«Custodisci la tua lingua dal male» (Salmi 34:14)
Ci sono momenti in cui parole e azioni diventano una responsabilità. Questo è uno di quelli.
Da ebrei italiani guardiamo a Israele come a una democrazia fondata sull’autodeterminazione, sulla sicurezza e sulla libertà, nel quadro dei principi sanciti dalla sua Dichiarazione d’Indipendenza.
Proprio per questo sentiamo il dovere di riaffermare un principio che precede ogni appartenenza e ogni schieramento: la dignità della persona e il valore della vita umana non possono mai essere messe in discussione.
Israele non è uno Stato costruito contro qualcuno. È uno Stato nato per garantire al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione e la sicurezza. La sua identità ebraica non crea ostacoli alla presenza e al rispetto delle altre fedi, delle altre comunità e di ogni essere umano. Al contrario, una democrazia sicura della propria identità non ha bisogno di trasformare l’altro in una minaccia.
Esiste una differenza tra fermezza e disumanizzazione, tra difendere le proprie ragioni e negare quelle dell’umanità altrui. È un confine che le parole non dovrebbero mai oltrepassare.
E quando il linguaggio pubblico supera il limite della responsabilità e del rispetto della dignità umana, è doveroso prendere le distanze con chiarezza senza che che ciò significhi entrare nelle dinamiche politiche del Paese, né schierarsi nel suo confronto interno. Significa affermare un principio morale che non conosce confini: nessuna ragione può rendere accettabile la disumanizzazione dell’altro.
Le parole di chi ha responsabilità pubbliche hanno un peso particolare. Possono rassicurare o alimentare paura, ricomporre o dividere, preservare il senso del limite o contribuire a cancellarlo. Per questo devono essere pronunciate nella piena consapevolezza delle conseguenze che possono produrre.
La storia ebraica ci ha insegnato quanto rapidamente le parole possano trasformarsi in stigma e quanto il linguaggio dell’esclusione possa produrre conseguenze profonde. Per questo non possiamo considerare inevitabile l’innalzamento dei toni, né accettare la normalizzazione dell’estremismo come semplice strumento della competizione politica: non in Israele, non in Italia. Non possiamo restare in silenzio quando certe parole oltrepassano il limite del rispetto umano.
A questo si aggiunge, nel contesto italiano, una responsabilità ulteriore. L’informazione tende spesso a semplificare la complessità del conflitto israelo-palestinese, isolando parole dal loro contesto e riducendo situazioni articolate a formule immediate. Questa tendenza non giustifica né attenua la responsabilità di chi ricorre a un linguaggio disumanizzante; la aggrava, perché si inserisce in un dibattito pubblico già esposto alla distorsione.
La vera forza, anche nei momenti più difficili, sta nel saper difendere le proprie ragioni senza perdere il senso della responsabilità e della dignità.



