Lavoro interiore – Rosh HaShanah 5787
di Rav Shmuel Rabinowitz, Rabbino del Kotel e luoghi sacri in Israele
Tradotto ed adattato da David Malamut
Una delle tradizioni peculiari del popolo ebraico è la “santificazione del nuovo mese” (*Kiddush HaChodesh*). Ogni mese, durante l’ultimo Shabbat del mese stesso — noto come Shabbat Mevarchim — ci alziamo in piedi per benedire il mese imminente, annunciarlo e prepararci ad accoglierlo. Ciò esprime il ruolo speciale del popolo ebraico nel determinare i tempi della santità.
Tuttavia, vi è un mese dell’anno che non benediciamo: il mese di Tishrei, in cui cade Rosh HaShanah. Si tratta dell’unica festività del calendario ebraico che ha luogo all’inizio del mese, nel momento della rinascita della luna, simbolo del popolo ebraico che si rinnova costantemente.
Proprio il mese che segna l’inizio dell’anno non fa il suo ingresso attraverso annunci o proclami pubblici; sembra piuttosto arrivare silenziosamente, di sua spontanea volontà. Il motivo per cui Rosh Chodesh Tishrei non richiede un annuncio è semplice: tutti sanno quando cade, trattandosi anche di Rosh HaShanah. Un’altra ragione, citata dalle autorità della Halakhah (la legge ebraica), è che ciò serve a confondere Satana, impedendogli di sapere quando avrà luogo il Giorno del Giudizio. I filosofi ebraici spiegano che è il Creatore stesso a santificare il nuovo anno e a crearlo di nuovo.
Apprendiamo che Rosh HaShanah cade in concomitanza con Rosh Chodesh Tishrei dal seguente versetto:
«Suonate lo shofar al novilunio, al tempo stabilito per la nostra festa.»
(Salmi 81, 4)
I nostri Saggi spiegano:
«Qual è la festa in cui il mese rimane celato? Si deve dire: è Rosh HaShanah.»
(Talmud, Rosh HaShanah 8a)
Successive autorità halakhiche hanno quindi stabilito (HaLevush, sezione 581; Magen Avraham, sezione 417, 1) che, per questo motivo, non si recita la Birkat HaChodesh nello Shabbat precedente Rosh Chodesh Tishrei, affinché il mese rimanga celato.
Il fatto che Rosh HaShanah sia una festività in cui il mese rimane “celato” non è un semplice dettaglio del calendario. Insegna qualcosa di fondamentale sulla natura di questa giornata e sul lavoro interiore che essa richiede da noi. Rosh HaShanah è un giorno di occultamento e, in un certo senso, proprio per questo, è un giorno di rivelazione. È il giorno in cui l’individuo è chiamato a rimuovere i veli che lo accompagnano durante l’anno e a guardare dentro di sé, verso il luogo in cui risiede la sua vera essenza.
Nel corso dell’anno, la persona vive in gran parte in un mondo di apparenze esteriori. È assorbita dalle proprie azioni, dai ruoli ricoperti, dai traguardi raggiunti e dalle relazioni con gli altri. Si muove in un universo di incombenze e decisioni, di lavoro e famiglia, di successi e fallimenti. Anche quando riflette su se stessa, spesso lo fa attraverso l’immagine che proietta all’esterno. Sa cosa fa e cosa dice, cosa gli altri pensano di lei e quale tipo di persona cerca di mostrare al mondo. Tuttavia, dentro ogni individuo esiste un mondo interiore che non è altrettanto visibile e che, a volte, la persona stessa stenta a incontrare.
Rosh HaShanah è il momento in cui all’individuo è chiesto di scrutare la propria anima e di non fuggire da ciò che vi è celato.
Questo è un significato profondo del Giorno del Giudizio. A Rosh HaShanah, quando la persona si presenta al cospetto del Creatore per essere giudicata, il velo cade. Ognuno affronta il giudizio da solo, oltre il velo, e lì si rivela la verità dell’anno trascorso. Ciò che gli sta di fronte non è un semplice elenco di azioni, bensì la persona stessa, nella sua autentica realtà.
Cosa ha occupato i suoi pensieri nel corso dell’anno? Cosa è stato davvero importante per lui? In quali momenti si è avvicinato a Dio e in quali se ne è allontanato? Sono domande che non sempre mettono a proprio agio, poiché richiedono di passare dall’esteriorità all’interiorità. Eppure, è proprio questo il compito di Rosh HaShanah: non accontentarsi di osservare gli eventi accaduti, ma cercare di comprendere chi fossimo noi stessi nel contesto di tutto ciò che è successo.
Ciò getta una luce particolare sull’usanza di non pronunciare la benedizione del mese prima di Rosh Chodesh Tishrei, dato che proprio il celamento è una caratteristica intrinseca di questa ricorrenza. Il “mese” stesso rimane celato, quasi a suggerire che Rosh HaShanah non ci chieda di cercare visibilità o apparenze esteriori, bensì di raggiungere una dimensione interiore più profonda.
Questo è anche uno dei significati profondi del suono dello shofar. Lo shofar non parla. Non contiene parole che spieghino ciò che la persona desidera esprimere; emette, piuttosto, un suono semplice.
Il Rebbe di Sochatchov (Shmuel Bornsztain- il secondo rebbe della dinastia chassidica Sochatchov) scrive a questo proposito nel suo libro Shem MiShmuel (Rosh HaShanah 5679/1918): lo shofar mira dunque a raggiungere una dimensione che precede le parole, quel luogo in cui la persona non si limita a sapere, ma sente. Si può sapere perfettamente cosa occorra correggere, e persino formulare tali concetti con precisione per anni, eppure quella consapevolezza può rimanere qualcosa di esterno. Esiste una distanza tra ciò che una persona custodisce nella mente e il punto in cui qualcosa diventa parte del suo cuore. Il suono dello shofar cerca di colmare tale distanza e di raggiungere “il punto celato del cuore”.
Questo è il messaggio che emerge dal versetto che ci istruisce su Rosh HaShanah: «Suonate lo shofar alla luna nuova, nel momento stabilito per la nostra festa». Il mese è celato, ma proprio attraverso tale occultamento diviene possibile la rivelazione. Occultamento e rivelazione non si contraddicono a vicenda; al contrario, è proprio l’occultamento a rendere possibile la rivelazione. Non è richiesto all’individuo di esibirsi davanti al mondo, bensì di incontrare ciò che giace al di sotto di tutto ciò che il mondo vede. Il Santo, benedetto Egli sia, non ha bisogno dell’apparenza esteriore della persona: Egli cerca la sua verità.
Rosh HaShanah ci invita a rimuovere, anche solo per un istante, i veli che ci celano durante l’anno e a guardare dentro di noi, verso il luogo in cui risiede la nostra anima. Lì, in un luogo invisibile agli altri e talvolta sconosciuto persino alla persona stessa, ha inizio il vero lavoro del nuovo anno.


