Tzedek: Giustizia e compassione – Parshat Devarim

 In Parashà della Settimana

di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l

Tradotto ed adattato da David Malamut

Mentre Mosè inizia i suoi grandi discorsi conclusivi rivolti alla generazione successiva, affronta un tema che domina gli ultimi libri mosaici: la giustizia.

<< Ed io allora comandai ai vostri giudici, con dire: Ascolterete (le quistioni ch’insorgeranno) tra i vostri fratelli, e giudicherete giustamente, sia tra due nazionali, o tra un nazionale ed un forestiere. Non distinguerete facce [non farete differenza di persone] nel giudizio, ascolterete egualmente il piccolo ed il grande, non temerete d’alcuno; imperocchè il giudicare è di Dio [cioè: il giudice rappresenta la Divinità, deve quindi essere imparziale ed impavido]. La cosa poi che vi riuscirà difficile, la presenterete a me, e l’ascolterò. >> (Deuteronomio 1, 16-17)

Tzedek, «giustizia», è una parola chiave nel libro di Devarim (Deuteronomio) – in particolare nel versetto:

<< Il giusto, il giusto segui: così vivrai, e possederai il paese, ch’il Signore, Iddio tuo, è per darti. >> (Deuteronomio 16, 20)

La distribuzione della parola tzedek – e del suo derivato tzedakah – nei Cinque Libri di Mosè è tutt’altro che casuale. Essa si concentra prevalentemente nel primo e nell’ultimo libro: la Genesi (dove compare 16 volte) e il Deuteronomio (18 volte). Nell’Esodo ricorre solo quattro volte e nel Levitico cinque. Tutte queste occorrenze, tranne una, sono concentrate in due capitoli: Esodo 23 (dove 3 delle 4 occorrenze si trovano in due versetti, 23:7-8) e Levitico 19 (dove tutte e 5 le occorrenze sono presenti nel capitolo 19). Nel libro dei Numeri, la parola non compare affatto.

Questa distribuzione è una delle molte indicazioni del fatto che il Chumash (il Pentateuco – i Cinque Libri di Mosè) è costruito come un chiasmo, ovvero un’unità letteraria dalla struttura ABCBA. La struttura è la seguente:

A: Genesi – la preistoria di Israele (il passato remoto)

B: Esodo – il viaggio dall’Egitto al Monte Sinai

C: Levitico – il codice della santità

B: Numeri – il viaggio dal Monte Sinai alle rive del Giordano

A: Deuteronomio – la post-storia di Israele (il futuro remoto)

Il leitmotiv (tema ricorrente) di tzedek/tzedakah appare nei punti chiave di questa struttura: i due libri esterni, Genesi e Deuteronomio, e il capitolo centrale dell’intera opera, il Levitico 19. È evidente che la parola costituisce un tema dominante dei libri mosaici nel loro complesso.

Cosa significa? Tzedek/tzedakah è un termine quasi impossibile da tradurre, a causa delle sue molteplici sfumature di significato: giustizia, carità, rettitudine, integrità, equità, correttezza e innocenza. Indica certamente qualcosa di più della giustizia in senso strettamente legale, per la quale la Bibbia utilizza termini come mishpat e din. Un esempio illustra bene il concetto:

<< E s’egli è (assai) povero [e non può darti in pegno che la coperta da letto], non devi porti a giacere avendo il suo pegno presso di te. Devi restituirgli il pegno, tramontato che sia il sole: così egli giacerà nella sua coperta, e ti benedirà, e tu avrai un merito innanzi al Signore, Iddio tuo. >> (Deuteronomio 24, 12-13)

In questo versetto, tzedakah non può significare giustizia legale. Si parla di una situazione in cui una persona povera possiede un unico mantello o una sola copertura, che ha consegnato al creditore a garanzia di un prestito. Il creditore ha il diritto legale di trattenere il mantello finché il prestito non sia stato rimborsato. Tuttavia, agire in base a tale diritto non è affatto la cosa giusta da fare; significa ignorare la condizione umana della persona povera, che non ha nient’altro per proteggersi dal freddo durante la notte. Il concetto appare ancora più chiaro se esaminiamo il passo parallelo in Esodo 22, che recita:

<< Se prenderai in pegno la veste del tuo prossimo, prima che tramonti il sole gliela restituirai. Perocchè quella è la sua unica coperta, è la sua veste (necessaria) per

la sua pelle. In che giacerà [se non gliela rendi]? – Ora, quand’egli sclamerà a me, io ascolterò, perocchè io sono pietoso. >> (Esodo 22, 25-26)

La stessa situazione che nel Deuteronomio è descritta come tzedakah, nell’Esodo è definita compassione o grazia (chanun). Il compianto rabbino Aryeh Kaplan tradusse tzedakah (in Deuteronomio 24) come “merito caritatevole“. La resa migliore è “ciò che è giusto e corretto fare” oppure “giustizia temperata dalla compassione“.

