Il potere della gioia
di Rav Shmuel Rabinowitz, Rabbino del Kotel e luoghi sacri in Israele
Tradotto ed adattato da David Malamut
La parasha di Ki Tavo viene letta sempre due Shabbatot prima di Rosh Hashanah (tra il 16 e il 21 di Elul). Questa collocazione temporale è stata scelta perché contiene la sezione che descrive dettagliatamente le benedizioni e le maledizioni, ed è consuetudine non concludere l’anno con qualcosa di negativo. Tale parasha è nota come “Grande Ammonimento” (a differenza della parasha di Bechukotai, conosciuta come “Piccolo Ammonimento“) poiché contiene un severo e ampio richiamo, illustrando le benedizioni e le maledizioni che si abbatteranno sul popolo d’Israele in base alle sue azioni.
La Parashà di Ki Tavo si apre con l’esortazione a provare gioia. Tale indicazione segue il comandamento relativo alle bikkurim – le primizie delle Sette Specie cresciute sugli alberi – e al loro conferimento al Tempio.
<< Indi di tutto il bene ch’il Signore, Iddio tuo, avrà dato a te ed alla tua famiglia, godrai lieto tu, ed il Levita, ed il forestiere vivente fra di te.>> (Deuteronomio 26, 11)
La Torah prescrive che l’individuo gioisca per tutto il bene che gli è stato concesso. La gioia non è soltanto un sentimento intimo custodito nel cuore; essa si esprime anche attraverso la condivisione con gli altri del bene ricevuto.
Ritroviamo un concetto analogo subito dopo, nella mitzvah del ma’aser ani – la decima destinata ai poveri. Tale precetto impone al proprietario di un campo, durante il terzo e il sesto anno del ciclo settennale di Shemittah, di accantonare un decimo del proprio raccolto per donarlo ai poveri. La Torah non si limita al semplice atto del dono: anche le modalità con cui esso viene compiuto rivestono importanza. Come riporta Rashi citando le parole della Mishnah relative al versetto:
“«Ho fatto tutto ciò che mi hai comandato» – ho gioito e ho portato gioia attraverso di esso.” (Mishnah, Ma’aser Sheni 5, 12)
Una persona chiede al Creatore di concederle il bene perché gioisce nell’adempiere la mitzvà e perché, attraverso di essa, ha anche recato gioia a un’altra persona, con volto benevolo e cuore generoso.
Vi è una grande differenza tra chi dona perché non ha scelta e chi dona per gioia. Il primo ha compiuto un’azione; il secondo, attraverso quell’azione, ha rivelato ciò che accade nel suo cuore.
La gioia rivela che la mitzvà non è un semplice obbligo esteriore, bensì un’espressione di amore per il Creatore e di fiducia nel fatto che la via della Torah non sottrae il bene alla persona, ma anzi la conduce verso di esso.
Quando una persona dona a un’altra parte dei frutti del proprio lavoro, potrebbe insorgere del risentimento. Dopotutto, ha investito tempo, energie e impegno: perché mai dovrebbe cederne una parte a qualcun altro?
È proprio in questo frangente che la gioia viene messa alla prova.
Se una persona dona con spirito caloroso e accogliente, consapevole del privilegio di compiere la volontà del Creatore, rivela che il suo rapporto con Dio non è una transazione basata sul dare e avere, ma un legame di fede assoluta: la consapevolezza che, anche nel donare, non perde nulla, e che il suo vero guadagno risiede nell’adempiere la volontà del Creatore.
Per questo motivo, più avanti nella nostra parashà – dopo aver menzionato le novantotto maledizioni che possono abbattersi su chi non osserva i comandamenti del Creatore – la Torah indica un fattore particolarmente sorprendente come radice dei problemi e delle avversità che colpiscono l’uomo:
<< Tutte queste maledizioni verranno sopra di te, t’inseguiranno e raggiungeranno, in guisa che ne sarai rovinato; posciachè non avrai ubbidito al Signore, Iddio tuo, per osservare i precetti e gli statuti ch’egli t’impose. Esse [maledizioni] effettuerannosi in te e nella tua progenie in perpetuo [cioè sinchè durerà la rea condotta, vedi Capo XXX], in modo da servire di segno e d’esempio. In cambio che non hai servito il Signore, Iddio tuo, (quando vivevi) nell’allegrezza e nella contentezza del cuore, in mezzo all’abbondanza d’ogni cosa; >> (Deuteronomio 28, 45–47)
Questa affermazione è sorprendente, dato che la gioia è percepita dalla maggior parte delle persone come un lusso, e non come un requisito così serio e vincolante da far sì che chi se ne priva meriti di subire tutte queste maledizioni.
La spiegazione è questa: immagina una persona che dice a un amico intimo “Ti voglio molto bene“, ma con il volto inespressivo, la voce fredda e un atteggiamento distaccato. L’amico le crederebbe? Quando una persona ama davvero qualcuno e si trova in sua compagnia, quell’amore traspare dalle espressioni del volto e dal linguaggio del corpo.
Lo stesso vale per il servizio di Dio. Si possono adempiere le mitzvot come semplici azioni esteriori, ma la domanda che la Torah pone è più profonda: cosa accade nel tuo cuore mentre le compi?
A chi non prova gioia per ciò che possiede e trova difficile servire Dio “con gioia e letizia di cuore” manca qualcosa di più profondo. Non si tratta solo dell’azione in sé, ma della connessione interiore con Colui che ha comandato di compierla. E questa è una delle maledizioni più gravi: vivere una vita in cui le azioni esteriori e il mondo interiore non sono in sintonia.
Questo è precisamente il messaggio del mese di Elul.
Secondo gli insegnamenti della Chassidut, Elul è un mese di gioia, il mese in cui “il Re è nei campi“, vicino a ogni persona. È un momento in cui viene offerta una nuova opportunità per cambiare, per purificare il passato e per voltare pagina.
Per questo motivo, la parashà che si legge in questi giorni trasmette un messaggio chiaro: prima di entrare nel nuovo anno, impara a gioire di chi sei e del cammino che hai scelto. Gioisci del privilegio di essere ebreo e dell’opportunità di adempiere i comandamenti del Creatore. Gioisci del bene che ti è stato donato e, soprattutto, gioisci anche quando condividi parte di quel bene con un altro.



