Il pericolo del sospetto – Parashat Matot-Masei
di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l
tradotto ed adattato da David Malamut
È una storia affascinante, da cui scaturisce uno dei grandi principi dell’ebraismo. Due delle tribù, quella di Ruben e quella di Gad, si rendono conto che la terra a est del Giordano è ideale come pascolo per le loro ingenti greggi e mandrie. Si rivolgono quindi a Mosè chiedendo il permesso di stabilirvisi, anziché attraversare il Giordano. Inizialmente, Mosè reagisce con rabbia alla loro richiesta. Sostiene che essa finirà inevitabilmente per demoralizzare il resto del popolo («I vostri fratelli andranno in guerra mentre voi resterete qui?»). Non avevano forse imparato nulla dal peccato degli esploratori i quali, scoraggiando gli altri con il loro comportamento, avevano condannato un’intera generazione a quarant’anni di peregrinazioni nel deserto?
I membri delle tribù di Ruben e Gad comprendono l’obiezione. Spiegano di non voler affatto sottrarsi alle battaglie che attendono i loro fratelli israeliti; sono pienamente disposti ad accompagnarli nella Terra Promessa e a combattere al loro fianco. «Non torneremo alle nostre case finché ogni israelita non avrà ricevuto la propria eredità». Mosè fa loro assumere un impegno pubblico in tal senso e accoglie la richiesta, a condizione che mantengano la parola data. «Quando la terra sarà stata conquistata al cospetto di Dio, allora potrete tornare, liberi da ogni obbligo verso Dio e verso Israele, e questa terra diventerà vostra proprietà permanente al cospetto di Dio».
La frase in corsivo – letteralmente “sarete innocenti agli occhi di Dio e di Israele” – divenne col tempo un assioma etico dell’ebraismo. Non basta agire rettamente agli occhi di Dio; bisogna anche comportarsi in modo tale da apparire corretti agli occhi del prossimo. Bisogna essere al di sopra di ogni sospetto. Questa è la regola del veheyitem neki’im: “Sarete innocenti agli occhi di Dio e di Israele“.
In che modo questo principio si è tradotto nella legge e nella vita ebraica? La Mishnah, nel trattato Shekalim, descrive i tre periodi dell’anno in cui venivano prelevati fondi dalle donazioni collettive custodite nel tesoro del Tempio. La Mishnah stabilisce che “colui che effettuava il prelievo non entrava nella camera indossando un mantello con orli, scarpe, tefillin o amuleti; ciò avveniva affinché, qualora fosse poi diventato povero, la gente non dicesse che la sua povertà era dovuta a una colpa commessa all’interno della camera, e affinché, qualora fosse diventato ricco, non si dicesse che aveva accumulato ricchezza sottraendo indebitamente i contributi ivi custoditi. Infatti, dobbiamo essere esenti da colpe agli occhi degli uomini proprio come lo dobbiamo essere davanti a Dio, secondo quanto è detto: ‘Sarete innocenti agli occhi di Dio e di Israele’“.
Analogamente, la Tosefta afferma: «Quando qualcuno entrava per prelevare l’offerta dalla camera del tesoro, veniva perquisito sia all’ingresso che all’uscita; inoltre, si intratteneva una conversazione con lui per tutto il tempo della sua permanenza all’interno».
Non solo non dovevano verificarsi irregolarità durante il prelievo delle monete dal tesoro del Tempio, ma non doveva sussistere nemmeno il sospetto di tali irregolarità. Pertanto, l’incaricato della raccolta del denaro non doveva indossare indumenti in cui fosse possibile nascondere delle monete. Egli veniva sottoposto a perquisizione prima e dopo l’operazione e intrattenuto in conversazione, affinché non fosse tentato di occultare parte del denaro in bocca.
