Un senso della storia – Parshat Ki Tavo
di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l
tradotto ed adattato da David Malamut
SOMMARIO:
In Ki Tavo, Mosè giunge alla conclusione delle disposizioni dettagliate del patto, con i comandi relativi al portare le primizie al Santuario centrale e all’assegnazione delle varie decime. Chiude questa sezione ricordando in cosa consiste il patto: un impegno reciproco tra il popolo e Dio. Il popolo deve offrire a Dio la sua totale lealtà. Dio, a sua volta, avrà per lui una speciale considerazione.
Il testo passa poi alla caratteristica successiva dei patti antichi: le benedizioni e le maledizioni che accompagneranno la fedeltà da un lato, la slealtà dall’altro. Dato che l’intera esistenza di Israele come nazione si basa sul patto, ciò significa che il suo destino sarà un commento continuo sul suo rapporto con Dio e sugli ideali, sia sacri che sociali, a cui il popolo si è dedicato come “popolo consacrato al Signore tuo Dio” (Deuteronomio 7, 6).
La parasha si conclude con Mosè che convoca il popolo, al termine del loro viaggio durato quarant’anni e in vista della Terra Promessa, per rinnovare l’alleanza che i loro genitori avevano stretto con Dio sul Monte Sinai.
Ki Tavo inizia con la cerimonia dell’offerta delle primizie al Tempio. La Mishnah fornisce una descrizione dettagliata di ciò che accadeva:
“Coloro che abitavano vicino a Gerusalemme portavano fichi freschi e uva, mentre quelli che venivano da lontano portavano fichi secchi e uva passa. Davanti a loro procedeva un bue, con le corna ricoperte d’oro e una corona di foglie d’ulivo sul capo.
Il suono del flauto li accompagnava finché non giungevano in prossimità di Gerusalemme. Giunti vicino alla città, inviavano messaggeri in avanscoperta e adornavano le loro primizie. I capi, i prefetti e i tesorieri del Tempio uscivano loro incontro; essi uscivano secondo l’ordine dovuto al rango di coloro che arrivavano. Tutti gli artigiani di Gerusalemme si alzavano al loro passaggio e li salutavano dicendo: “Fratelli, uomini di tale località, siate i benvenuti”.” (Bikkurim 3, 3)
Il flauto veniva suonato davanti a loro finché non giungevano al Monte del Tempio. Una volta arrivati al Monte del Tempio, persino il re Agrippa si caricava il cesto sulle spalle e avanzava fino al cortile del Tempio. Era una cerimonia magnifica. Nel contesto storico, tuttavia, l’aspetto più significativo era la dichiarazione che ogni individuo doveva pronunciare:
<<Indi prenderai a dire: Aramei raminghi erano i miei proavi. Passarono in Egitto, e vi fecero dimora in poca gente, ed ivi divennero una grande nazione; forte e numerosa, Gli Egizi ci maltrattarono, e ci afflissero, e ci sottoposero a dura schiavitù. E noi sclamammo al Signore, Iddio dei nostri padri, ed il Signore ascoltò le nostre grida, e vide la nostra miseria, il nostro travaglio, e la nostra oppressione. Ed il Signore ci trasse dall’Egitto, con mano potente e con braccio disteso, con terrore grande, e con segni e miracoli. E ci portò in questo luogo, e ci diede questa terra, terra che scorre latte e miele. Ed ora, ecco ho portato le primizie del prodotto della terra che mi desti, o Signore. E lo lascerai [il canestro] innanzi al Signore, Iddio tuo, e ti prostrerai innanzi al Signore, Iddio tuo.>> (Deuteronomio 26, 5-10)
Questo passo è molto noto. È diventato il testo commentato nell’ambito della Haggadah durante la cena del Seder, all’inizio di Pesach. La sua familiarità, tuttavia, non deve farci perdere di vista il suo carattere rivoluzionario. Ascoltando queste parole, ci troviamo al cospetto di una delle più grandi rivoluzioni nella storia del pensiero.
Gli antichi vedevano gli dèi nella natura, soprattutto quando riflettevano sul raccolto e su tutto ciò che vi era connesso. La natura non cambia. Il tempo naturale è ciclico: le stagioni dell’anno, il moto dei pianeti, il ciclo di nascita, morte e nuova vita. Quando gli antichi pensavano al passato, non si riferivano a un passato storico, bensì a un passato mitico, metafisico e cosmologico: quel tempo primordiale, antecedente al tempo stesso, in cui il mondo prese forma dalla lotta tra gli elementi.
