Il Re è nel campo – Guardarsi dentro durante il mese di Elul

 In Festività, Parashà della Settimana

di  Rabbino David Lau, ex Rabbino Capo d’Israele

tradotto ed adattato da David Malamut

Il calendario ebraico si conclude con il mese di Elul, il mese che ci prepara a Rosh Hashanah e Yom Kippur, il mese in cui nelle sinagoghe risuona il suono dello shofar. In questo periodo si recitano le “Selichot” – preghiere di penitenza – e si inizia a percepire l’atmosfera dei “Giorni di Timore Reverenziale“.

Il rabbino Israel Salanter, fondatore del movimento Mussar – il movimento che trasformò l’approccio ai precetti riguardanti i rapporti interpersonali nell’Europa orientale – racconta che, in gioventù, ogni volta che un uomo recitava la benedizione per il nuovo mese in sinagoga e udiva il cantore pronunciare “Rosh Chodesh Elul” (il primo giorno del mese di Elul), veniva colto da un tremito: temeva il Giudizio Divino del mese di Tishrei e anelava che il Creatore gli concedesse un anno buono.

A quei tempi, le persone si preoccupavano di quale sarebbe stato il loro destino quando si fossero trovate al cospetto di Dio nel Giorno del Giudizio. Come descrive il rabbino Amnon di Magonza nella preghiera “Unetaneh Tokef” (un piyyut che da secoli fa parte della liturgia di Rosh Hashanah e Yom Kippur in alcune tradizioni che si recita prima della Kedushah delle funzioni di Mussaf durante queste feste), persino gli angeli provavano timore: “E gli angeli saranno sgomenti, e paura e tremore li coglieranno, ed essi diranno: ecco, il Giorno del Giudizio, per sottoporre a giudizio le schiere celesti, poiché non saranno innocenti ai Tuoi occhi nel giudizio. E tutti coloro che vengono al mondo passeranno davanti a Te“.

Ecco cosa provava la gente in quei giorni: un timore e una paura autentici per l’avvicinarsi del Giorno del Giudizio. E per tutto il mese di Elul esaminavano le proprie azioni, pregavano con maggiore fervore, si impegnavano a fare beneficenza e ad aiutare il prossimo, sperando che, grazie al cambiamento positivo delle loro azioni, Dio li benedicesse.

Chiunque incontri degli ebrei nella nostra generazione non ne ricava questa impressione. Non vediamo persone che temono il Giorno del Giudizio a Rosh Hashanah. Non troviamo persone spaventate o allarmate. È vero, le melodie delle preghiere di Rosh Hashanah e delle Selichot sono solenni e toccanti; scuotono gli animi, spingono a prestare attenzione alle parole e suscitano un desiderio di santità, ma non sentiamo nessuno esprimere vera paura o anche solo preoccupazione. Non abbiamo l’impressione che, durante il mese di Elul, le persone siano più ansiose per “ciò che sarà” rispetto agli altri giorni dell’anno.

È forse possibile che siamo più giusti dei nostri antenati e che per questo non ci preoccupiamo? È vero che loro erano peccatori e quindi temevano il giudizio divino, mentre noi non abbiamo nulla di cui preoccuparci? La mente e il cuore rifiutano questa risposta. La ragione ci dice forse che non siamo necessariamente più legati a Dio e alla santità rispetto alle generazioni passate? Sappiamo bene, inoltre, in quale stato ci coglie il mese di Elul: non necessariamente in una condizione di vicinanza a Dio.

Cosa è cambiato in noi, dunque, da non sentirci più così turbati?

Re Salomone afferma nel Libro dei Proverbi: “Poiché il comandamento è una lampada e la Torah è luce“. Ciò significa che ogni comandamento che adempiamo illumina la nostra personalità, il nostro cuore, il nostro mondo, e ci dona gioia. E lo studio della Torah? È un raggio di luce, un faro che risplende e illumina tutto ciò che ci circonda.

Ma tutto questo è condizionato.

È condizionato dal nostro modo di sentire. È condizionato dalla nostra capacità di interiorizzare che i comandamenti ci guidano lungo un cammino virtuoso: che osservandoli riusciamo a vincere i desideri negativi e a trasformarci in una dimora gradita a Dio e al prossimo. È condizionato dal vivere nella consapevolezza che la Torah è la nostra luce; che essa illumina la nostra esistenza sia nei giorni di gioia che in quelli difficili; che la Torah costituisce l’essenza del popolo ebraico e che il Libro dei Libri è il fondamento stesso della nostra esistenza e della nostra natura.

Nel momento in cui comprendiamo questo — nel momento in cui viviamo alla luce di tali consapevolezze — allora iniziamo a interrogarci e a esaminare se siamo vicini alla luce o lontani da essa; se, attraverso le nostre azioni nel corso dell’anno, ci siamo avvicinati oppure, Dio non voglia, è accaduto il contrario. Poiché, se percepissimo davvero come ogni atto buono e positivo pianti in noi un nuovo germoglio di verità e onestà, e come ogni comandamento adempiuto aggiunga una goccia di luce, purezza e santità alla nostra personalità — se fosse davvero così, allora comprenderemmo anche che ogni trasgressione ci allontana dalla luce, agendo come una nube che oscura la nostra anima; e proveremmo dolore e rammarico ogni volta che venissimo meno alla tradizione dei nostri antenati.

Se le cose stessero davvero così, è evidente che in questo mese cercheremmo il modo di illuminare nuovamente l’anima, di riavvicinarci al senso del divino e della santità. Ma se compiamo i comandamenti senza entusiasmo, allora anche la luce del comandamento risulta fioca: non illumina né riscalda i nostri cuori, e l’oscurità della trasgressione non ci procura dolore.

L’Alter Rebbe di Chabad ci ha insegnato che, in questo mese, “il Re è nel campo“. Il Re dell’universo, Dio, è più vicino alle Sue creature che in qualsiasi altro momento dell’anno. Dio è come un padre che ama i propri figli e desidera avvicinarsi a loro per irradiare nuovamente su di essi la Sua grande luce e guidarli lungo il cammino che conduce a Lui.

Pertanto, quando comprendiamo e interiorizziamo la grande luce della Torah e dei suoi comandamenti, quando desideriamo avvicinarci al Re e sentiamo che Egli desidera la nostra vicinanza, allora ci prepariamo attraverso la preghiera e le buone azioni durante il mese di Elul; giungeremo così al Giorno del Giudizio consapevoli di aver meritato di far parte della casa del Re dell’Universo, che ci ama e desidera il nostro bene.

 

 

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