Per rinnovare i nostri giorni
di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l
Tradotto ed adattato da David Malamut
SOMMARIO:
In modo drammatico, Mosè raduna il popolo, tutto il popolo, capi tribù, anziani, funzionari, figli, mogli e stranieri nell’accampamento, dal taglialegna all’acquaiolo, per rinnovare il patto prima del loro ingresso nella terra. Li avverte solennemente che il loro futuro dipende dalla loro fedeltà ad esso. Se lo violassero, subirebbero sconfitta, devastazione ed esilio. Eppure, anche in quel caso, il patto e la sua promessa rimarrebbero validi.
Anche in mezzo alla dispersione e allo sradicamento, se il popolo ritorna a Dio, Egli tornerà da loro e li farà tornare nella loro terra. La scelta sarà sempre loro. Pertanto, “Scegliete la vita, perché possiate vivere voi e i vostri figli” (Deuteronomio 30, 19).
Vayelech è la più breve di tutte le parashot, composta da appena trenta versetti. Con parole toccanti, Mosè dice al popolo: “Ho ormai centovent’anni e non posso più andare e venire” (Deuteronomio 31, 2). Non sarà lui a guidarli attraverso il Giordano verso la Terra Promessa.
Mosè convoca quindi il suo successore, Giosuè, e alla presenza del popolo gli rivolge parole di incoraggiamento. Dà istruzioni affinché il popolo si riunisca ogni sette anni per ascoltare la lettura pubblica della Torah. Dio appare a Mosè e a Giosuè, avvertendoli che gli Israeliti potrebbero, col tempo, allontanarsi dall’alleanza; ordina loro di mettere per iscritto la Torah e di insegnarla al popolo, quale testimonianza perenne dell’alleanza stessa. Infine, incoraggia Giosuè, assicurandogli che sarà al suo fianco mentre guiderà il popolo.
Era giunto il momento. Mosè stava per morire. Aveva visto sua sorella Miriam e suo fratello Aronne precederlo nella morte. Aveva pregato Dio – non per vivere in eterno, né per vivere più a lungo, ma semplicemente: «Ti prego, lascia che io attraversi e veda la buona terra oltre il Giordano, quella buona regione montuosa e il Libano» (Deuteronomio 3, 25). La sua richiesta era semplice. Ti prego, lascia che io completi il viaggio. Lascia che io raggiunga la meta. Ma Dio disse di no:
<<Ma il Signore mi si mostrò irato, a cagion vostra, e non m’esaudì; ed il Signore mi disse: Ti basti! Non mi parlare più intorno a questa cosa.>> (Deuteronomio 3, 26)
Dio, che aveva esaudito quasi ogni altra preghiera di Mosè, gli negò questa.[ C’è una lezione importante in questo: sono le preghiere che rivolgiamo per gli altri, e quelle che gli altri rivolgono per noi, a trovare risposta, non sempre quelle che recitiamo per noi stessi. Ecco perché, quando preghiamo per la guarigione dei malati o per il conforto di chi è nel lutto, lo facciamo specificamente “in mezzo agli altri” che soffrono la malattia o la perdita. Come ha sottolineato Judah Halevi nel Kuzari, gli interessi dei singoli possono entrare in conflitto tra loro; è per questo che preghiamo in comunità, ricercando il bene collettivo.]
Che cosa fece dunque Mosè in questi ultimi giorni della sua vita? Disse al popolo:
<<E Mosè comandò ad essi, con dire: In capo a sett’anni, nell’anno destinato alla remissione, nella festa delle capanne; Quando tutt’Israel verrà a comparire innanzi al Signore, Iddio tuo, nel luogo che avrà scelto, leggerai questa Legge davanti a tutt’Israel, in modo che sia da essi udita. Convocherai (cioè) il popolo, gli uomini e le donne e la figliuolanza, ed i forestieri viventi nelle tue città; affinché ascoltino, e quindi apprendano ad adorare il Signore, Iddio vostro, ed osservino d’eseguire tutte le parole di questa Legge. Ed i loro figli, che non (ne) avevano cognizione, ascolteranno, ed apprenderanno ad adorare il Signore Iddio vostro, per tutt’il tempo che vivrete sulla terra, per andare a conquistare la quale voi siete per passare il Giordano.>> (Deuteronomio 31, 10-13)
Non vi è alcun riferimento specifico a questo comandamento nei libri successivi del Tanakh, ma si trovano resoconti di raduni molto simili – cerimonie di rinnovo dell’alleanza – in cui il re (o la figura equivalente) riuniva la nazione, leggeva la Torah o ricordava al popolo la propria storia, esortandolo a riaffermare i termini del proprio destino come popolo legato a Dio da un’alleanza.