Due insegnamenti rabbinici risalenti all’epoca del Secondo Tempio parlano di famiglie celebri per il loro ruolo nella vita del Tempio e per le precauzioni adottate al fine di porsi al di sopra di ogni sospetto. La famiglia Garmu era esperta nella preparazione dei «pani della proposizione». Di loro si diceva che «la loro memoria fosse tenuta in grande considerazione, poiché nelle case dei loro figli non si trovava mai pane di qualità superiore, per evitare che la gente dicesse: “Si nutrono grazie alla preparazione dei pani della proposizione“». Allo stesso modo, la famiglia Avtinas era abile nella preparazione dell’incenso utilizzato nel Tempio. Anch’essi godevano di grande stima, poiché «nessuna sposa della loro famiglia usciva mai profumata e, quando prendevano in moglie una donna proveniente da fuori, imponevano la condizione che ella non uscisse profumata, per evitare che la gente dicesse: “Si profumano grazie alla preparazione dell’incenso del Tempio“».
Il principio generale è enunciato nel Talmud Gerosolimitano:
“Rabbi Shmuel bar Nachman disse a nome di Rabbi Yonatan: Nei libri di Mosè, nei Profeti e negli Scritti troviamo che l’uomo deve adempiere ai propri obblighi verso gli uomini proprio come deve adempierli verso Dio. Dove nei libri di Mosè? Nel versetto: «Sarete innocenti agli occhi di Dio e d’Israele». Dove nei Profeti? In: «Dio, il Signore Dio, Egli sa, e anche Israele saprà». Dove negli Scritti? Nel versetto: «Troverai grazia e benevolenza agli occhi di Dio e degli uomini». Gamliel Zoga chiese a Rabbi Yose bar Avun: «Qual è il versetto che lo esprime più chiaramente?». Egli rispose: «Sarete innocenti agli occhi di Dio e d’Israele».”
Questa preoccupazione è alla base di due principi halakhici. Il primo è noto come chashad, ovvero “sospetto“: si tratta del divieto di compiere determinati atti – di per sé leciti – poiché potrebbero indurre altri a sospettare che si stia commettendo un’azione proibita. Così, ad esempio, Rabbi Shimon bar Yochai sosteneva che la Torah prescrivesse di lasciare la peah (l’angolo del campo non mietuto, destinato ai poveri) al termine del raccolto proprio per evitare sospetti. Se il proprietario avesse riservato un angolo non mietuto all’inizio o a metà del lavoro, i poveri sarebbero arrivati a prendere ciò che spettava loro prima della fine della mietitura, e un passante avrebbe potuto pensare che non fosse stato lasciato alcun angolo. Analogamente, i Rabbini stabilirono che, qualora una casa avesse due ingressi su lati diversi, le candele di Chanukkah dovessero essere accese presso entrambi; in tal modo, un passante che ne vedesse uno solo non avrebbe pensato che il proprietario avesse trascurato di adempiere al precetto.
Un principio halakhico strettamente correlato è quello noto come marit ha-ayin, ovvero “le apparenze“. Ad esempio, prima che si diffondessero i sostituti del latte, era vietato consumare liquidi dall’aspetto simile al latte (come quelli a base di mandorle) insieme alla carne, poiché si temeva che la gente potesse scambiarli per latte vero e proprio. Allo stesso modo, di Shabbat è vietato stendere ad asciugare indumenti bagnati (ad esempio, caduti in acqua), per evitare che si pensi che siano stati lavati proprio durante il giorno di riposo. In generale, non è consentito compiere azioni che, pur essendo lecite di per sé, possano prestarsi a interpretazioni errate.
Il legame o il contrasto tra questi due principi è oggetto di dibattito nella letteratura rabbinica. C’è chi considera chashad e marit ha-ayin concetti molto simili, se non addirittura due nomi per la stessa cosa. Altri, invece, li ritengono distinti, o addirittura opposti. Il chashad riguarda l’eventualità che la gente possa pensare che tu abbia commesso un’azione proibita e, di conseguenza, farsi una cattiva opinione di te. Il marit ha-ayin, invece, riguarda i casi in cui le persone – pur sapendo che non sei il tipo di persona incline a compiere azioni proibite – traggono una conclusione errata: vedendoti fare “X”, pensano che anche “Y” sia consentito, poiché “X” può essere facilmente confuso con “Y”. Così, per citare uno degli esempi precedenti, chi ti vedesse stendere il bucato di Shabbat potrebbe concludere che fare il bucato sia permesso, cosa che invece non lo è.
