Il segreto del matrimonio – Parashat Ki Tetze 5786
di Rav Shmuel Rabinowitz, Rabbino del Kotel e luoghi sacri in Israele
Tradotto ed adattato da David Malamut
Gli studi che esaminano i fattori alla base della stabilità emotiva e del successo nella vita di una persona dimostrano che, accanto ai bisogni fondamentali quali il sostentamento, il riconoscimento personale e un tetto sopra la testa, l’anima umana necessita di un luogo sicuro, stabile e familiare. Un luogo che ci completi, ci riempia il cuore e ci doni un senso di continuità, di appartenenza e di nuova creazione.
Quel luogo è la famiglia: il coniuge e i figli. Un ambiente accogliente, esperienze condivise e, soprattutto, la creazione della vita e la crescita di una nuova generazione, nata dal legame tra due anime che si sono unite e hanno scelto di completarsi a vicenda.
Questo bisogno è descritto già agli albori della creazione. Subito dopo la creazione di Adamo, la Torah afferma:
<<…Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto analogo a lui.>> (Genesi 2, 18)
Da allora, questa sensazione è familiare alla maggior parte degli esseri umani. In un modo o nell’altro, una persona incontra l’anima che la completa. Da quel momento, avverte l’esistenza di un legame autentico. Col passare del tempo, può sembrare ovvio che la scelta giusta sia costruire una casa insieme e dare vita a una nuova esistenza.
Tuttavia, sorge un interrogativo profondo. Proprio quelle persone che un tempo avevano provato uno straordinario senso di completezza, che non riuscivano a immaginare la propria vita senza quella che sembrava essere la loro “metà mancante“, a volte, dopo un certo periodo, diventano estranee l’una all’altra. La magia svanisce, la scintilla si affievolisce e, all’improvviso, non sono più certe di aver preso la decisione giusta.
Come si concilia questo fenomeno con le fotografie e i video commoventi dei matrimoni, in cui due persone sembrano aver trovato l’intero loro mondo l’una nell’altra? Ciò che provavano allora non era forse reale? Com’è possibile che tante persone, sposatesi sulla spinta di una profonda intimità, finiscano per ritrovarsi distanti, fino ad arrivare alla separazione?
La questione si fa ancora più stringente quando leggiamo i versetti della parasha della Torah di questa settimana, che affrontano il tema doloroso dei matrimoni falliti:
<<Quando tal uno avrà pigliato una donna, e ne sarà divenuto marito, e quella poi non incontri la sua grazia, avendo egli trovato in essa qualche cosa di sconcio; le scriverà una carta di ripudio e gliela darà in mano, e la manderà via di casa sua.>> (Deuteronomio 24, 1)
Il lettore si chiede: com’è possibile che proprio la donna che lui stesso ha scelto non trovi più, all’improvviso, il suo gradimento? Come hanno fatto tutti quei sogni a trasformarsi repentinamente in un’enorme delusione? Tutte le qualità positive che avevano motivato il matrimonio sembrano svanite e, d’un tratto, in quasi ogni aspetto l’uno trova nell’altra qualcosa che non gli piace.
I nostri Saggi, infatti, hanno affermato:
«Chi divorzia dalla prima moglie… persino l’altare versa lacrime per lui.»
(Talmud Babilonese, Gittin 90b)
Siamo dunque chiamati a dare una risposta profonda e autentica a questo interrogativo doloroso: perché accade davvero?
Rabbi Meir Leibush – il Malbim – nel suo commento alla Torah, offre una prospettiva molto diversa da quella comunemente accettata oggi. Nel mondo moderno, le persone vogliono sapere tutto in anticipo e solo allora prendere una decisione. Se non hanno la certezza di conoscere a fondo la persona che hanno di fronte e di comprendere appieno ciò a cui vanno incontro, trovano difficile procedere. È quindi prassi comune conoscersi per molti anni prima di sposarsi.
Tuttavia, proprio questo approccio può creare un problema. Quando l’amore viene costruito interamente prima del matrimonio, la coppia può arrivare alla cerimonia nuziale avendo già portato la relazione al suo apice emotivo. Ci si aspetta che il matrimonio mantenga viva quella stessa sensazione di euforia, ma a volte è solo dopo le nozze che iniziano a emergere differenze, sfide e debolezze: aspetti che in precedenza non erano evidenti.
L’approccio tradizionale ebraico, noto come shidduchim (ovvero l’arte di far incontrare i futuri coniugi), si basa in gran parte sull’idea opposta. Dopo aver valutato la compatibilità della coppia negli ambiti fondamentali per la vita familiare, si inizia a costruire l’amore insieme. L’obiettivo non è completare la costruzione dell’amore prima del matrimonio, bensì iniziarla attraverso il matrimonio stesso.
Quando una coppia costruisce la propria vita insieme, ogni esperienza condivisa, ogni sfida superata, ogni atto di gentilezza e ogni espressione di dedizione aggiunge un nuovo livello alla relazione. L’amore, dunque, non rimane statico: può approfondirsi, maturare e rafforzarsi nel corso degli anni.
Il rapporto tra uomo e donna è anche, in un certo senso, un riflesso della relazione tra la persona e il suo Creatore. Entrambi si fondano sulla connessione, sul dare e ricevere e sulla creazione di un legame che non poggia soltanto su un’emozione passeggera, ma su un impegno profondo.
In questi giorni – i Giorni della Misericordia e delle Selichot, in cui siamo chiamati ad avvicinarci al nostro Creatore – potremmo accostarci a Dio con lo stesso atteggiamento: “Prima lascia che io capisca tutto; prima lascia che io mi senta a mio agio; prima lascia che io riesca a connettermi; e solo allora mi impegnerò“. Ma il cammino ebraico suggerisce il movimento opposto.
Innanzitutto, creiamo una connessione. Osserviamo le mitzvot (i precetti). Moltiplichiamo le nostre buone azioni. Costruiamo una relazione attraverso i nostri atti, anche quando l’emozione non è ancora pienamente compiuta. Poi, man mano che l’anima si colma, l’amore cresce e il legame si approfondisce.
Che possiamo avere il merito di percorrere la strada giusta e di sperimentare un amore eterno.