Questo è, di fatto, ciò che Mosè fece durante l’ultimo mese della sua vita. L’intero libro del Deuteronomio è una riaffermazione dell’alleanza, a distanza di quasi quarant’anni e di una generazione dall’alleanza originaria stipulata al Monte Sinai. Un episodio analogo si verifica nel Tanakh dopo che Giosuè ha adempiuto al suo mandato di successore di Mosè, ha condotto il popolo oltre il Giordano, lo ha guidato in battaglia e lo ha insediato nella terra promessa. [Libro di Giosuè, cap. 24] Un altro evento simile ebbe luogo molti secoli più tardi, durante il regno di Giosia. Suo nonno Manasse, che regnò per cinquantacinque anni, fu uno dei peggiori sovrani del regno della Giudea: introdusse svariate forme di idolatria, compreso il sacrificio di bambini. Giosia cercò di riportare la nazione alla fede, ordinando (tra le altre cose) la purificazione e la ristrutturazione del Tempio. Fu proprio durante questi lavori di restauro che venne scoperta una copia della Torah, [Questa è l’interpretazione dell’evento secondo Radak e Ralbag. Abarbanel stenta a credere che non vi fossero altre copie della Torah conservate, neppure durante i periodi di idolatria della storia della nazione, e suggerisce che ciò che fu rinvenuto sigillato nel Tempio fosse la Torah stessa di Mosè, scritta di suo pugno.] rimasta celata in un nascondiglio per evitarne la distruzione nei lunghi decenni in cui l’idolatria aveva prosperato e la Torah era stata quasi dimenticata. Il re, profondamente colpito da tale scoperta, convocò un’assemblea nazionale sul modello dell’Hakhel:
«Allora il re convocò tutti gli anziani di Giuda e di Gerusalemme. Salì al Tempio del Signore insieme agli abitanti di Giuda e di Gerusalemme, ai sacerdoti e ai profeti: tutto il popolo, dal più piccolo al più grande. Lesse alla loro presenza tutte le parole del Libro dell’Alleanza, ritrovato nel tempio del Signore. Il re si pose presso la colonna e rinnovò l’alleanza alla presenza del Signore, impegnandosi a seguire il Signore e a osservare i suoi comandamenti, i suoi statuti e i suoi decreti con tutto il cuore e con tutta l’anima, confermando così le parole dell’Alleanza scritte in quel libro. Allora tutto il popolo aderì all’alleanza.» (Libro dei Re II 23, 1-3)
La più celebre cerimonia di tipo Hakhel fu il raduno nazionale convocato da Esdra e Neemia dopo la seconda ondata di rimpatriati da Babilonia (Neemia 8-10). In piedi su una piattaforma presso una delle porte del Tempio, Esdra leggeva la Torah, dopo aver disposto i Leviti tra la folla affinché potessero spiegare al popolo quanto veniva detto. La cerimonia, iniziata a Rosh Hashanah, culminò dopo Succot, quando il popolo si impegnò collettivamente, “con giuramento e maledizione, a seguire la Legge di Dio data tramite Mosè, servo di Dio, e a osservare scrupolosamente tutti i comandamenti, le norme e i decreti del Signore, nostro Signore” (Neemia 10, 29).
L’altro comandamento contenuto nella nostra parashà – l’ultimo che Mosè impartì al popolo – era racchiuso nelle parole: “Ora scrivete questo canto e insegnatelo agli Israeliti“; la tradizione rabbinica lo interpreta come l’ordine di scrivere, o quantomeno di partecipare alla stesura di, un Sefer Torah. Perché proprio questi due comandamenti, e proprio in quel momento?
Qui si stava compiendo qualcosa di profondo. Ricordiamo che Dio era apparso brusco nel respingere la richiesta di Mosè di poter attraversare il Giordano: “Basta!… Non parlarmi mai più di questo“. È questa la Torah, ed è questa la sua ricompensa? È così che Dio ha ripagato il più grande dei profeti? Certamente no.
Attraverso questi ultimi due comandamenti, Dio stava insegnando a Mosè – e, per suo tramite, agli ebrei di ogni epoca – cosa sia l’immortalità: un’immortalità terrena, non soltanto celeste. Siamo mortali perché siamo esseri fisici, e nessun organismo fisico vive in eterno. Cresciamo, invecchiamo, ci indeboliamo, moriamo. Ma non siamo soltanto fisici; siamo anche spirituali. Questi ultimi due comandamenti ci insegnano cosa significhi far parte di uno spirito che non è morto in quattromila anni e che non morirà finché esisteranno il sole, la luna e le stelle. [Geremia cap. 31]
Dio ha mostrato a Mosè, e a noi, come entrare a far parte di una civiltà che non invecchia mai. Essa resta giovane perché si rinnova continuamente. Gli ultimi due comandamenti della Torah riguardano il rinnovamento: prima collettivo, poi individuale.