Questa attenzione alle apparenze appare, a prima vista, singolare. Dopotutto, ciò che conta è il giudizio di Dio su di noi, non quello degli uomini. Il Talmud ci racconta di un incontro toccante tra Rabban Yochanan ben Zakkai, ormai prossimo alla morte, e i suoi discepoli:
“Gli dissero: Maestro, benedicici. Egli rispose loro: Sia volontà di Dio che il timore del cielo sia per voi importante quanto il timore del giudizio altrui.
Chiesero: Tutto qui?
Egli rispose: Magari poteste raggiungere questo livello di spiritualità! Vedete quanto è difficile, perché quando qualcuno vuole commettere un peccato, dice: Spero che nessuno mi veda [ponendo così il timore degli uomini al di sopra del timore di Dio che tutto vede].”
Inoltre, è proibito sospettare le persone di aver commesso un errore. I rabbini dissero: “Chi sospetta un innocente viene punito con una punizione fisica” e “Bisogna sempre giudicare una persona in base ai suoi meriti“. Perché, dunque, se l’onere di non giudicare severamente ricade sull’osservatore, noi – gli osservati – dovremmo avere il dovere di agire al di sopra di ogni sospetto?
La risposta è che non ci è permesso fare affidamento sul fatto che gli altri ci giudicheranno con carità, anche se dovrebbero. Rashi fa un commento che fa riflettere sulla vita di Mosè:
“Se usciva dalla sua tenda presto, la gente diceva che aveva litigato con la moglie. Se usciva tardi, dicevano: “Sta tramando qualcosa di malvagio contro di noi“.”
(Commentario di Rashi a Deuteronomio 1, 12)
Persino Mosè, che dedicò la vita con totale altruismo al popolo d’Israele, non riuscì a evitare i loro sospetti. Rabbi Mosè Sofer arriva ad affermare di essere stato tormentato, per tutta la vita, dalla sfida insita nel comandamento “Sarete innocenti agli occhi di Dio e d’Israele“, aggiungendo che era assai più facile adempiere alla prima parte del precetto rispetto alla seconda (“agli occhi d’Israele“). Si chiedeva, infatti, se fosse possibile per chiunque rispettarlo integralmente. Forse, sosteneva, è proprio questo ciò che intendeva l’Ecclesiaste quando diceva: “Non c’è uomo giusto sulla terra che faccia solo il bene e non pecchi mai” (Ecclesiaste 7, 20).
Eppure, nel concetto di veheyitem neki’im — “sarete innocenti/puri” — è racchiusa un’idea profonda. Il saggio talmudico Rava criticava aspramente coloro che si alzavano in piedi al passaggio di un rotolo della Torah ma non al passaggio di un maestro della Torah. Essere ebrei significa essere chiamati a diventare un Sefer Torah vivente. Le persone imparano come comportarsi non solo dai libri che studiano, ma anche — e forse ancor più — dalle persone che incontrano. Gli educatori ebraici parlano di “persone-testo” accanto ai “libri di testo“, intendendo con ciò che abbiamo bisogno tanto di modelli di vita quanto di un’istruzione formale. Per questo motivo, Rabbi Akiva seguiva Rabbi Yehoshua per osservare come si comportasse nel privato, dicendo: “Anche questo fa parte della Torah, ed è qualcosa che devo imparare“. I due principi di chashad e marit ha-ayin implicano che dobbiamo agire in modo da essere considerati modelli di riferimento (rimanendo al di sopra di ogni sospetto, secondo la regola di chashad) e che, proprio come un manuale di istruzioni deve essere inequivocabile, così deve esserlo la nostra condotta (evitando di prestarsi a interpretazioni errate, secondo il concetto di marit ha-ayin). Le persone dovrebbero poter osservare il nostro comportamento e imparare da noi come debba vivere un ebreo.