Nell’antico Israele accadde esattamente il contrario. Le cose sarebbero potute andare diversamente. Se l’ebraismo fosse stato una religione di tipo diverso, il popolo che offriva le primizie avrebbe potuto intonare un canto di lode a Dio in quanto Autore della creazione e Sostentatore della vita. Troviamo diversi canti di questo genere nel Libro dei Salmi:
“Cantate al Signore inni di ringraziamento, suonate la cetra per il nostro Dio. Egli copre il cielo di nubi, dona la pioggia alla terra e fa germogliare l’erba sui monti e il pane che nutre il cuore dell’uomo.” (Salmo 147, 7-8)
Il significato della dichiarazione sulle primizie risiede nel fatto che essa non riguarda la natura, bensì la storia: si tratta di una sintesi della successione degli eventi, dai giorni dei patriarchi all’Esodo e alla successiva conquista della Terra. Il noto professore universitario Yosef Hayim Yerushalmi ha offerto l’analisi più lucida della trasformazione intellettuale che ciò ha comportato:
“Fu l’antico Israele ad attribuire per primo un significato decisivo alla storia, forgiando così una nuova visione del mondo… Improvvisamente, per così dire, l’incontro cruciale tra l’uomo e il Divino si spostò dalla sfera della natura e del cosmo al piano della storia, concepita ormai in termini di sfida divina e risposta umana… Nell’antico Israele, i rituali e le festività non sono più, di per sé, principalmente ripetizioni di archetipi mitici volti ad annullare il tempo storico. Quando evocano il passato, non si tratta di un passato primordiale, bensì di un passato storico, in cui si sono compiuti i momenti grandi e decisivi della storia d’Israele… Solo in Israele, e in nessun altro luogo, l’ingiunzione di ricordare è avvertita come un imperativo religioso rivolto a un intero popolo.” (Zachor: Jewish History and Jewish Memory, pp. 8-9)
Questa storia non era accademica, né appannaggio di studiosi o di un’élite letteraria. Apparteneva a tutti. La dichiarazione veniva recitata da tutti. Conoscere la storia del proprio popolo era parte essenziale dell’essere cittadini nella comunità di fede. Non solo: veniva pronunciata in prima persona: «Mio padre… Poi il Signore ci fece uscire dall’Egitto… Ci condusse in questo luogo». È proprio questa interiorizzazione della storia che ha indotto i rabbini ad affermare: «In ogni generazione, ciascuno deve considerare se stesso come se fosse uscito personalmente dall’Egitto» (Mishnah Pesachim 10, 5). Si tratta di storia trasformata in memoria.
Essere ebrei significa far parte di una storia che abbraccia quaranta secoli e quasi ogni terra sulla faccia della terra. Come ha osservato il noto filosofo Isaiah Berlin:
“Tutti gli ebrei minimamente consapevoli della propria identità ebraica sono profondamente permeati di storia. Possiedono memorie più lunghe e sono consapevoli di una continuità comunitaria più estesa rispetto a qualsiasi altra realtà sopravvissuta… Qualunque altro fattore abbia contribuito a formare quell’amalgama unico che — se non sempre gli ebrei stessi, quantomeno il resto del mondo — riconosce immediatamente come Popolo ebraico, la coscienza storica — il senso di continuità con il passato — è tra i più potenti.” (Against the Current, p. 252)
Nonostante l’enfasi che l’ebraismo pone sull’individuo, esso possiede una concezione peculiare di cosa significhi essere un individuo. Non siamo soli. Nell’ebraismo non esiste l’idea dell’individuo atomico – l’io in sé e per sé – che incontriamo nella filosofia occidentale a partire da Hobbes in poi. La nostra identità è invece legata orizzontalmente ad altri individui: genitori, coniuge, figli, vicini, membri della comunità, concittadini, altri ebrei. Siamo inoltre uniti verticalmente a coloro che ci hanno preceduto, di cui facciamo nostra la storia. Essere ebrei significa essere un anello nella catena delle generazioni, un personaggio di un dramma iniziato molto prima della nostra nascita e destinato a proseguire ben oltre la nostra morte.
La memoria è essenziale per l’identità: su questo l’ebraismo insiste. Non veniamo dal nulla, né la nostra storia finisce con noi. Siamo foglie di un albero antico, capitoli di una storia lunga e ancora in fase di scrittura, una lettera nel rotolo del libro del popolo del Libro.
C’è qualcosa di solenne in questa prospettiva storica. Essa riflette un fatto – a sua volta uno dei grandi temi della Bibbia – ovvero che agli esseri umani occorre tempo per imparare, crescere, elevarsi al di sopra dei propri istinti spesso disfunzionali e distruttivi, raggiungere la maturità morale e spirituale e creare una società fondata sulla dignità e sulla generosità. È per questo che l’alleanza si estende nel tempo ed è per questo che – secondo i Saggi – gli unici garanti adeguati dell’alleanza sul Monte Sinai furono i figli non ancora nati.
È quanto di più vicino all’immortalità possiamo sperimentare sulla terra: sapere di essere i custodi delle speranze dei nostri antenati e i depositari dell’alleanza in vista del futuro. È ciò che accadeva all’epoca del Tempio, quando la gente portava le primizie a Gerusalemme e, invece di celebrare la natura, celebrava la storia del proprio popolo, dai giorni in cui «Mio padre era un Arameo errante» fino al presente. Come disse Mosè in alcune delle sue ultime parole rivolte ai posteri:
<< Rammenta i tempi remoti, prendete in considerazione gli anni che furono già secoli e secoli: interroga tuo padre, e ti narrerà; i tuoi vecchi, e ti diranno. >> (Deuteronomio 32, 7)
Essere ebrei significa sapere che la storia del nostro popolo vive in noi.



