La rivoluzione sociale – Parashat Emor

 In Parashà della Settimana

di Rav Shmuel Rabinowitz, Rabbino del Kotel e luoghi sacri in Israele

tradotto ed adattato da David Malamut

Riassunto della derasha

La Parashat Emor ci ricorda che la vera purezza inizia con una visione pura degli altri: senza arroganza, senza etichette, ma con rispetto, umiltà e amore reciproco.

La parasha di Emor tratta dello status unico dei kohanim, coloro che prestavano servizio nel Tempio. La Torah stabilisce per loro un codice di condotta particolarmente rigoroso: devono mantenere un livello di purezza speciale ed evitare il contatto con i morti, ad eccezione dei loro sette parenti più prossimi.

A prima vista, queste leggi sembrano applicarsi solo ai kohanim. Ma se guardiamo più a fondo, emerge un messaggio umano profondo e di grande rilevanza, che parla a ciascuno di noi.

Questa parasha viene letta durante i giorni del Conteggio dell’Omer, quando l’ebraismo enfatizza il rispetto e l’amore reciproci tra le persone come preparazione alla ricezione della Torah durante la festa di Shavuot. La Torah fu data sul Monte Sinai quando il popolo era unito “come un solo uomo con un solo cuore“, senza divisioni.

Durante questo stesso periodo, 24.000 studenti del Rabbi Akiva morirono perché non si trattavano con rispetto reciproco. Il loro maestro fu colui che coniò il famoso insegnamento: “Ama il prossimo tuo come te stesso: questo è un grande principio della Torah“. Proprio per questo, le aspettative nei confronti dei suoi studenti erano particolarmente elevate e il loro fallimento era considerato particolarmente grave. Ogni anno, durante l’Omer, cerchiamo di rimediare a questa lacuna.

In questo contesto, è interessante considerare la formulazione del versetto iniziale della parasha:

<<Il Signore disse a Mosè: Dì quanto segue ai sacerdoti figli d’Aronne: Non deve rendersi impuro per alcun morto, nessuno del suo ceto [cioè nessuno che sia della discendenza d’Aronne, ha da toccare un morto, né stare in casa, ove sia un morto]. Tranne per chi è sua carne [suo stretto congiunto, e suol vivere] vicino a lui: per sua madre (cioè), e per suo padre, e per suo figlio, e per sua figlia, e per suo fratello.>> (Levitico 21, 1–2)

Apparentemente, la legge avrebbe potuto essere formulata in modo più diretto e semplice, specificando per chi un sacerdote è autorizzato a rendersi impuro. Perché la Torah sceglie una formulazione più generale e alquanto ambigua: ” Non deve rendersi impuro per alcun morto, nessuno del suo ceto “?

Rabbi Yaakov Yosef di Polonne, un importante discepolo del Baal Shem Tov, ha offerto un’interpretazione chassidica che vi scorge un’allusione morale: il divieto non riguarda solo l’impurità fisica, ma anche una “contaminazione” di atteggiamento. Una persona considerata una figura pubblica o di alto rango deve essere particolarmente attenta a non guardare gli altri con arroganza o disprezzo. Anche questo è una forma di impurità. Pertanto, al sacerdote viene comandato: “non si contaminerà in mezzo al suo popolo“.

Questa idea è ulteriormente rafforzata dalla famosa storia talmudica (Talmud Babilonese, Shabbat 33b) di Rabbi Shimon bar Yochai e di suo figlio Rabbi Elazar. Dopo dodici anni trascorsi nascosti in una grotta, ne uscirono e videro persone impegnate in normali attività mondane. La loro reazione iniziale fu dura: come potevano le persone abbandonare la vita spirituale per cose effimere? Secondo la descrizione, il loro sguardo bruciava tutto ciò che vedevano. Immediatamente, una voce celeste dichiarò: “Siete venuti a distruggere il Mio mondo? Tornate nella vostra grotta!“. E così tornarono per altri dodici mesi di riflessione.

