L’immaginazione cronologica – Parashat Behar-Bechukotai

 In Parashà della Settimana

di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l

tradotto ed adattato da David Malamut

In questo studio, intendo esaminare una delle caratteristiche più distintive e meno comprese dell’ebraismo: l’immaginazione cronologica.

A volte una scoperta moderna cambia a tal punto il nostro modo di vedere le cose da permetterci di riscoprire antiche verità, ormai profondamente oscurate, e di vederle con una chiarezza cristallina, come se fosse la prima volta. Questo è certamente il caso della fisica quantistica. Essa ci permette di comprendere di nuovo un modo di pensare alla verità, propria della Bibbia, profondamente diverso da quello a cui siamo abituati in Occidente. Chiamo l’approccio greco “immaginazione logica” e quello ebraico “immaginazione cronologica”.

Niels Bohr disse, a proposito della meccanica quantistica, che se non ti ha profondamente sconvolto, significa che non l’hai ancora compresa. Senza addentrarci nei dettagli di questo intricato campo, l’aspetto più sconvolgente della realtà subatomica che ha rivelato è che non si adatta alle nostre categorie logiche standard. La luce è un’onda o una particella? Le particelle subatomiche hanno posizione o quantità di moto? Il gatto di Schrödinger è vivo o morto?[ Il gatto di Schrödinger è il nome dato all’esperimento mentale proposto dal fisico austriaco Erwin Schrödinger nel 1935 per illustrare la natura paradossale della fisica quantistica. Consiste nell’immaginare un gatto in una scatola sigillata, il cui destino dipende da un evento casuale avvenuto in precedenza e che coinvolge particelle subatomiche. Secondo l’interpretazione di Copenaghen della teoria quantistica, le particelle esistono solo in uno stato di probabilità finché non vengono misurate. Ne consegue che il gatto è vivo o morto solo dopo che la scatola viene aperta. Fino ad allora, è ugualmente vero affermare che è vivo o che è morto.]

La risposta a ciascuna di queste domande ci ricorda la storia del rabbino che ascolta il racconto del marito su un matrimonio infelice e dice: “Hai ragione“. Poi ascolta il racconto contraddittorio della moglie e dice: “Hai ragione anche tu“. Il suo discepolo, presente a entrambi gli incontri, dice al rabbino: “Ma non possono avere ragione entrambi“, al che il rabbino risponde: “Hai ragione anche tu“.

Esistono fenomeni, dalle particelle subatomiche alle liti domestiche, ai quali le regole standard della logica aristotelica non si applicano. Il principale tra questi è il principio di non contraddizione, che afferma che una proposizione e la sua negazione non possono essere entrambe vere. Due affermazioni contraddittorie non possono essere vere contemporaneamente. La teoria della complementarietà di Bohr, il principio di indeterminazione di Heisenberg e altre idee controintuitive sfidano direttamente questo principio. La luce è sia un’onda che una particella. Il gatto di Schrödinger è sia morto che vivo. Esistono fenomeni che presentano caratteristiche contraddittorie finché noi, gli osservatori, non entriamo in scena, momento in cui la contraddizione viene risolta retroattivamente.

Bohr racconta di come giunse alla sua teoria. Accadde dopo che suo figlio piccolo fu sorpreso a rubare caramelle in un negozio locale. Niels provò emozioni contrastanti nei confronti del figlio ed era combattuto sul modo migliore di comportarsi con lui alla luce dell’accaduto. Inizialmente si ritrovò a pensare come un giudice: suo figlio era colpevole di un crimine e giustizia doveva essere fatta. Ma provava anche i sentimenti genitoriali di amore e compassione. Si rese conto di non poter conciliare entrambi i pensieri in egual misura, e questo lo spinse a dedicarsi alla ricerca sulla teoria della complementarietà. In quanto giudice imparziale della situazione, doveva pensare con obiettività. Come padre, non poteva fare a meno di provare compassione per il figlio, che aveva commesso un errore. Un modo di pensare conduce alla giustizia, l’altro alla misericordia, ma si tratta di prospettive contrastanti che implicano diversi tipi di relazioni.

Lo stesso vale per il celebre disegno che può essere interpretato come un’anatra o un coniglio, ma non entrambi contemporaneamente. La multidimensionalità della realtà potrebbe essere semplicemente troppo complessa perché possiamo coglierla appieno in una sola volta. Ma ciò che non riusciamo a pensare simultaneamente, spesso possiamo pensarlo in sequenza. Questo è ciò che intendo per immaginazione cronologica.

