Piano e costante
di Rav Shmuel Rabinowitz, Rabbino del Kotel e luoghi sacri in Israele
Tradotto ed adattato da David Malamut
Il Libro di Bamidbar si conclude con la descrizione dei luoghi in cui i Figli d’Israele si accamparono durante i loro quarant’anni di peregrinazione nel deserto. La parashà si apre con le parole: “Questi sono i viaggi dei Figli d’Israele” (Numeri 33, 1). Tale formulazione ha suscitato interrogativi da parte di molti commentatori della Torah: se l’enfasi è posta sui luoghi in cui si accamparono, perché non si dice “Questi sono gli accampamenti dei Figli d’Israele“?
La questione si fa ancora più significativa alla luce delle parole del Baal Shem Tov (Degel Machaneh Ephraim, all’inizio della parashà), il quale spiega che i quarantadue viaggi dei Figli d’Israele riflettono il cammino spirituale di ogni individuo, dalla nascita fino all’ingresso nella “terra superiore della vita“. Se così stanno le cose, sembrerebbe più appropriato porre l’accento sui punti di sosta – le mete raggiunte – piuttosto che sul percorso che vi conduce.
Gli insegnamenti chassidici spiegano che, in tal modo, la Torah trasmette un principio importante: l’essere umano è destinato a essere sempre in movimento. Anche quando ci si “accampa“, non bisogna restare immobili. Chi smette di crescere rischia di rimanere indietro.
Questa idea trova ulteriore conferma se esaminiamo la struttura dei viaggi. A prima vista, si potrebbe pensare che quarantadue spostamenti distribuiti su quarant’anni implichino un trasferimento all’incirca ogni dieci mesi. Si tratta di un ritmo impegnativo: non è facile fare i bagagli e ripartire ogni pochi mesi. Tuttavia, i Maestri offrono una prospettiva diversa. Rashi, citando Rabbi Moshe HaDarshan, scrive:
“Perché furono registrati questi spostamenti? Per mostrare la benevolenza dell’Onnipresente: sebbene Egli avesse decretato che viaggiassero e vagassero nel deserto, non si deve pensare che siano rimasti in continuo movimento e senza fissa dimora per quarant’anni, privi di riposo; infatti, qui sono elencati solo quarantadue spostamenti. Sottraendone quattordici — avvenuti tutti nel primo anno, prima del decreto — e altri otto successivi alla morte di Aronne, risulta che nei restanti trentotto anni compirono soltanto venti spostamenti.”
Così, nell’elenco degli spostamenti, vi erano luoghi in cui gli Israeliti sostavano un solo giorno e altri in cui rimanevano per diciannove anni.
È difficile dire quale condizione sia più gravosa: ripartire dopo un solo giorno o restare in un luogo per quasi due decenni con la sensazione che nulla cambi. Tuttavia, chi osserva il viaggio da una prospettiva più ampia comprende che non vi è alcuna differenza sostanziale tra le due situazioni. La durata complessiva del viaggio era già stata stabilita in precedenza; ogni tappa, breve o lunga che fosse, costituiva una parte inscindibile del cammino.
Questa consapevolezza si approfondisce ulteriormente se ricordiamo che, in ogni luogo in cui gli Israeliti si fermavano, essi dovevano attraversare un processo necessario per avanzare verso il proprio destino. Sia gli spostamenti che gli accampamenti erano guidati dalla volontà di Dio, non da scelte umane.
Il significato recondito di questi viaggi si può comprendere attraverso il seguente insegnamento halakhico:
«Nel libro Tzeror HaMor è scritto che i quarantadue viaggi della Parashat ‘Vayelech’ non devono essere interrotti, poiché corrispondono al Nome Divino di quarantadue lettere.» (Magen Avraham, Orach Chaim 428, 8)
In altre parole, quando si legge la Torah, l’elenco delle tappe del viaggio va letto senza interruzioni, poiché esse corrispondono a uno dei nomi sacri di Dio, composto da quarantadue lettere. Anche se il significato profondo di questo concetto ci sfugge, esso ci insegna che ogni tappa e ogni accampamento rivestono un significato profondo. Pertanto, non vi è differenza tra una sosta di un giorno e una permanenza di molti anni: ciascuna svolge un ruolo unico nel cammino complessivo.
Questa idea può fungere da guida per il percorso di vita di ogni individuo. Ognuno di noi attraversa fasi diverse, ognuna delle quali è parte integrante del cammino. Ci sono anni in cui la vita sembra procedere rapidamente, con grandi cambiamenti che si susseguono l’uno dopo l’altro; il tempo scorre in fretta. In altri momenti, invece, si ha la sensazione che nulla progredisca: ci si impegna, si prega e si attende, eppure ci si sente bloccati.
Le tappe nel deserto ci insegnano che questa sensazione è ingannevole. Non tutti i progressi si misurano in termini di velocità, né ogni pausa rappresenta una stagnazione. A volte, proprio negli anni più tranquilli e meno movimentati, avvengono i cambiamenti più profondi: trasformazioni invisibili sul momento, ma che col senno di poi si rivelano fondamentali per aver plasmato il carattere, rafforzato la fede e costruito la forza interiore necessaria per la fase successiva.
Anche quando il cammino sembra allungarsi, non bisogna mai arrestare il proprio movimento interiore: continuare a imparare, a crescere, ad acquisire esperienza e a dare un senso alla vita. Il movimento più importante non è sempre quello visibile all’esterno, bensì quello che avviene dentro la persona.
Solo voltandosi indietro dal punto di arrivo appare chiaro che ogni tappa ha svolto un ruolo indispensabile. Persino le attese, le sfide e i ritardi non sono stati tempo perso, ma pietre miliari che hanno preparato il terreno per il proseguimento del viaggio. Così, tutte le fasi – rapide o lente, gioiose o difficili – si ricompongono in un unico percorso dotato di senso e direzione: un viaggio che, alla fine, permette di guardare indietro con soddisfazione e di comprendere come ogni tappa abbia contribuito a realizzare il proprio scopo e a raggiungere la propria “terra promessa“.