Quando riapparvero, Rabbi Shimon bar Yochai aveva subito una profonda trasformazione. Aveva imparato a guardare il mondo con maggiore accettazione. Al contrario, Rabbi Elazar continuava a vedere la realtà con aspra critica. La differenza tra loro divenne evidente: ovunque Rabbi Elazar vedesse un errore e reagisse negativamente, Rabbi Shimon interveniva, correggeva e guariva. Aveva interiorizzato che la vita quotidiana fa parte di un quadro completo, ricco di valore e significato, e che ogni persona ha un ruolo unico nel mondo.

Molti anni dopo, il Talmud narra un altro episodio che coinvolge Rabbi Elazar:

Un giorno, il rabbino Elazar, figlio del rabbino Shimon, stava tornando dal suo maestro, fiero della Torah che aveva studiato. Incontrò un uomo dall’aspetto estremamente sgradevole. L’uomo lo salutò: “Pace a te, mio ​​rabbino!”, ma il rabbino Elazar non rispose. Invece, disse: “Com’è brutto quest’uomo! Sono forse brutti tutti gli abitanti della tua città come te?”.

L’uomo replicò: “Non lo so, ma va’ a dire all’Artigiano che mi ha creato quanto è brutto il vaso che ha fatto”.

Quando il rabbino Elazar si rese conto di aver peccato, smontò dall’asino, si prostrò davanti all’uomo e disse: “Perdonami!”. L’uomo rispose: “Non ti perdonerò finché non andrai dall’Artigiano che mi ha creato e non Gli dirai quanto è brutto il vaso che ha fatto”.” (Talmud Babilonese, Ta’anit 20a)

Il Talmud prosegue: giunsero in città e gli abitanti, che conoscevano la grandezza del rabbino Elazar, lo implorarono di perdonarlo, spiegandogli che era una persona retta che aveva momentaneamente peccato. Solo dopo le loro insistenze l’uomo lo perdonò.

In seguito, il rabbino Elazar entrò nella sala di studio e, riconoscendo il suo errore, formulò un principio guida per la vita:

Una persona dovrebbe essere sempre morbida come una canna, e non dura come un cedro“.

Qui ci troviamo di fronte a una situazione umana comune: una persona di successo incontra qualcuno che percepisce come inferiore e non lo tratta con il dovuto rispetto. Ed è la persona “semplice” che risponde con un’affermazione che scuote la sua prospettiva: “Vai dall’Artigiano che mi ha creato” – intendendo che siamo tutti creati da un unico Creatore, tutti abbiamo valore e nessuno ha il diritto di disprezzare un altro. Il rabbino Elazar comprende immediatamente il suo errore e, da questa presa di coscienza, insegna un principio fondamentale: una persona deve allenarsi all’umiltà e all’accettazione degli altri, essere flessibile come una canna che si piega al vento, piuttosto che rigido come un cedro.

Quest’idea fu espressa con particolare forza dal Rabbi Akiva. Prima di diventare uno dei più grandi saggi, egli stesso, pur essendo modesto e di buon carattere, si sentiva distante dagli studiosi della Torah, percependo il loro disprezzo per la gente comune. Da questa consapevolezza, giunse alla grande dichiarazione dell’amore per il prossimo come principio cardine della Torah.

Il messaggio che emerge da tutto ciò è chiaro: la vera grandezza non si misura solo con la conoscenza o lo status, ma con la capacità di considerare ogni persona uguale in valore. Una società sana non si fonda su una rigida gerarchia, ma sul riconoscimento reciproco, sul rispetto e sulla responsabilità condivisa.

Nel nostro mondo, dove le differenze sociali, culturali ed economiche creano spesso profonde divisioni, questo appello è più attuale che mai. Se riuscissimo a eliminare anche solo alcune delle etichette, degli stereotipi e dell’impulso a confrontarci e a elevarci al di sopra degli altri, scopriremmo una società diversa, basata sul rispetto, sulla buona volontà e sulla collaborazione.

Forse questa è la lezione più profonda della Parashat Emor: la vera purezza non risiede solo nelle azioni esteriori, ma prima di tutto nel modo in cui guardiamo gli altri.

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