I nostri concetti di logica gli dobbiamo agli antichi Greci. I Greci concepivano la conoscenza come una particolare forma di visione. Ancora oggi, nelle lingue occidentali, conserviamo questa metafora visiva. Parliamo di lungimiranza e intuizione, di persone visionarie e di “fare un’osservazione“. Quando comprendiamo qualcosa diciamo: “Io vedo, comprendo”. Per Platone, la conoscenza era una profonda intuizione di un mondo al di là dei sensi, dove non si vedono le manifestazioni fisiche, ma la vera forma delle cose. La metafora guida dell’epistemologia greca, profondamente radicata nella cultura, era l’immagine di Zeus, il re degli dei, che osservava le vicende degli uomini dalla sua alta vetta sull’Olimpo.

La visione del mondo della Torah è piuttosto diversa. La vera conoscenza si acquisisce meno attraverso la vista (Dio non è visibile e in tutta la Bibbia ebraica le apparenze ingannano[Pensiamo a Giuseppe, visto dai suoi fratelli ma non riconosciuto, o alle spie inviate da Mosè che videro la terra promessa ma interpretarono male ciò che videro.]) che attraverso l’ascolto. La parola chiave è shema, che significa “ascoltare, udire, comprendere, rispondere”. La conoscenza, daat, non è un’osservazione distaccata ma un intimo coinvolgimento personale: “Adamo conobbe sua moglie ed ella concepì“. Dio nella Torah non è un osservatore distaccato delle vicende umane, ma un partecipante attivo. Nell’ebraismo, le parole non sono solo immagini della realtà, le “forme” delle cose. Influenzano le relazioni. Le parole possono ferire e ispirare. Le parole possono benedire o maledire. Le parole possono creare nuovi fatti morali, come quando facciamo una promessa. Le parole plasmano la realtà che descrivono. Questo è più simile al principio di indeterminazione di Heisenberg, secondo il quale l’osservatore influenza la realtà che osserva, che alle teorie della conoscenza di ispirazione greca in cui una frase può essere vera o falsa, ma non entrambe.

Lo psicoterapeuta Viktor Frankl ha fatto notare che ciò che può essere una contraddizione in uno spazio bidimensionale non lo è necessariamente quando aggiungiamo una terza dimensione. Quindi un quadrato non può essere un cerchio, e un cerchio non può essere un quadrato. Ma entrambi possono essere ombre proiettate da un singolo oggetto, un contenitore, illuminato prima lateralmente e poi dall’alto. Aggiungendo la terza dimensione, la contraddizione scompare. E non si tratta di una semplice curiosità matematica. Come disse Niels Bohr, uno dei maestri della fisica quantistica: “L’opposto di una verità banale è una falsità, ma l’opposto di una verità profonda può benissimo essere un’altra verità profonda“.

Questo è assolutamente fondamentale per l’ebraismo. Esiste più di un modo valido di guardare all’universo. Come minimo, c’è il punto di vista di Dio e c’è il punto di vista dell’umanità, e sono radicalmente distinti. L’unico momento in tutto il Tanakh in cui un essere umano è invitato a vedere il mondo dal punto di vista di Dio si verifica negli ultimi quattro capitoli del libro di Giobbe, quando Giobbe finalmente comprende che l’universo non è antropocentrico. Non tutto esiste per il beneficio dell’umanità. Dio è al centro, non noi.

Altrettanto significativo è il fatto che, sebbene la Torah abbia un unico Autore, non parla con una sola voce. Ho sostenuto in questi studi che esistono almeno tre voci distinguibili – una voce sapienziale (della conoscenza), una voce sacerdotale e una voce profetica – corrispondenti alle tre modalità con cui Dio si rivela: attraverso la creazione, la rivelazione e la redenzione. Ognuna coglie qualcosa della realtà, ma nessuna, da sola, la rappresenta nella sua interezza. Ecco perché la Torah è un’interazione così complessa di generi e toni di voce diversi. Il libro dei Numeri, ad esempio, è strutturato come una fuga tra legge e narrazione. Non esiste nessun altro libro in tutta la letteratura che gli assomigli. Nel libro dei Numeri osserviamo l’interazione tra sensibilità profetica e sacerdotale, e iniziamo a comprendere come la legge – il “dover essere” delle cose – scaturisca dalla storia, ovvero dall’ “essere” o “essere stato” delle cose, e a sua volta la influenzi.