Nell’ebraismo, la giustiziatzedek, in contrapposizione a mishpat – deve essere temperata dalla compassione. Da qui la terribile, tragica ironia del discorso di Porzia nel Il mercante di Venezia:

La qualità della misericordia non è imposta,

scende come la pioggia gentile dal cielo

sulla terra sottostante: è doppiamente benedetta;

benedice chi la dona e chi la riceve:

è più potente nei potenti: si addice

al monarca sul trono più della sua corona;

il suo scettro mostra la forza del potere temporale,

l’attributo che incute timore e maestà,

in cui risiede il terrore e il rispetto per i re;

ma la misericordia è al di sopra di questo dominio scettrato;

essa siede sul trono nei cuori dei re,

è un attributo di Dio stesso;

e il potere terreno appare più simile a quello divino

quando la misericordia tempera la giustizia. Perciò, Ebreo,

sebbene tu invochi la giustizia, considera questo:

che, nel corso della giustizia, nessuno di noi

vedrebbe la salvezza: noi preghiamo per la misericordia;

e quella stessa preghiera ci insegna a compiere

atti di misericordia. Ho detto tutto ciò

per mitigare la giustizia della tua richiesta…

Qui Shakespeare esprime lo stereotipo medievale che contrappone la misericordia cristiana (rappresentata da Porzia) alla giustizia ebraica (rappresentata da Shylock). Egli non si rende affatto conto – e come avrebbe potuto, data la cultura dominante? – che nella lingua ebraica “giustizia” e “misericordia” non sono concetti opposti, bensì uniti in un’unica parola: tzedek o tzedakah. A rendere il tutto ancora più ironico, il linguaggio e le immagini stesse del discorso di Porzia («Essa scende come la dolce pioggia dal cielo») sono tratti dal Deuteronomio:

<< Stillerà (benefico) come la pioggia il mio eloquio, colerà come la rugiada la mia parola; qual nembo sull’erbetta, e qual copiosa pioggia sugli erbaggi. Il nome [gli attributi] del Signore io sono per promulgare, fate dunque (cielo e terra) onore al nostro Iddio [cioè porgete attenzione alle mie parole, dirette a celebrare le lodi di Lui]. Il Forte [letteralmente: la rupe] …immacolato è il suo operare, poiché tutte le sue vie sono giustizia. È Dio di lealtà, né in lui è fallacia: giusto e retto egli è. >> (Deuteronomio 32, 2-4)

Il falso contrasto tra ebreo e cristiano nel Il mercante di Venezia è una testimonianza eloquente della crudele distorsione dell’immagine dell’ebraismo nella teologia cristiana fino a tempi recenti.

Perché, dunque, la giustizia è così centrale nell’ebraismo? Perché è imparziale. La legge, così come concepita dalla Torah, non fa distinzione tra ricchi e poveri, potenti e impotenti, nativi e stranieri. L’uguaglianza di fronte alla legge è la traduzione in termini umani dell’uguaglianza di fronte a Dio. Ripetutamente la Torah ribadisce che la giustizia non è un prodotto umano: “Non lasciarti intimidire da alcun uomo, poiché il giudizio appartiene a Dio“. Poiché appartiene a Dio, non deve mai essere compromessa – né dalla paura, né dalla corruzione, né dal favoritismo. È un dovere imprescindibile, un diritto inalienabile.

L’ebraismo è una religione dell’amore: amerai il Signore tuo Dio; amerai il prossimo tuo come te stesso; amerai lo straniero. Ma è anche una religione della giustizia, poiché senza giustizia l’amore si corrompe (chi non piegherebbe le regole, se potesse, per favorire coloro che ama?). È anche una religione della compassione. Poiché senza compassione, la legge stessa può generare iniquità. Giustizia più compassione equivale a tzedek, il primo presupposto di una società dignitosa.

 

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