorale è attivo durante ogni consultazione. La verifica delle denunce è una procedura istituzionale e non equivale alla conferma delle accuse. Per stabilire se siano avvenute violazioni e se queste abbiano inciso sui risultati occorrono riscontri documentali e accertamenti delle autorità.
La polemica ha anche una dimensione politica più ampia: la legittimità della partecipazione degli arabi israeliani e il loro possibile ruolo nella formazione di un governo. Il fatto che il voto di una comunità possa risultare decisivo non costituisce, di per sé, un’irregolarità. La questione concreta è se siano state rispettate le norme elettorali, e questo potrà essere stabilito soltanto sulla base delle verifiche ufficiali.
La partita per il governo
Il problema principale resta ora la formazione di una maggioranza. Il Likud è il primo partito, ma il blocco di Netanyahu non dispone dei 61 seggi necessari. Anche il fronte ebraico dell’opposizione, guidato da Eisenkot, è lontano dalla soglia. La possibilità di un governo alternativo dipende quindi dai rapporti con le formazioni arabe e dalla disponibilità degli altri partiti a sostenere una coalizione comune.
Yair Golan, leader dei Democratici, è stato tra i più espliciti nel chiedere un’intesa con i partiti arabi. Ha sostenuto che l’opposizione debba assumersi la responsabilità di costruire un governo di cambiamento e ha annunciato l’intenzione di incontrare Eisenkot e Yair Lapid per discutere le possibili opzioni. La sua posizione non è però condivisa automaticamente da tutti i leader dell’opposizione, alcuni dei quali hanno escluso durante la campagna la partecipazione diretta dei partiti arabi a un esecutivo.
La differenza è importante: una formazione araba potrebbe sostenere un governo dall’esterno, astenersi in un voto decisivo o partecipare direttamente alla coalizione. Sono ipotesi politicamente diverse, ciascuna con difficoltà specifiche. Anche Ra’am, guidata da Mansour Abbas, e la Lista comune hanno posizioni e priorità non necessariamente coincidenti.
Netanyahu, dal canto suo, ha invitato le forze sioniste a unirsi, ma deve fare i conti con i rapporti con i partiti religiosi e con l’estrema destra della sua coalizione. Le trattative potrebbero quindi coinvolgere non soltanto il fronte opposto al premier, ma anche eventuali ipotesi di governo più ampio. Se nessun candidato riuscisse a ottenere il sostegno parlamentare necessario, resterebbe aperta la possibilità di una nuova crisi politica e di ulteriori elezioni.
Un Paese mobilitato, ma ancora diviso
Il voto del 27 ottobre ha mostrato un elettorato fortemente mobilitato, con una partecipazione nazionale ai massimi livelli da oltre un quarto di secolo e un’affluenza particolarmente alta nelle comunità arabe. Ha confermato il primato del Likud come singolo partito, ma non ha consegnato a Netanyahu una maggioranza autonoma. Al tempo stesso, non ha garantito all’opposizione un percorso semplice verso il governo.
Le prossime ore saranno decisive per il conteggio delle schede ancora mancanti, comprese quelle speciali dei militari e di altre categorie. Soltanto dopo la pubblicazione di risultati più completi sarà possibile valutare con maggiore precisione la distribuzione dei seggi e la solidità delle diverse ipotesi di coalizione.
La vera posta in gioco non è soltanto chi abbia ottenuto più voti, ma chi riuscirà a trasformare il risultato in una maggioranza parlamentare. Per ora, la risposta resta aperta.
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