La fede come un viaggio – Parashat Emor
di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l
tradotto ed adattato da David Malamut
Nella sua descrizione delle festività dell’anno ebraico, la parasha di questa settimana contiene la seguente affermazione:
<< Nelle capanne abiterete sette giorni: tutti gl’indigeni [e quindi possidenti] in Israel abiteranno nelle capanne. Affinché sappiano i vostri posteri che nelle capanne ho fatto abitare i figli d’Israel, quando li trassi dalla terra d’Egitto [cioè perché non insuperbiscano per l’abbondante ricolto, ma rammentino l’antica miseria, e riconoscano da Dio la loro prosperità]. Sono io, il Signore, Iddio vostro. >> (Levitico 23, 42-43)
Il significato preciso di questo passo fu oggetto di disaccordo tra due grandi maestri dell’epoca della Mishna, Rabbi Eliezer e Rabbi Akiva. Secondo il Talmud babilonese (Sukkah 11a), Rabbi Eliezer sostiene che il riferimento sia alle Nuvole di Gloria che accompagnarono gli Israeliti nel loro viaggio attraverso il deserto. Rabbi Akiva, invece, afferma che il versetto debba essere interpretato letteralmente (succot mammash). Significa “capanne“, né più né meno.
Una simile divergenza di opinioni esiste anche tra i grandi commentatori ebrei medievali. Rashi e Ramban sono favorevoli all’interpretazione delle “Nuvole di Gloria“. Ramban cita come prova la profezia di Isaia riguardante la fine dei tempi:
“Allora il Signore creerà su tutto il monte Sion e su quelli che vi si radunano una nube di fumo di giorno e una fiamma di fuoco di notte; su tutta la gloria ci sarà un baldacchino. Esso sarà un riparo e un’ombra dal caldo del giorno, un rifugio e un nascondiglio dalla tempesta e dalla pioggia.” (Isaia 4, 5-6)
Qui la parola succah si riferisce chiaramente non a una protezione naturale, bensì a una protezione miracolosa, divina.
Ibn Ezra e Rashbam, tuttavia, propendono per l’interpretazione letterale. Rashbam spiega come segue: la festa di Sukkot, quando il raccolto era completo e il popolo era circondato dalle benedizioni della terra, era il momento per ricordare loro come erano giunti lì. Gli Israeliti rivivevano gli anni nel deserto durante i quali non avevano una dimora fissa. Provavano quindi un senso di gratitudine verso Dio per averli condotti nella terra promessa. Il passo biblico di Rashbam a sostegno di questa tesi è il discorso di Mosè in Deuteronomio 8:
<< Tu mangerai e ti sazierai [cioè vivrai nell’abbondanza], e benedirai il Signore, Iddio tuo, per la buona terra che ti concesse. Bada bene che tu non dimentichi il
Signore, Iddio tuo, in guisa di non osservare i suoi precetti, le sue leggi e i suoi statuti ch’io ti comando in oggi; Che, vivendo nell’abbondanza, e buone case edificando ed abitando; Ed il tuo bestiame grosso e minuto moltiplicandosi, ed acquistando tu in grande quantità argento ed oro, e moltiplicandosi ogni tuo avere; Il tuo cuore non insuperbisca, e tu ponga in obblìo il Signore, Iddio tuo, che ti trasse dalla terra d’Egitto, da quella (ch’era per voi) casa di schiavi; Il quale ti fece viaggiare pel deserto grande e terribile, (per luoghi) di serpenti, Sarafi e scorpioni; luoghi aridi, dove non è acqua; il quale ti fece sgorgare l’acqua dalla rupe del macigno; Il quale nel deserto ti diede a mangiare la Manna, ignota ai padri tuoi; per farti soffrire delle privazioni, e per isperimentarti, per farti felice nel tuo avvenire. E tu dica nel tuo cuore: La mia forza ed il vigore della mia mano m’hanno procacciata questa prosperità. Ma ti ricorderai del Signore, Iddio tuo, che (cioè) è egli che ti dà la forza di prosperare, per attenere la promessa che ha giurata ai padri tuoi, come in oggi avviene [cioè dopo la disfatta di Sihhòn e d’Og, la divina promessa mostravasi in parte effettuata]. >> (Deuteronomio 8, 10-18)
Secondo Rashbam, Sukkot (come la festa di Pesach) è un promemoria delle umili origini del popolo ebraico, un potente antidoto ai rischi dell’abbondanza. Questo è uno dei temi principali dei discorsi di Mosè nel libro del Deuteronomio e un segno della sua grandezza come leader. La vera sfida per il popolo ebraico, avvertiva, non erano i pericoli che avrebbero affrontato nel deserto, ma il contrario: il senso di benessere e sicurezza che avrebbero provato una volta stabilitisi nella terra promessa. L’ironia – e si è verificata molte volte nella storia delle nazioni – è che le persone si ricordano di Dio nei momenti di difficoltà, ma lo dimenticano nei momenti di prosperità. È allora che le culture diventano decadenti e iniziano a declinare.
