Ascoltare Geremia, perseguire la giustizia a voce alta
pubblicato su Moked :
in Punti di vista
di Giorgio Mortara
La situazione odierna del conflitto tra l’Iran e i suoi alleati contro Israele mostra molte similitudini con la conquista babilonese del 586 prima dell’E.V. Nelle prime settimane del mese di Av, rileggendo i testi, e in particolare il libro di Geremia, è emerso con chiarezza che la distruzione del Primo Tempio non ebbe inizio quando i soldati babilonesi fecero breccia nelle mura di Gerusalemme. Ebbe inizio molti anni prima, quando la giustizia cedette il passo alla corruzione e la nazione ebraica smise di ascoltare la chiamata di D-o.
Mentre ricordiamo e piangiamo la distruzione di entrambi i Templi, la tradizione ebraica ci invita non solo a commemorare ciò che è accaduto, ma anche a interrogarci sulle cause profonde che hanno reso possibile quella tragedia.
Geremia ammonisce:
«Praticate ciò che è giusto e retto. Liberate dalla mano dell’oppressore chi è stato derubato. Non commettete ingiustizie né violenze nei confronti dello straniero, dell’orfano o della vedova.» (Geremia 22:3)
La Torah non distingue tra ricchi e poveri, potenti e deboli, nativi e stranieri. L’uguaglianza davanti alla legge è la traduzione, sul piano umano, dell’uguaglianza davanti a D-o.
«Giustizia, solo giustizia perseguirai, affinché tu possa vivere e possedere la terra che il Signore tuo D-o ti dà.» (Deuteronomio 16:20)
Se Geremia vivesse oggi, probabilmente ci esorterebbe ancora una volta a esaminare il nostro cuore, ricordandoci che una società si eleva o si disgrega in base alle scelte morali e collettive del suo popolo.
Gershon Baskin, in un editoriale pubblicato sul Jerusalem Post il 9 luglio, sostiene che oggi Israele sta combattendo due guerre: una contro i nemici esterni – Iran, Hamas, Hezbollah e Houthi – e un’altra, interna, condotta dagli estremisti della destra radicale e da coloni violenti contro la popolazione palestinese della Cisgiordania.
Come egli osserva, difendere i palestinesi dalla violenza dei coloni non rappresenta soltanto una causa palestinese: è una necessità democratica per Israele ed è anche una necessità profondamente ebraica. Un ebraismo trasformato in strumento di dominio, vendetta o supremazia non può costituire il fondamento morale della patria nazionale del popolo ebraico.
Quando la legge viene applicata in modo diverso a ebrei e palestinesi, la democrazia si indebolisce dall’interno. Uno Stato ebraico non può conservare la propria autorevolezza morale se tollera che la violenza venga esercitata in nome dell’ebraismo o della Terra d’Israele. Nessuna società libera può sopravvivere se consente agli estremismi di governare attraverso la paura.
Come ha recentemente scritto anche l’amico David Palterer su Pagine Ebraiche, è inutile invocare il superamento delle divisioni interne al nostro popolo se a quelle parole non seguono scelte politiche e comportamenti coerenti. In assenza di fatti, anche gli appelli più nobili – come quelli del presidente israeliano Isaac Herzog – rischiano di trasformarsi in semplice retorica.
Fermo restando il principio dell’unicità del popolo ebraico, sia esso residente in Israele o nella Diaspora, anche noi ebrei italiani possiamo, anzi dobbiamo, far sentire la nostra voce, richiamandoci ai valori etici e morali dell’ebraismo e contribuendo a evitare derive che finiscono per danneggiare l’intero popolo ebraico, in Israele come nella Golà.
È con sincero rammarico che constato come una parte significativa del mondo rabbinico e dei maître à penser religiosi scelga spesso di non prendere posizione pubblicamente e di non esercitare fino in fondo la propria funzione educativa nel contrastare le manifestazioni di odio, di violenza e di intolleranza che possono emergere anche all’interno del nostro stesso mondo ebraico. Il silenzio, in questi casi, difficilmente può essere considerato una forma di neutralità: rischia piuttosto di essere interpretato come acquiescenza. Proprio perché la tradizione ebraica ci insegna a praticare la giustizia anche quando è scomoda, ritengo che oggi sia dovere di tutti noi, e in particolare di chi svolge un ruolo educativo e spirituale, riaffermare con chiarezza quei valori etici e morali che costituiscono il fondamento della nostra identità da oltre 5.786 anni.
