Su genitori e insegnanti – Parashat Pinchas
di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l
Tradotto ed adattato da David Malamut
Riassunto della parasha
Pinchas inizia completando l’episodio iniziato in Balak: Pinchas aveva posto fine alla piaga che stava devastando gli Israeliti mentre venivano sedotti all’idolatria dalle donne moabite e madianite. La ricompensa di Pinchas per il suo zelo fu un “patto di pace” (Numeri 25,12) e un “sacerdozio duraturo” (Numeri 25, 13).
La parasha passa poi al secondo censimento del libro, questa volta della nuova generazione che sarebbe entrata nella terra.
Seguono due narrazioni, una sulle figlie di Tzelofehad e la risposta positiva di Dio alla loro richiesta di una parte della terra, la seconda sulla richiesta di Mosè di nominare un successore.
La parasha si conclude con due capitoli sui sacrifici da offrire in momenti diversi: giornalieri, settimanali, mensili e durante le feste.
Appena sotto la superficie della Parashà di questa settimana si cela una storia straordinariamente toccante. Essa si colloca nel contesto della preghiera con cui Mosè chiede a Dio di nominare un successore alla guida del popolo ebraico.
Un indizio emerge dalle parole rivolte da Dio a Mosè: “Dopo averlo visto, anche tu sarai riunito al tuo popolo, come lo fu tuo fratello Aronne“. Rashi si sofferma sulla parola “anche” – apparentemente superflua – e osserva che “Mosè desiderava morire come era morto Aronne“.
In che senso Mosè provava invidia per suo fratello? Forse desiderava, come Aronne, una morte indolore? Certamente no. Mosè non temeva il dolore. Invidiava forse la popolarità del fratello? Di Aronne si dice che, alla sua morte, fu pianto da “tutti i figli d’Israele“, cosa che la Torà non afferma nel caso di Mosè. Nemmeno questa può essere la risposta. Mosè sapeva che la leadership non è sinonimo di popolarità; non la cercava. Non avrebbe potuto compiere la sua missione se avesse puntato a ottenerla.
Il Ktav Sofer offre quella che è certamente l’interpretazione corretta: Aronne ebbe il privilegio di sapere che i suoi figli avrebbero seguito le sue orme. Suo figlio Eleazaro fu nominato Sommo Sacerdote mentre il padre era ancora in vita; di fatto, ancora oggi i Kohanim sono discendenti diretti di Aronne. Secondo il Ktav Sofer, Mosè desiderava ardentemente vedere uno dei suoi figli, Ghershom o Eliezer, prendere il suo posto alla guida del popolo. Ma ciò non avvenne.
Rashi giunge alla stessa conclusione osservando un secondo indizio. Il passo in cui Mosè chiede a Dio di nominare un successore segue immediatamente la vicenda delle figlie di Zelofcad, le quali chiesero di poter ereditare la quota della Terra d’Israele spettante al padre, qualora questi non fosse morto. Rashi collega i due episodi: “Quando Mosè udì Dio dirgli di assegnare l’eredità di Zelofcad alle sue figlie, pensò tra sé: ‘È giunto il momento che anch’io avanzi una richiesta: che i miei figli ereditino la mia posizione‘. Dio gli rispose: ‘Non è questa la mia decisione. Giosuè merita una ricompensa per averti servito e per non essersi mai allontanato dalla tua tenda‘. A questo alludeva Salomone quando disse: ‘Chi custodisce la vigna ne mangerà i frutti e chi serve il proprio padrone sarà onorato‘. La preghiera di Mosè non fu esaudita“.
Così, attenti a ogni sfumatura, i Saggi e Rashi hanno ricostruito una narrazione che si cela appena sotto la superficie del testo biblico. Che ne fu dei figli di Mosè? Egli, il grande condottiero, provò un’intima delusione per il fatto che non avessero ereditato il suo ruolo? Quale messaggio più profondo ci trasmette il testo? La delusione di Mosè conserva ancora oggi una qualche rilevanza? Dio gli offrì, in qualche modo, una consolazione?
Mosè e Aronne incarnano i due ruoli fondamentali per la continuità ebraica: horim e morim, ovvero genitori e maestri. Il genitore trasmette l’eredità ebraica ai figli; il maestro fa altrettanto con i propri discepoli. Aronne fu l’archetipo del genitore, Mosè il grande esempio di maestro.[ Ancora oggi lo chiamiamo Moshe Rabbenu, “Mosè nostro maestro”.] Ad Aronne succedette il figlio; a Mosè, il discepolo Giosuè.