Rimane però un interrogativo. Secondo l’interpretazione che vede le succah come capanne nel deserto, quale miracolo rappresenta la festa di Sukkot? Pesach celebra la liberazione degli Israeliti dall’Egitto con segni e prodigi. Shavuot commemora il dono della Torah sul Monte Sinai, l’unico momento nella storia in cui un intero popolo ha sperimentato una rivelazione diretta di Dio. Nell’interpretazione delle “Nuvole di Gloria“, Sukkot si inserisce in questo schema. Ricorda i miracoli nel deserto, i quarant’anni durante i quali mangiarono la manna dal cielo, bevvero acqua da una roccia e furono guidati da una colonna di nuvola di giorno e di fuoco di notte (nel 1776, Thomas Jefferson scelse questa immagine come disegno per il Gran Sigillo degli Stati Uniti).
Ma secondo l’interpretazione che la succah non è un simbolo ma un fatto concreto – una capanna, una baracca, niente di più – quale miracolo rappresenta? Non c’è nulla di eccezionale nel vivere in una casa portatile se si è un gruppo nomade che vive nel deserto del Sinai. È ciò che i beduini fanno ancora oggi. Dov’è dunque il miracolo?
Una risposta sorprendente e meravigliosa ci viene data dal profeta Geremia:
“Va’ e proclama a Gerusalemme:
«Ricordo la tua devozione della giovinezza,
come mi amavi come una sposa,
e mi seguivi nel deserto,
in una terra non seminata».” (Geremia 2, 2)
Nel Pentateuco, la maggior parte dei riferimenti agli anni trascorsi nel deserto si concentra sulla grazia di Dio e sull’ingratitudine del popolo: i loro litigi e le loro lamentele, la loro costante incostanza. Geremia fa l’opposto. Certo, ci furono anche aspetti negativi in quegli anni, ma a contrastarli c’è il semplice fatto che gli Israeliti ebbero la fede e il coraggio di intraprendere un viaggio attraverso una terra sconosciuta, irta di pericoli, sostenuti solo dalla loro fiducia in Dio. Furono come Sara che accompagnò Abramo nel suo viaggio, lasciandosi alle spalle “la sua terra, il suo luogo di nascita e la casa di suo padre“. Furono come Zippora che accompagnò Mosè nella sua rischiosa missione per liberare gli Israeliti dall’Egitto. Esiste una fede che è come l’amore; esiste un amore che richiede fede. Questo è ciò che gli Israeliti dimostrarono lasciando la terra in cui avevano vissuto per 210 anni e viaggiando nel deserto, “una terra non seminata“, senza sapere cosa li avrebbe attesi lungo il cammino, ma confidando in Dio affinché li conducesse a destinazione.