L’Hakhel, la cerimonia di rinnovo dell’alleanza che si svolgeva ogni sette anni, garantiva che la nazione si dedicasse regolarmente di nuovo alla propria missione. Ho spesso sostenuto che esiste un luogo al mondo in cui questa cerimonia di rinnovo dell’alleanza ha ancora luogo: gli Stati Uniti d’America.
Il concetto di alleanza ha svolto un ruolo decisivo nella politica europea del XVI e XVII secolo, in particolare nella Ginevra di Calvino, nonché in Scozia, Olanda e Inghilterra. Il suo impatto più duraturo, tuttavia, si è avuto in America, dove fu portato dai primi coloni puritani e dove rimane parte integrante della cultura politica ancora oggi. Quasi ogni discorso di insediamento presidenziale – che si tiene ogni quattro anni dal 1789 – ha rappresentato, esplicitamente o implicitamente, una cerimonia di rinnovo dell’alleanza, una forma contemporanea di Hakhel. Nel 1987, intervenendo alle celebrazioni per il bicentenario della Costituzione americana, il presidente Ronald Reagan descrisse la Costituzione come una sorta di “alleanza che abbiamo stipulato non solo con noi stessi, ma con l’intera umanità… È un’alleanza umana; sì, e oltre a ciò, un’alleanza con l’Essere Supremo al quale i nostri Padri Fondatori si rivolgevano costantemente per chiedere sostegno“. Il dovere dell’America, affermò, è “rinnovare costantemente la propria alleanza con l’umanità… portare a compimento l’opera iniziata duecento anni fa, quella grande e nobile impresa che costituisce la vocazione specifica dell’America: il trionfo della libertà umana, il trionfo della libertà umana sotto lo sguardo di Dio“.
Se l’Hakhel rappresenta un rinnovamento nazionale, il comandamento che impone a ciascuno di noi di partecipare alla stesura di un nuovo Sefer Torah costituisce un rinnovamento personale. Era il modo in cui Mosè si rivolgeva a tutte le generazioni future: non basta dire “ho ricevuto la Torah dai miei genitori” (o dai nonni o dai bisnonni). Bisogna farla propria e rinnovarla in ogni generazione.
Una delle caratteristiche più sorprendenti della vita ebraica è che, da Israele a Palo Alto, gli ebrei figurano tra i più entusiasti utilizzatori delle tecnologie dell’informazione a livello mondiale e hanno contribuito in misura sproporzionata al loro sviluppo (Google, Facebook, Waze). Eppure, continuiamo a scrivere la Torah esattamente come si faceva migliaia di anni fa: a mano, con una penna d’oca, su un rotolo di pergamena. Non si tratta di un paradosso, bensì di una verità profonda: chi porta con sé il proprio passato è in grado di costruire il futuro senza timore.
Il rinnovamento è una delle imprese umane più ardue. Qualche anno fa incontrai l’uomo che stava per diventare Primo Ministro della Gran Bretagna. Nel corso della conversazione disse: “Ciò per cui prego di più è che, una volta arrivati lì” – intendendo il numero 10 di Downing Street – “io non dimentichi mai il motivo per cui volevo arrivarci“. Immagino avesse in mente le celebri parole di Harold Macmillan, Primo Ministro britannico tra il 1957 e il 1963, il quale, alla domanda su cosa temesse di più in politica, rispose: “Gli eventi, caro ragazzo, gli eventi“.
Le cose accadono. Veniamo sospinti dai venti del momento, coinvolti in problemi che non abbiamo creato noi, e finiamo per andare alla deriva. Quando ciò accade – che riguardi individui, istituzioni o nazioni – invecchiamo. Dimentichiamo chi siamo e perché. Alla fine, veniamo superati da persone (o organizzazioni, o culture) più giovani, più affamate di successo o più determinate di noi.
L’unico modo per restare giovani, affamati e motivati è attraverso un rinnovamento periodico, ricordando a noi stessi da dove veniamo, dove stiamo andando e perché. A quali ideali siamo dediti? Quale cammino siamo chiamati a proseguire? Di quale storia facciamo parte?
È dunque quanto mai opportuno e meraviglioso che, proprio nel momento in cui il più grande dei profeti affrontava la propria mortalità, Dio abbia rivelato a lui – e a noi – il segreto dell’immortalità: non solo in cielo, ma qui sulla terra. Infatti, quando rispettiamo i termini dell’alleanza e la rinnoviamo nella nostra vita, continuiamo a vivere in coloro che verranno dopo di noi, siano essi i nostri figli, i nostri discepoli o le persone che abbiamo aiutato o influenzato. Noi “rinnoviamo i nostri giorni come un tempo” (Libro delle Lamentazioni 5, 21). Mosè morì, ma ciò che insegnò e ciò che perseguì continua a vivere.



