Responsabilità ambientale – Parashat Nitzavim-Vayelech 5786
di Rav Shmuel Rabinowitz, Rabbino del Kotel e luoghi sacri in Israele
tradotto ed adattato da David Malamut
Una delle caratteristiche particolari e salienti del mondo occidentale è l’ossessione per i risultati personali e la ricerca di un successo straordinario. Miliardi di persone vivono le une accanto alle altre, vedendo il prossimo come un rivale nella corsa al successo e come una minaccia alla propria privacy.
Questo atteggiamento genera un problema sociale fondamentale. Una società sana si fonda sulla solidarietà reciproca, in cui spetta a chi è forte sostenere chi è debole e aiutarlo a superare le difficoltà. Si basa sulla consapevolezza che la ruota gira: oggi aiuto te, e domani tuo figlio aiuterà il mio. Tuttavia, quando ognuno è concentrato esclusivamente su se stesso, vengono a mancare sia il tempo che la volontà di occuparsi dei problemi altrui. Ne scaturisce un’ideologia di presunta indifferenza: si ritiene che le persone debbano cavarsela da sole, che non debbano gravare sulla società e che ciascuno sia responsabile unicamente di se stesso.
L’atteggiamento del “lasciatemi in pace” – guidato dalla preoccupazione primaria che tutto vada bene per sé – è pericoloso. In ultima analisi, infatti, i problemi che ci circondano finiscono per coinvolgere anche noi e non possono essere semplicemente ignorati.
Questo approccio si manifesta anche nella sfera spirituale e morale. In questo ambito, in particolare, si diffonde talvolta il tabù secondo cui non ci si dovrebbe intromettere nella vita altrui, né si avrebbe il diritto o l’autorità di indicare a un’altra persona cosa sia vero o giusto per lei. Così, si finisce per vivere secondo il principio per cui “ognuno fa ciò che ritiene giusto ai propri occhi“, mentre i valori morali si sgretolano progressivamente. Il mondo “illuminato” talvolta preferisce ignorare le conseguenze, purché la propria situazione personale rimanga favorevole.
La Parashà di Nitzavim, che si legge nel periodo che precede Rosh Hashanà, proclama a gran voce che l’unico modo per garantire un anno nuovo positivo e prospero, nonché un mondo risanato e migliore, è attraverso il concetto di responsabilità reciproca.
Questo approccio, noto a livello globale come “responsabilità sociale“, si fonda su una celebre parabola che vede protagonisti alcuni passeggeri a bordo di una nave. Uno di loro prese un trapano e iniziò a praticare un foro nel pavimento sotto il proprio sedile. Gli altri passeggeri, vedendolo, esclamarono con sgomento: “Cosa stai facendo?”
Egli rispose: “Perché vi preoccupate? Sto forando sotto il mio sedile, non sotto il vostro!”
Essi replicarono: “Il danno ci riguarda eccome, perché l’acqua salirà, farà affondare l’intera nave e noi tutti annegheremo insieme a te.”
La consapevolezza che acque torbide, scorrendo nell’abitazione di qualcuno, possano finire per inondare il mondo intero, ben descrive la realtà umana. È proprio questo il punto di partenza del concetto di responsabilità reciproca: non esiste davvero una condizione che riguardi “solo ciò che sta sotto il mio sedile“. Ciò che accade a una singola persona può, in ultima analisi, ripercuotersi sulla società nel suo complesso.
Tale concetto costituisce il fondamento dell’approccio ebraico ai valori della verità e alla formazione dell’interiorità. Non possiamo lasciare il mondo privo di responsabilità, permettendo a ciascuno di agire secondo la propria convenienza. In caso contrario, la nave che trasporta i nostri valori collettivi rischierebbe di affondare, e il mondo potrebbe precipitare in una condizione simile a quella della generazione del Diluvio, quando “la terra era piena di violenza”.
Per comprendere l’importanza di questa idea, la Parashà si apre con le seguenti parole:
<<Voi siete rimasti oggi tutti davanti al Signore, Iddio vostro i vostri capi (di migliaja, di centinaja ec.), i vostri Capi di tribù, i vostri anziani e i vostri soprantendenti, tutti gli uomini d’Israel; La vostra figliuolanza, le vostre donne, ed il forestiere vivente nel tuo campo; quegli che ti taglia le legna, e quegli che ti attigne l’acqua>> (Deuteronomio 29, 9–10)
La Torah, che è meticolosa riguardo a ogni parola e formulazione e non contiene nulla di superfluo, sceglie tuttavia in questo caso di soffermarsi ed elencare le diverse tipologie di persone che compongono il popolo ebraico: leader e gente comune, uomini e donne, adulti e bambini, nativi e convertiti. Tutti loro sono riuniti insieme.
Il messaggio è che il modo per costruire un mondo risanato e migliore non può basarsi sui singoli individui. Ognuno è partecipe, ognuno è necessario e ogni persona ha un posto e un ruolo nello sforzo collettivo.
Questo impegno assunse un significato ancora maggiore quando il principio di responsabilità reciproca fu nuovamente sancito all’interno del popolo ebraico. La parashà descrive come Mosè, nel suo ultimo giorno di vita terrena, riunisca l’intero popolo ebraico e proponga loro un nuovo standard dell’alleanza con Dio. Da quel momento in poi, ogni membro del popolo ebraico si sarebbe fatto carico anche della responsabilità per le azioni altrui. Come afferma il Talmud:
«Tutti gli ebrei sono responsabili l’uno dell’altro.» (Talmud Babilonese, Sanhedrin 27b)
Una volta rinnovato il principio di responsabilità reciproca tra il popolo ebraico, la questione non era più oggetto di opinione personale. Chiunque abbia la capacità di influenzare coloro che lo circondano e non lo faccia, si assume la responsabilità delle conseguenze, secondo l’insegnamento del Talmud:
«Chi ha la possibilità di protestare contro i membri della propria famiglia ma non lo fa, è ritenuto responsabile per i membri della propria famiglia; contro gli abitanti della propria città ma non lo fa, è ritenuto responsabile per gli abitanti della propria città; contro il mondo intero ma non lo fa, è ritenuto responsabile per il mondo intero.» (Talmud Babilonese, Shabbat 54b)
Chiunque possieda la conoscenza, gli strumenti e la capacità di influenzare gli altri – sia sul piano fisico che su quello spirituale – ha il dovere di impegnarsi e offrire il proprio aiuto, in particolare a coloro su cui esercita tale influenza.
L’essenza di questo concetto è racchiusa nelle splendide parole del Rabbino Capo emerito della Gran Bretagna, Rabbi Jonathan Sacks zt”l: “Non ho bisogno che tu sia d’accordo con me; ho bisogno che tu ti prenda cura di me!“. Non è necessario che tutti la pensino allo stesso modo, né che tutti vivano secondo lo stesso modello; è fondamentale, tuttavia, che ognuno abbia a cuore le persone che si trovano sulla stessa barca.
Questo è l’importante messaggio che la Parasha di Nitzavim ci trasmette mentre ci prepariamo al nuovo anno: non dobbiamo pensare solo a noi stessi, ma dobbiamo anche saper vedere chi ci sta accanto, poiché, in ultima analisi, siamo tutti sulla stessa barca. E questa è la via maestra per un anno nuovo buono e dolce.