Come si può dunque rappresentare la natura tridimensionale della realtà, con le sue prospettive contrastanti e le sue verità sfaccettate? Un modo in cui la Torah lo fa è attraverso quella che io chiamo l’immaginazione dialogica. Ci viene mostrata una situazione da due punti di vista radicalmente opposti contemporaneamente.

Due esempi significativi si trovano in Genesi 21 e 27. In Genesi 21, vediamo prima Sara e la sua gioia nel poter finalmente stringere tra le braccia il figlio tanto atteso. Poi assistiamo al dolore di Agar e Ismaele, cacciati dalla casa e sull’orlo della morte sotto il cielo spietato del deserto. In Genesi 27, vediamo prima Rebecca che organizza la benedizione per il suo amato figlio Giacobbe, poi Isacco ed Esaù, uniti dallo shock e dallo sgomento, mentre si rendono conto di ciò che è accaduto.

Queste narrazioni sovvertono qualsiasi tendenza semplicistica a moralizzare, a dividere la realtà in bianco e nero. Ci costringono a vedere il mondo da più di un punto di vista. L’unico modo per conciliare queste prospettive è attraverso il dialogo. Da qui l’idea della verità come dialogo. Nella Genesi, quando la comunicazione si interrompe, la violenza – il tentativo di imporre con la forza la mia versione della verità – è spesso in agguato.

L’altro modo è attraverso l’immaginazione cronologica. Proposizioni contrastanti possono essere entrambe valide – l’opposto di una verità profonda può essere un’altra verità profonda – ma non contemporaneamente. Un classico esempio è l’interpretazione che il rabbino Joseph Soloveitchik, nel suo libro “L’uomo solitario della fede“, dà dei due racconti della Creazione presenti in Genesi 1 e nei capitoli 2-3. Nel primo, l’uomo è creato a immagine di Dio e gli viene dato il dominio su tutte le altre forme di vita. Nel secondo, l’uomo è formato dalla polvere della terra e gli viene detto di “servire e conservare” il giardino. Nel primo, uomo e donna sono creati simultaneamente, fianco a fianco. Nel secondo, la donna è creata sulla scia della solitudine dell’uomo, ed essi esistono faccia a faccia.

Il rabbino Soloveitchik sosteneva che il primo racconto descrive l’uomo “maestoso“, mentre il secondo raffigura l’uomo “dell’alleanza“, e noi siamo entrambi. Il risultato, spiegò, era che essere umani significa essere in conflitto, lacerati tra le diverse sfaccettature del nostro essere. In realtà, però, la Torah risolve questa contraddizione nel modo più semplice ed elegante: attraverso il tempo.

<<Sei giorni lavorerai, e farai ogni tua opera. Ma il giorno settimo è Sabbato, ad onore del Signore tuo Dio… >> (Esodo 20, 9-10)

Per sei giorni siamo maestosi; il settimo siamo legati da un’alleanza.

L’immaginazione cronologica – ciò che Bohr intendeva quando diceva di poter vedere suo figlio con gli occhi di un giudice e di un genitore, ma non con entrambi contemporaneamente – è stato uno dei grandi doni della Torat Kohanim. Il sacerdote custodisce il confine tra sacro e profano, eternità e mortalità, fisico e spirituale, infinito e finito. Sa che si tratta di due diversi ordini di realtà ed è fin troppo consapevole del pericolo che incombe e dell’offuscamento di tale confine. A un livello di realtà, tutto ciò che esiste è Dio. A un altro, tutto ciò che esiste sono gli esseri umani, i loro progetti e i loro desideri. La separazione tra cielo e terra è ciò che rende possibili l’universo e la vita umana. Ma la loro connessione è ciò che dà significato alla vita umana.

Il sacerdote risolve la contraddizione tra sacro e profano considerando entrambi veri e validi, ma possiamo sperimentarli solo in momenti diversi. I momenti e i luoghi in cui ci concentriamo sulla nostra condizione umana e mortale sono chol, profani. Quelle in cui ci concentriamo su Dio, l’Eterno infinito, le chiamiamo kodesh. Sono integrate nella forma di un ritmo temporale precisamente calibrato: sei unità (giorni, mesi, anni) di chol, seguite da una settima che è sacra, con l’occasionale aggiunta di un cinquantesimo (giorno, anno) dopo una sequenza di sette volte sette.

