I parametri della giustizia

 In Parashà della Settimana

di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l

Tradotto ed adattato da David Malamut

SOMMARIO:

Con Ki Teitse, Mosè raggiunge il cuore delle disposizioni dettagliate del patto. La parasha contiene non meno di settantaquattro comandamenti, più di qualsiasi altro nella Torah. Tra questi, leggi sulle disfunzioni familiari, obblighi morali e legali verso i vicini e i concittadini, reati sessuali, comportamento morale in materia finanziaria e altre regole di responsabilità sociale. La parasha si conclude con il comando di essere eternamente vigili riguardo ad Amalek, il caso paradigmatico di odio e crudeltà della Torah.

L’oscurità non può scacciare l’oscurità: solo la luce può farlo. L’odio non può scacciare l’odio: solo l’amore può farlo. L’odio moltiplica l’odio, la violenza moltiplica la violenza e la rigorosità (durezza) moltiplica la rigorosità (durezza)…Martin Luther King

Immagino che uno dei motivi per cui le persone si aggrappano così ostinatamente al loro odio sia perché sentono che, una volta che l’odio se ne sarà andato, saranno costrette ad affrontare il dolore.James Arthur Baldwin

In Deuteronomio 24 incontriamo, per la prima volta, l’enunciazione esplicita di una legge di vasta portata:

<< Non facciansi morire i padri pei figli, e i figli non facciansi morire pei padri: nessuno dev’essere messo a morte, fuorché pel proprio peccato. >> (Deuteronomio 24, 16)

Disponiamo di solide prove storiche riguardo a ciò che questa legge escludeva, vale a dire la punizione vicaria, ovvero l’idea che qualcun altro potesse essere punito per un crimine commesso da me:

Ad esempio, nelle leggi medio-assire, lo stupro di una vergine non ancora promessa sposa che vive nella casa del padre veniva punito con lo stupro della moglie del violentatore; quest’ultima, inoltre, rimaneva poi presso il padre della vittima. Hammurabi stabiliva che, se un uomo avesse colpito una donna incinta causandone l’aborto e la morte, a essere messa a morte fosse la figlia dell’aggressore. Se un costruttore avesse edificato una casa poi crollata, uccidendo il figlio del proprietario, a essere messo a morte sarebbe stato il figlio del costruttore, non il costruttore stesso.” (Nahum Sarna, Esplorando Esodo: Le origini della Israele Biblica, p. 176)

Abbiamo anche testimonianze interne alla Bibbia su come venisse applicata la legge mosaica. Ioas (יְהוֹאָשׁ), uno dei re giusti di Giuda, tentò di sradicare la corruzione tra i sacerdoti e fu assassinato da due dei suoi funzionari. Gli succedette il figlio Amasia, di cui leggiamo quanto segue:

Una volta consolidato il potere, egli [Amasia] fece giustiziare i funzionari che avevano assassinato il re, suo padre. Tuttavia, non mise a morte i figli degli assassini, conformemente a quanto scritto nel Libro della Legge di Mosè, dove il Signore aveva comandato: «I padri non saranno messi a morte per i figli, né i figli per i padri; ognuno dovrà morire per i propri peccati».” (i Re II 14, 5-6)

La domanda ovvia, tuttavia, è: in che modo questo principio è compatibile con l’idea, enunciata quattro volte nei libri mosaici, secondo cui i figli possono soffrire per i peccati dei genitori? «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e benevolo, lento all’ira, ricco di bontà e di verità, che conserva la sua bontà per mille generazioni, che perdona l’iniquità, la ribellione e il peccato, ma che non lascia impunito il colpevole, facendo ricadere la colpa dei padri sui figli e sui figli dei figli, fino alla terza e alla quarta generazione» (Esodo 34, 7; si vedano anche Esodo 20, 5; Numeri 14, 18; Deuteronomio 5, 8).

La risposta breve è semplice: si tratta della differenza tra giustizia umana e giustizia divina. Noi non siamo Dio. Non possiamo scrutare nel cuore di chi compie il male né valutare appieno le conseguenze delle sue azioni. Non ci è dato amministrare una giustizia perfetta, che faccia corrispondere esattamente il male subito da una persona al male da essa causato. Non sapremmo nemmeno da dove cominciare. Come si punisce un dittatore responsabile della morte di milioni di persone? Come si valuta la portata di una lesione devastante causata dalla guida in stato di ebbrezza, che colpisce non solo la vittima ma l’intera sua famiglia per il resto della vita? Come valutiamo il grado di colpevolezza, per esempio, di quei tedeschi che sapevano cosa stava accadendo durante l’Olocausto ma non fecero né dissero nulla per aiutare? La colpa morale è un concetto molto più difficile da applicare rispetto alla colpa giuridica.

