Parashat Vayera
Di Rav Tzvi Hersh Weinreb (rabbino americano, vicepresidente emerito di Orthodox Union)
Tradotto ed adattato da David Malamut
Forse non fu proprio il primo giorno nel mio nuovo lavoro, ma passò ben poco tempo prima che incontrassi per la volta Richard Hood. Ero entrato a far parte di un gruppo di neodottori di ricerca – alcuni con una formazione in psicologia, altri in pedagogia – con l’incarico di infondere nuova linfa in un sistema scolastico decisamente antiquato, si potrebbe quasi dire arretrato, nella periferia di Washington, D.C.
Si trattava di una comunità in rapida trasformazione, che fino alla fine degli anni Sessanta era rimasta in gran parte rurale. Quando entrai a far parte dello staff di consulenza del sistema scolastico in qualità di psicologo scolastico senior, l’area stava diventando molto più eterogenea. Da un lato, vi si stavano trasferendo funzionari governativi di alto livello, attirati da prezzi degli immobili più vantaggiosi rispetto alle contee vicine. Dall’altro, però, vi erano zone socio-economicamente depresse, estensioni dei sovraffollati ghetti afroamericani della capitale. Non era passato molto tempo, del resto, da quando Washington era stata teatro delle rivolte del 1968.
Avrei molte storie da raccontare sugli anni trascorsi in quel contesto. Questa settimana, tuttavia, vorrei concentrarmi sulla figura di un collega in particolare: Richard Hood. Era un uomo alto e robusto, sulla trentina, con una cadenza tipica del Sud, originario di una cittadina del Mississippi. Di orientamento politico progressista, era una persona di larghe vedute, tollerante e dotata di una grande capacità empatica. Eppure, era un cinico. La sua parola preferita era «irrecuperabile». «Questo sistema scolastico è “irrecuperabile”», diceva. «Il governo è irrecuperabile. L’umanità è irrecuperabile. Il mondo è irrecuperabile». Il suo approccio alla vita era riassunto alla perfezione in un cartello appeso sopra la sua scrivania: «Il pessimismo paga».
Era convinto che gli esseri umani fossero intrinsecamente malvagi, che a tutti noi attendesse una vita fatta di dolore e frustrazione, e che l’uomo fosse destinato a soffrire. Il suo punto di riferimento spirituale era il filosofo Arthur Schopenhauer, i cui scritti sono stati definiti la «Bibbia del pessimismo».
Richard aveva qualcosa da ridire sulla cultura occidentale, sull’educazione dei figli e sulla scuola pubblica. A suo avviso, inganniamo i nostri figli facendo loro credere che il mondo sia, in sostanza, un ambiente benevolo e sicuro, che il successo si possa ottenere con il duro lavoro e che una vita sana garantisca buona salute. Sosteneva che «indottriniamo i giovani, portandoli a credere che il mondo sia un giardino di rose, quando in realtà è un covo di serpenti».
Ho avuto lunghe conversazioni a tu per tu con lui, poiché era affascinato dagli ebrei e dall’ebraismo. Nel corso di tali discussioni, giunse alla conclusione che «voi ebrei siete i peggiori di tutti. Siete appena usciti dall’inferno dell’Olocausto e continuate a dire ai vostri figli che tutto andrà bene, a patto che restino fedeli alla vostra tradizione».
Penso spesso a Richard; mi è dispiaciuto apprendere che è scomparso qualche anno fa, dopo aver fatto ritorno alle sue origini nel Mississippi in seguito al pensionamento dalla sua cattedra universitaria. Il suo ricordo riaffiora in me, in particolare, ogni volta che giunge la porzione della Torah prevista per questa settimana: la Parashat Vayera (Genesi 18, 1-22:24).
Perché proprio Vayera? Perché è in questa settimana che leggiamo la storia dell’akedah: l’obbedienza di Abramo al comando divino di legare suo figlio Isacco su un altare in cima a un monte e di offrirlo come sacrificio umano al Signore. Si tratta, senza dubbio, di uno dei passi più inquietanti dell’intera Bibbia; sia i commentatori ebraici tradizionali che illustri filosofi laici si sono interrogati a lungo sul suo significato. Come poté Abramo – lui che dava un valore così alto alla vita umana, tanto da opporsi a Dio stesso per perorare la causa delle malvagie Sodoma e Gomorra – obbedire senza esitazione all’ordine di uccidere il proprio figlio?