I testi biblici che utilizzano la voce sacerdotale si distinguono per la loro precisione matematica. Come ha fatto notare Umberto Cassuto, il racconto della creazione non è solo diviso in sette giorni. Contiene anche la parola “buono” sette volte, “Dio” trentacinque volte e “terra” ventuno volte. Il primo versetto contiene sette parole, il secondo quattordici e la descrizione del settimo giorno trentacinque. L’intero brano è composto da 469 (7×67) parole. Allo stesso modo, Levitico 23, 25 e 26 sono tutti strutturati attorno alle parole ripetute “sette” e “Shabbat“. La precisione matematica è essenziale per la comprensione sacerdotale della realtà, così come ora sappiamo che lo è per l’universo, quasi inimmaginabilmente finemente sintonizzato per l’emergere della vita cosciente. Se una qualsiasi delle costanti matematiche che governano la forma dell’universo fosse stata anche solo leggermente diversa, gli elementi chimici necessari alla vita semplicemente non si sarebbero formati.[ Un resoconto classico è quello di Martin Rees, Just Six Numbers (Londra: Weidenfeld & Nicolson, 1999).]

Ma la precisione del sacerdote è diversa da quella dello scienziato. La suddivisione del tempo nel calendario sacerdotale è un modo per vivere in sequenza verità diverse e contrastanti. Ne abbiamo già visto un esempio nel nostro studio di Sukkot. L’ebraismo abbraccia sia l’universale che il particolare: l’universalità della nostra umanità, a cui viene data forza religiosa nell’alleanza noachide, e la particolarità del rapporto del nostro popolo con Dio, esemplificata nell’alleanza stretta sul Monte Sinai. Il calendario ebraico dà peso a entrambi. C’è il ciclo delle tre feste di pellegrinaggio: Pesach, Shavuot e Sukkot, che rappresentano la particolarità della storia ebraica: l’Esodo, il Dono della Torah e gli anni di peregrinazione nel deserto. E c’è il ciclo delle feste del settimo mese, Rosh Hashanah, Yom Kippur e di nuovo Sukkot, che rappresentano gli universali della condizione umana: la Creazione, la sovranità divina, la giustizia, il giudizio, la vita, la morte, la pioggia e il rinnovamento della natura.

Una delle conseguenze più belle dell’immaginazione cronologica, chiaramente visibile nella nostra parashah di Behar, è la sua capacità di conciliare il reale con l’ideale. La storia è piena di mondi ideali. Li chiamiamo utopie, una parola che significa “nessun luogo” perché nessuna utopia si è mai realizzata. I Kohanim della Torah hanno un approccio diverso, anzi unico, ai mondi ideali. Li viviamo, periodicamente, nel qui e ora del tempo reale. Di Shabbat ci impegniamo in una prova generale completa per l’Era Messianica, quando nessuno eserciterà potere, politico o economico, su nessun altro. Qualcosa di simile vale per le due grandi istituzioni della parashah: la Shemittah e l’anno del Giubileo, il settimo e il cinquantesimo anno. Cancellando i debiti, liberando gli schiavi, lasciando che i frutti della terra siano goduti da tutti in egual misura e restituendo la proprietà ancestrale ai suoi legittimi proprietari, abitiamo un mondo in cui le iniquità dell’economia di mercato sono state sanate e, per un anno, a volte due, sospendiamo il mondo della competizione e viviamo in un mondo di cooperazione e di fratellanza tra pari.

Non esiste un altro sistema simile, e conferisce alla verità – non alla verità che pensiamo o scopriamo, ma alle verità che viviamo e a cui dobbiamo fedeltà – un carattere tridimensionale che non ha nel mondo dicotomico della logica aristotelica.[ Non che Aristotele fosse strettamente aristotelico. Fu uno dei primi filosofi a comprendere che le diverse discipline intellettuali avevano criteri di verità e logiche interne differenti.] Questo è il potere del pensiero dialogico e cronologico, e deriva dalla profondità che la realtà acquisisce quando aggiungiamo alla natura bidimensionale dell’umanità la terza dimensione che è Dio.

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