In più occasioni, i Saggi hanno sottolineato che la leadership nella Torah non si trasmette automaticamente di generazione in generazione. Il Talmud afferma:
<<Fate attenzione a non trascurare i figli dei poveri, poiché da essi scaturisce la Torah; come è scritto: «l’acqua sgorgherà dai suoi secchi», il che significa che la Torah proviene «dai poveri tra loro». E perché non è comune che gli studiosi generino figli che siano a loro volta studiosi? Rabbi Joseph disse: affinché non si dica che la Torah è un loro retaggio ereditario. Rabbi Shisha, figlio di Rabbi Idi, disse: affinché non si mostrino arroganti verso la comunità. Mar Zutra disse: perché si comportano in modo prepotente verso la comunità.>> (Nedarim 81a)
Se la leadership legata alla Torah fosse di natura dinastica, una questione di eredità, l’ebraismo si trasformerebbe rapidamente in una società basata su privilegi e gerarchie. I Saggi si opposero fermamente a tale eventualità. Ognuno ha una parte nella Torah; essa costituisce il patrimonio comune di ogni ebreo. Ciò è espresso con particolare chiarezza nelle celebri parole di Maimonide:
Israele è stato insignito di tre corone: la corona della Torah, la corona del sacerdozio e la corona della sovranità. La corona del sacerdozio fu conferita ad Aronne… La corona della sovranità fu data a Davide… La corona della Torah, invece, appartiene a tutto Israele, come è detto: “Mosè ci ha prescritto la Torah, eredità dell’assemblea di Giacobbe“. Chiunque la desideri può conquistarla. Non si creda che le altre due corone siano superiori a quella della Torah, poiché è detto: “Per mio mezzo regnano i re e i principi decretano la giustizia; per mio mezzo governano i principi“. Da ciò apprendiamo che la corona della Torah è superiore alle altre due.
Questa è una delle grandi affermazioni di uguaglianza dell’ebraismo. La corona della Torah è alla portata di chiunque la ricerchi. Vi sono state società che hanno tentato di creare uguaglianza distribuendo equamente potere o ricchezza, ma nessuna vi è riuscita appieno. L’approccio ebraico è stato diverso. Una società fondata sulla pari dignità è quella in cui la conoscenza – la forma di conoscenza più importante, ovvero la Torah, la sapienza su come vivere – è accessibile a tutti in egual misura. Dalle origini fino ai giorni nostri, il popolo ebraico si è organizzato prevalentemente in comunità incentrate sulle scuole, sostenute da fondi comuni affinché nessuno ne fosse escluso.
I Saggi stabilirono un forte legame tra casa e scuola, tra genitore e insegnante. Così, ad esempio, Maimonide stabilisce:
“Ogni studioso in Israele ha il dovere di insegnare a tutti i discepoli che cercano istruzione presso di lui, anche se non sono suoi figli, come è detto: “E le insegnerai diligentemente ai tuoi figli“. Secondo l’autorità tradizionale, il termine “tuoi figli” include i discepoli, poiché i discepoli sono chiamati figli, come è detto: “E i figli dei profeti uscirono.“”
Sulla stessa linea, scrive altrove:
“Così come una persona è tenuta a onorare e riverire il proprio padre, allo stesso modo ha l’obbligo di onorare e riverire il proprio maestro – e persino in misura maggiore rispetto al padre –, poiché il padre gli ha dato la vita in questo mondo, mentre il maestro, istruendolo nella sapienza, gli assicura la vita nel Mondo a Venire.”
Il collegamento opera anche in direzione opposta. In tutti i libri mosaici, il ruolo del genitore è costantemente definito in termini di insegnamento e istruzione.
«Insegnerai queste cose diligentemente ai tuoi figli».
«Avverrà che quando tuo figlio ti chiederà… così gli risponderai».
L’educazione è un dialogo tra le generazioni, tra genitore e figlio. Nell’unico versetto in cui la Bibbia spiega perché Abramo fu scelto come padre di una nuova fede, si legge: “Poiché l’ho scelto affinché guidi i suoi figli e la sua casa dopo di lui a seguire la via del Signore, compiendo ciò che è giusto e retto“. Abramo fu scelto per essere sia genitore che educatore.
A Mosè fu dunque negata la possibilità di vedere i propri figli ereditare il suo ruolo, affinché la sua delusione personale potesse trasformarsi in una fonte di speranza per le generazioni future. La leadership nella Torah non è appannaggio di un’élite. Non si trasmette per successione dinastica. Non è riservata ai discendenti di grandi studiosi. È aperta a ciascuno di noi, se lo desideriamo e vi dedichiamo il meglio delle nostre energie e del nostro tempo. Tuttavia, a Mosè fu concesso un grande conforto. Proprio come, ancora oggi, i Kohanim sono i figli di Aronne, così tutti coloro che studiano la Torah sono discepoli di Mosè.
Ad alcuni è concesso il privilegio di essere genitori; ad altri, quello di essere insegnanti. Entrambi sono modi in cui qualcosa di noi sopravvive nel futuro. Il genitore come insegnante, l’insegnante come genitore: questi sono i ruoli più elevati dell’ebraismo, l’uno immortalato nella figura di Aronne, l’altro reso eterno in quella di Mosè.