Non è una questione che tenterò di affrontare nei limiti di questo spazio. Tuttavia, c’è un altro aspetto di questa vicenda che mi ha sempre turbato: all’inizio del racconto, Abramo non era a conoscenza del lieto fine. Non sapeva che, proprio all’ultimo istante, un angelo gli avrebbe ordinato di desistere dal sacrificare suo figlio. Per quanto ne sapeva lui, stava per consumarsi una tragedia terribile, indicibile. Eppure, rivolgendosi ai servi che lo accompagnavano, si mostrò del tutto rassicurante, senza lasciar trapelare nulla della catastrofe che stava per verificarsi: «Voi restate qui con l’asino. Io e il ragazzo saliremo lassù; adoreremo e poi torneremo da voi».
E non diede a Isacco alcun indizio sul destino che lo attendeva. Non doveva forse al ragazzo un accenno alla sua imminente morte, un’opportunità per prepararsi a incontrare il proprio Creatore? Non era forse il colmo della doppiezza, da parte di Abramo, rassicurare il figlio dicendogli che tutto sarebbe andato bene? Mi sembra quasi di sentire Richard porre queste domande taglienti. Sebbene, a quanto ricordo, io e lui non abbiamo mai discusso della Bibbia, egli era cresciuto nella fede battista del Sud e conosceva certamente la storia del sacrificio di Isacco.
A mio avviso, la risposta a questi interrogativi risiede in una frase che, nel racconto, viene ripetuta due volte per sottolinearne l’importanza: «E i due camminavano insieme». Abramo trasmise a Isacco questo messaggio: «Sono con te. Ti terrò per mano. Sarò al tuo fianco, nonostante l’orrore che attende entrambi». È questo l’atteggiamento che i genitori ebrei hanno trasmesso ai propri figli nel corso di tutte le tragedie che hanno segnato la storia ebraica. Sì, esistono persecuzioni, pogrom, torture e anche peggio. Ma io sarò lì con te. Ti starò vicino.
Questo è uno dei temi ricorrenti in molti Salmi. Raramente al salmista viene dato l’assicurazione che «tutto andrà bene». Più spesso, gli viene detto: «Io, Dio, sono con te». Sono con te nel tuo esilio, nel tuo vagabondare, nella tua sofferenza. Sono con te nell’inferno di Auschwitz e di Treblinka. Il salmista afferma: «Anche se dovessi camminare nella valle dell’ombra della morte, non temerei alcun male, perché Tu sei con me».
Il Talmud ci insegna che la Shechinah, la Presenza Divina, è in esilio insieme a noi. In modo assai eloquente, Asaf, nel Salmo 73, esprime il potere consolatorio della consapevolezza della vicinanza di Dio anche nelle circostanze più drammatiche: «Sono stato continuamente afflitto, ogni mattina porta nuove punizioni… Eppure sono sempre rimasto con Te, Tu mi hai tenuto per la mano destra… Quanto a me, la vicinanza a Dio è un bene…».
Abramo sentiva che il suo dovere di obbedire a Dio avesse la precedenza sull’amore per il suo amato figlio. Questo è uno degli insegnamenti centrali della vicenda, per quanto rimanga, per noi, un insegnamento sconcertante. Eppure, una cosa possiamo comprenderla: il suo atteggiamento rifletteva rassicurazione e fiducia, ottimismo e speranza. Alla fine della storia, quella speranza si è rivelata giustificata.
Richard non è mai riuscito a cogliere l’insegnamento di Abramo. Mantenere la speranza di fronte a una minaccia incombente, riuscire a guardare oltre le nubi oscure del destino, continuare a pregare anche quando «una spada affilata pende sul proprio collo»: questo è l’insegnamento di Abramo, e questo è il modo di essere ebraico.
Più che un semplice «modo di essere ebraico», questa capacità costituisce il segreto della sopravvivenza del popolo ebraico. È un segreto che tutti dobbiamo imparare, specialmente nei nostri tempi, in cui purtroppo siamo ancora tormentati da molte sfide. Possiamo avere la certezza che la Shechinah sia al nostro fianco, ma dobbiamo anche assicurarci di essere noi, gli uni per gli altri, un sostegno concreto.