La giustizia umana deve operare entro i limiti della comprensione e delle norme umane. Da qui la regola chiara: nessuna punizione per procura. Solo il colpevole deve subire la pena, e solo dopo che la sua colpevolezza sia stata accertata attraverso procedure giudiziarie eque e imparziali. È questo il principio fondamentale enunciato per la prima volta in Deuteronomio 24, 16.

Tuttavia, la questione non finì lì. Nei Libri degli ultimi due profeti – Geremia ed Ezechiele – troviamo un’esplicita rinuncia all’idea che i figli possano soffrire per i peccati dei genitori, anche quando applicata alla giustizia divina. 

Ecco Geremia, che parla a nome di Dio:

In quei giorni non si dirà più: «I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allupati». Ognuno morirà invece per il proprio peccato; chiunque mangi uva acerba, saranno i suoi denti ad alluparsi.” (Geremia 31, 29-30)

E questo, da Ezechiele:

La parola del Signore mi fu rivolta: «Che cosa volete dire voi citando questo proverbio riguardo alla terra d’Israele: “I padri mangiano uva acerba e i denti dei figli si allupano”? Com’è vero che io vivo – dichiara il Signore Dio – non userete più questo proverbio in Israele. Poiché ogni anima vivente appartiene a me: il padre come il figlio, entrambi mi appartengono. L’anima che pecca è quella che morirà».” (Ezechiele 18, 1-3)

Il Talmud (Makkot 24a) solleva l’ovvia questione. Se Ezechiele ha ragione, che ne è allora dell’idea che i figli vengano puniti fino alla terza e alla quarta generazione?

La risposta è sorprendente:

Disse Rabbi Yose ben Hanina: Il nostro maestro Mosè pronunciò quattro sentenze [avverse] contro Israele, ma quattro profeti giunsero e le revocarono… Mosè disse: “Egli punisce i figli e i figli dei figli per il peccato dei padri, fino alla terza e alla quarta generazione”. Ezechiele venne e dichiarò: “L’anima che pecca è quella che morirà”.

Mosè decretò: Ezechiele venne e annullò il decreto! Chiaramente la questione non può essere così semplice. Dopotutto, non fu Mosè a decretare ciò, bensì Dio stesso. Cosa intendono dire i Saggi?

Intendono dire – credo – questo: il concetto di giustizia perfetta trascende la comprensione umana, per le ragioni già esposte. Non potremo mai conoscere appieno il grado di colpevolezza. Né possiamo conoscere l’intera portata della responsabilità. La Mishnah nel trattato Sanhedrin (4, 5) afferma che un testimone, nei processi capitali, veniva solennemente ammonito: se, a causa di una falsa testimonianza, una persona fosse stata ingiustamente condannata a morte, allora egli – il testimone – sarebbe stato “ritenuto responsabile del sangue di costui [l’accusato] e del sangue dei suoi [potenziali] discendenti fino alla fine dei tempi”. Inoltre, quando si parla di Provvidenza, non è sempre possibile distinguere la punizione dalla conseguenza naturale. Una madre tossicodipendente dà alla luce un figlio tossicodipendente. Un padre violento viene aggredito dal figlio violento. Si tratta di retribuzione, di genetica o di influenza ambientale? Quando si tratta di giustizia divina, in contrapposizione a quella umana, non possiamo mai andare oltre una comprensione assai rudimentale, se pure vi arriviamo.

Dalle parole di Dio a Mosè emergono chiaramente due aspetti. In primo luogo, Egli è un Dio di compassione ma anche di giustizia: senza giustizia vi è anarchia, ma senza compassione non vi sono né umanità né speranza. In secondo luogo, nella tensione tra questi due valori, la compassione di Dio supera di gran lunga la Sua giustizia. La prima dura per sempre («fino a mille [generazioni]»). La seconda è circoscritta alla vita del peccatore: la «terza e quarta generazione» (nipoti e pronipoti) rappresentano i limiti della discendenza che si può sperare di vedere nel corso di una vita umana.

Ciò di cui parlano Geremia ed Ezechiele è ben diverso. Essi si riferivano al destino della nazione. Entrambi vissero e operarono all’epoca dell’esilio babilonese, combattendo contro il senso di disperazione che serpeggiava tra il popolo: «Cosa possiamo fare? Veniamo puniti per i peccati dei nostri antenati». Non è così, affermavano i profeti. Ogni generazione ha il proprio destino nelle proprie mani. Pentitevi e sarete perdonati, qualunque siano stati i peccati del passato, vostri o di chi vi ha preceduto.

La giustizia è un fenomeno complesso; quella divina lo è infinitamente di più. Una cosa, tuttavia, è certa. Quando si tratta di giustizia umana, Mosè, Geremia ed Ezechiele concordano: i figli non possono essere puniti per i peccati dei genitori. Una punizione per procura è semplicemente ingiusta.

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