Mentre ricordiamo e piangiamo la distruzione di entrambi i Templi, la tradizione ebraica ci invita non solo a commemorare ciò che è accaduto, ma anche a interrogarci sulle cause profonde che hanno reso possibile quella tragedia.
Geremia ammonisce:
«Praticate ciò che è giusto e retto. Liberate dalla mano dell’oppressore chi è stato derubato. Non commettete ingiustizie né violenze nei confronti dello straniero, dell’orfano o della vedova.» (Geremia 22:3)
La Torah non distingue tra ricchi e poveri, potenti e deboli, nativi e stranieri. L’uguaglianza davanti alla legge è la traduzione, sul piano umano, dell’uguaglianza davanti a D-o.
«Giustizia, solo giustizia perseguirai, affinché tu possa vivere e possedere la terra che il Signore tuo D-o ti dà.» (Deuteronomio 16:20)
Se Geremia vivesse oggi, probabilmente ci esorterebbe ancora una volta a esaminare il nostro cuore, ricordandoci che una società si eleva o si disgrega in base alle scelte morali e collettive del suo popolo.
Gershon Baskin, in un editoriale pubblicato sul Jerusalem Post il 9 luglio, sostiene che oggi Israele sta combattendo due guerre: una contro i nemici esterni – Iran, Hamas, Hezbollah e Houthi – e un’altra, interna, condotta dagli estremisti della destra radicale e da coloni violenti contro la popolazione palestinese della Cisgiordania.
Come egli osserva, difendere i palestinesi dalla violenza dei coloni non rappresenta soltanto una causa palestinese: è una necessità democratica per Israele ed è anche una necessità profondamente ebraica. Un ebraismo trasformato in strumento di dominio, vendetta o supremazia non può costituire il fondamento morale della patria nazionale del popolo ebraico.
Quando la legge viene applicata in modo diverso a ebrei e palestinesi, la democrazia si indebolisce dall’interno. Uno Stato ebraico non può conservare la propria autorevolezza morale se tollera che la violenza venga esercitata in nome dell’ebraismo o della Terra d’Israele. Nessuna società libera può sopravvivere se consente agli estremismi di governare attraverso la paura.
Come ha recentemente scritto anche l’amico David Palterer su Pagine Ebraiche, è inutile invocare il superamento delle divisioni interne al nostro popolo se a quelle parole non seguono scelte politiche e comportamenti coerenti. In assenza di fatti, anche gli appelli più nobili – come quelli del presidente israeliano Isaac Herzog – rischiano di trasformarsi in semplice retorica.
Fermo restando il principio dell’unicità del popolo ebraico, sia esso residente in Israele o nella Diaspora, anche noi ebrei italiani possiamo, anzi dobbiamo, far sentire la nostra voce, richiamandoci ai valori etici e morali dell’ebraismo e contribuendo a evitare derive che finiscono per danneggiare l’intero popolo ebraico, in Israele come nella Golà.
È con sincero rammarico che constato come una parte significativa del mondo rabbinico e dei maître à penser religiosi scelga spesso di non prendere posizione pubblicamente e di non esercitare fino in fondo la propria funzione educativa nel contrastare le manifestazioni di odio, di violenza e di intolleranza che possono emergere anche all’interno del nostro stesso mondo ebraico. Il silenzio, in questi casi, difficilmente può essere considerato una forma di neutralità: rischia piuttosto di essere interpretato come acquiescenza. Proprio perché la tradizione ebraica ci insegna a praticare la giustizia anche quando è scomoda, ritengo che oggi sia dovere di tutti noi, e in particolare di chi svolge un ruolo educativo e spirituale, riaffermare con chiarezza quei valori etici e morali che costituiscono il fondamento della nostra identità da oltre 5.786 anni.
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