Il fatto che queste regole si applichino a ogni ebreo, e non soltanto ai grandi Saggi, è una testimonianza eloquente dell’egualitarismo spirituale della Halakhah. Ognuno di noi è chiamato a diventare un modello di comportamento. Inoltre, l’esistenza di tali norme – nonostante il precetto di non sospettare il prossimo di comportamenti scorretti – ci rivela un altro aspetto fondamentale dell’ebraismo: si tratta di un sistema basato sui doveri, non solo sui diritti. Non ci è consentito affermare, dopo aver agito in modo da destare sospetti: «Non ho fatto nulla di male; al contrario, è l’altra persona a sbagliare nutrendo dubbi sul mio conto». Certo, è vero che l’altra persona sbaglia; tuttavia, ciò non ci esime dalla responsabilità di condurre una vita al di sopra di ogni sospetto. Ognuno di noi deve fare la propria parte per costruire una società fondata sul rispetto reciproco.
Ciò ci riporta al punto di partenza: la richiesta delle tribù di Ruben e Gad di stabilirsi nelle terre a est del Giordano. Come ricorderemo, Mosè accolse la loro istanza a condizione che si unissero dapprima alle altre tribù nelle battaglie; essi adempirono a tale impegno. Anni più tardi, Giosuè li convocò e riconobbe che avevano mantenuto la promessa, autorizzandoli così a tornare nei luoghi dove avevano edificato le loro dimore (Giosuè 22).
Tuttavia, per una profonda ironia della storia, sorse nuovamente il sospetto, questa volta per un motivo ben diverso: avevano eretto un altare nel loro territorio. Le altre tribù temevano che stessero venendo meno alla fedeltà verso il Dio d’Israele costruendo un proprio luogo di culto. Israele era sull’orlo della guerra civile. Il sospetto era infondato. I Rubeniti e i Gaditi spiegarono che l’altare costruito non era destinato al culto, bensì a testimoniare la loro appartenenza alla nazione d’Israele; fungeva da garanzia contro l’eventualità che, un giorno – a distanza di generazioni –, le tribù stanziate nel territorio d’Israele propriamente detto (a ovest del Giordano) potessero considerare stranieri i Rubeniti e i Gaditi, proprio perché residenti sull’altra sponda del fiume:
“Per questo abbiamo detto: “Prepariamoci e costruiamo un altare, ma non per olocausti o sacrifici. Al contrario, servirà da testimonianza tra noi e voi, e per le generazioni future, del fatto che noi adoreremo il Signore nel Santuario con i nostri olocausti, i sacrifici e le offerte di comunione“. Così, in futuro, i vostri discendenti non potranno dire ai nostri: “Voi non avete alcuna parte nel Signore“. E abbiamo detto: “Se mai dovessero dire questo a noi o ai nostri discendenti, risponderemo: Guardate la copia dell’altare del Signore che i nostri padri hanno costruito, non per olocausti e sacrifici, ma come testimonianza tra noi e voi”.”
La guerra civile è stata evitata, ma per un soffio.
Il sospetto è un elemento pervasivo della vita sociale ed è profondamente distruttivo. L’ebraismo – che ha tra i suoi obiettivi fondamentali la costruzione di una società benevola, fondata su giustizia, compassione, responsabilità reciproca e fiducia – affronta il problema sotto entrambi gli aspetti. Da un lato, ci impone di non nutrire sospetti, bensì di giudicare le persone con generosità, concedendo loro il beneficio del dubbio. Dall’altro, esorta ciascuno di noi ad agire in modo tale da essere al di sopra di ogni sospetto, tenendosi – come affermano i rabbini – “lontani da comportamenti sconvenienti, da tutto ciò che vi assomiglia e persino da ciò che potrebbe anche solo apparire simile“.
Essere innocenti agli occhi di Dio è una cosa; esserlo agli occhi del prossimo è un’altra, ben più ardua. Eppure, è proprio questa la sfida: non perché cerchiamo l’approvazione altrui (atteggiamento che si ridurrebbe a una mera ricerca di compiacimento), ma perché siamo chiamati a essere modelli, esempi ed espressioni viventi della Torah, nonché una presenza unificante, e non divisiva, all’interno della vita ebraica. Come osservava il Chatam Sofer, non sempre vi riusciremo. Nonostante il nostro massimo impegno, altri potrebbero comunque accusarci – proprio come accadde a Mosè – di azioni di cui siamo del tutto inocenti. Tuttavia, dobbiamo fare del nostro meglio, esercitando benevolenza nel giudicare gli altri e scrupolo nel nostro modo di agire.



