Dal Talmud una guida contro le fake news

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Pubblicato su Moked – 9-08

Fake news, immagini generate dall’intelligenza artificiale, audio falsificati, titoli costruiti per attirare l’attenzione, campagne organizzate di disinformazione: stabilire che cosa in rete sia vero e cosa soltanto plausibile è diventato sempre più complesso. Il problema, però, non nasce con il digitale: racconta Menachem Katz su Aish.com che nel 1835 un autorevole giornale newyorkese convinse molti lettori che un astronomo avesse osservato creature alate sulla luna; nel 1948 il Chicago Tribune pubblicò in prima pagina il titolo «Dewey sconfigge Truman», quando Truman aveva appena vinto le elezioni. Anche i Protocolli dei Savi di Sion, un falso costruito a tavolino, hanno mostrato quanto danno possa produrre una falsificazione accolta senza chiedersi su quali prove si fondasse. La questione precede la tecnologia contemporanea: come riconoscere un’informazione attendibile? Una risposta arriva dal Talmud che, insieme alla successiva sistematizzazione di Maimonide nel Mishneh Torah, dedica ampio spazio alle regole con cui valutare la credibilità di una testimonianza. Il contesto è quello del tribunale ebraico, chiamato a stabilire la verità dei fatti, ma molti dei criteri elaborati possono essere applicati anche alla lettura delle notizie.

Il primo riguarda la differenza tra testimonianza diretta e sentito dire: la Torah definisce il testimone colui che «ha visto o appreso» un fatto, mentre il Talmud stabilisce che la testimonianza deve arrivare «dalla loro bocca, non dal loro scritto» (Ketubot 20a). Maimonide chiarisce che non è possibile testimoniare «su qualcosa che non si è visto con i propri occhi o udito con le proprie orecchie». Anche una persona considerata affidabile non può sostituire l’esperienza diretta di chi ha assistito all’evento. Applicato all’informazione, il principio porta a diffidare delle fonti anonime e a distinguere tra chi racconta ciò che ha verificato personalmente e chi ripete un’informazione ricevuta altrove.

Un secondo criterio è quello della conferma indipendente. «Una questione viene stabilita dalla testimonianza di due testimoni», recita Devarim (19:15), principio ripreso dalla tradizione rabbinica. Due testimonianze autonome hanno un peso diverso rispetto a molte ripetizioni della stessa fonte: dieci articoli che riprendono un’unica agenzia restano, in sostanza, una sola informazione. Il metodo del tribunale talmudico prevede inoltre domande precise ai testimoni. La Torah ordina di «indagare, interrogare e chiedere con attenzione» (Devarim 13:15); nella Mishnah, questa indicazione si traduce in verifiche su tempi, luoghi e dettagli dell’evento. Maimonide osserva che «quanto più il giudice interroga i testimoni, tanto più è degno di lode». Un racconto ricco di particolari è più facilmente controllabile, mentre un’affermazione vaga, priva di riferimenti concreti, lascia aperti maggiori dubbi.

Un’altra regola riguarda la possibilità di verifica. Il Talmud afferma che una testimonianza che non può essere falsificata non è una vera testimonianza (Sanhedrin 41a). Anche davanti a una notizia è quindi necessario chiedersi: come possiamo sapere che è vera? Quali elementi permettono di controllarla? Se non esiste alcuna possibilità di verifica, la cautela diventa necessaria. Fondamentale è poi il principio dell’ascolto di entrambe le parti. La Torah invita i giudici ad «ascoltare i vostri fratelli» (Devarim 1:16) e il Talmud stabilisce che un giudice non può ascoltare una parte senza la presenza dell’altra (Sanhedrin 7b). Una notizia che offre spazio alla replica dell’accusato ha caratteristiche diverse da un racconto costruito su una sola voce.

Anche la reputazione della fonte conta. La tradizione rabbinica esclude testimoni privi di affidabilità, persone già sorprese a mentire o soggetti senza una reale responsabilità sociale. Nel mondo dell’informazione questo significa valutare il passato di una testata, di un autore o di un account: una fonte riconoscibile e sottoposta a controllo ha un peso diverso rispetto a un’identità anonima che può diffondere affermazioni senza conseguenze.

Particolarmente rilevante è il principio secondo cui una dichiarazione contraria all’interesse di chi la pronuncia acquista maggiore credibilità. Maimonide scrive: «Ogni volta che una persona trae beneficio dalla propria testimonianza, non può renderla, perché è come se testimoniasse a proprio favore» (Hilchot Edut 15:1). Al contrario, un’ammissione che comporta un costo personale è considerata più affidabile: il Talmud afferma che «l’ammissione di una persona vale come cento testimoni» (Kiddushin 65b). Lo stesso criterio può essere applicato ai mezzi di informazione: una notizia che contraddice l’orientamento abituale di una fonte merita una particolare attenzione, perché va contro un possibile interesse di parte. Il principio dell’onere della prova è altrettanto chiaro. «Chi vuole sottrarre qualcosa al proprio compagno deve portare una prova» (Bava Kamma 46b). Un’accusa non diventa vera perché viene ripetuta con sicurezza o perché circola ampiamente: spetta a chi accusa dimostrare ciò che sostiene. La tradizione talmudica invita inoltre a concedere il beneficio del dubbio quando mancano elementi sufficienti. «Giudica il tuo prossimo con giustizia» (Vayikra 19:15) viene interpretato dai Maestri come un invito a valutare favorevolmente gli altri (Shevuot 30a).

In modo ancora più sorprendente, il Talmud racconta che in un processo capitale l’unanimità dei giudici per la condanna portava all’assoluzione dell’imputato (Sanhedrin 17a): un consenso totale poteva indicare l’assenza di un vero confronto. Infine, il Talmud osserva che «le persone non mentono su qualcosa destinato a essere rivelato» (Rosh Hashanah 22b). Un fatto pubblico, un documento facilmente reperibile o una dichiarazione registrata sono più difficili da inventare senza lasciare tracce. Ma proprio questa regola permette anche di riconoscere una falsificazione: se un presunto evento eccezionale avrebbe dovuto produrre numerose prove e nessuna compare, l’assenza diventa un elemento significativo. Questi criteri non garantiscono una certezza assoluta. Anche i testimoni possono sbagliare, le fonti rispettate possono fallire e i dettagli possono essere manipolati. Ma il metodo proposto dal Talmud invita a un esercizio di attenzione: chiedersi chi abbia realmente visto un fatto, quali siano le conferme indipendenti, se siano state ascoltate tutte le parti e quali prove sostengano un’accusa.

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