Forse fu necessario l’intervento di Rabbi Akiva, il grande amante di Israele, per comprendere che ciò che era veramente straordinario degli anni nel deserto non era il fatto che gli Israeliti fossero circondati dalle Nuvole di Gloria, ma che fossero un’intera nazione senza una casa né abitazioni; erano come nomadi senza un luogo di rifugio. Esposti agli elementi, a rischio di qualsiasi attacco a sorpresa, continuarono tuttavia il loro viaggio nella fede che Dio non li avrebbe abbandonati.
In misura notevole, la festa di Sukkot divenne il simbolo non solo dei quarant’anni trascorsi nel deserto, ma anche di duemila anni di esilio. Dopo la distruzione del Secondo Tempio, gli ebrei furono dispersi in tutto il mondo. Quasi da nessuna parte godevano di diritti. Da nessuna parte potevano considerarsi a casa. Ovunque si trovassero, vi erano per concessione, dipendenti dal capriccio di un governante. In qualsiasi momento e senza preavviso potevano essere espulsi, come accadde dall’Inghilterra nel 1290, da Vienna nel 1421, da Colonia nel 1424, dalla Baviera nel 1442, da Perugia, Vicenza, Parma e Milano negli anni Ottanta del Quattrocento, e, soprattutto, dalla Spagna nel 1492. Queste espulsioni diedero origine al mito cristiano dell’ “ebreo errante“, ignorando convenientemente il fatto che furono proprio i cristiani a imporre loro questo destino. Eppure, anche loro spesso rimanevano sbalorditi dal fatto che, nonostante tutto, gli ebrei non avessero rinunciato alla loro fede quando (per usare le parole di Judah Halevi) “con una parola pronunciata con leggerezza” avrebbero potuto convertirsi alla religione dominante e porre fine alle loro sofferenze.
Sukkot è la festa di un popolo per il quale, per venti secoli, ogni casa è stata una semplice dimora temporanea, ogni tappa una semplice sosta in un lungo viaggio. Trovo profondamente commovente che la tradizione ebraica chiami questo periodo zeman simchatenu, “la stagione della nostra gioia”. Questa, senza dubbio, è la grandezza dello spirito ebraico: gli ebrei, senza altra protezione se non la fede in Dio, sono stati capaci di celebrare in mezzo alla sofferenza e di affermare la vita nella piena consapevolezza dei suoi rischi e delle sue incertezze. Questa è la fede di una nazione straordinaria.
Rabbi Levi Yitzchak di Berditchev spiegò una volta perché la festa di Nissan ha due nomi, Pesach e Chag haMatzot. Il nome Pesach rappresenta la grandezza di Dio che “passò oltre” le case degli Israeliti in Egitto. Il nome Chag haMatzot rappresenta la grandezza degli Israeliti che furono disposti a seguire Dio nel deserto senza provviste. Nella Torah, Dio chiama la festa Chag haMatzot in lode di Israele. Il popolo ebraico, tuttavia, la chiamò Pesach per cantare le lodi di Dio. Questo, a quanto pare, è il punto di disaccordo tra Rabbi Eliezer e Rabbi Akiva riguardo a Sukkot. Secondo Rabbi Eliezer, rappresenta il miracolo di Dio, le Nuvole di Gloria. Secondo Rabbi Akiva, invece, rappresenta il miracolo di Israele: la loro volontà di continuare il lungo cammino verso la libertà, vulnerabili e a grande rischio, guidati solo dalla chiamata di Dio.
Perché allora, secondo Rabbi Akiva, Sukkot si celebra nel periodo del raccolto? La risposta si trova proprio nel versetto successivo della profezia di Geremia. Dopo aver parlato della “devozione della tua giovinezza, di come mi hai amato (come una sposa)”, il Profeta aggiunge:
“Israele è santo per Dio,
primizia del suo raccolto.” (Geremia 2, 3)
Proprio come durante il mese di Tishri gli Israeliti celebravano il loro raccolto, così Dio celebra il Suo popolo: un popolo che, al di là di ogni altro difetto, è rimasto fedele alla chiamata del Cielo più a lungo e attraverso un percorso più arduo di qualsiasi altro popolo sulla terra.



