La rimpatriata – Parshat Lech Lecha 5787
di Rav Tzvi Hersh Weinreb (rabbino americano, vicepresidente emerito di Orthodox Union)
tradotto ed adattato da David Malamut
Ho sempre trovato la parashà della Torah di questa settimana, la parashà di Lech Lecha (Genesi 12,1-17,27), particolarmente stimolante e istruttiva. È in questa parashà che ci viene narrata la storia della aliyah di Abramo, il suo viaggio verso la Terra Santa.
Ciò che mi stupisce – e che ha stupito i lettori della Bibbia nel corso dei millenni – è la fede assoluta in Dio che Abramo dimostrò intraprendendo questo cammino.
Dio gli ordina di lasciare la sua terra, il suo luogo d’origine e la sua famiglia. Come se non bastasse, Dio non gli rivela nemmeno la meta. Dice semplicemente: «Va’!». Abramo non chiede dove; gli viene solo risposto: «…verso la terra che io ti indicherò». Perché? Come? Domande del genere non sfiorano nemmeno la mente di Abramo. Egli non chiede, e l’Onnipotente non gli spiega, quale sia il motivo per cui debba sradicarsi dal proprio ambiente familiare e dai legami affettivi più intimi. Ad Abramo viene promesso un successo benedetto, ma non gli viene fornito alcun indizio sul perché debba avventurarsi in una terra sconosciuta, verso un futuro incerto, per ottenere tale benedizione. L’interrogativo che sorge spontaneo nel lettore – «Perché non avrebbe potuto ricevere queste benedizioni divine nella sua terra d’origine?» – ed è una domanda che Abramo non si pone mai.
Un tempo pensavo che Abramo rappresentasse il modello di una fede perfetta, un esempio a cui ispirarsi ma che, nella nostra vita, non avremmo mai potuto sperare di raggiungere. O meglio, la pensavo così finché… non è avvenuto quel ricongiungimento.
Lasciate che vi racconti come è successo. Negli ultimi anni, io e mia moglie abbiamo avuto il privilegio di visitare spesso Israele, trattenendoci per periodi piuttosto lunghi. Durante questi soggiorni, incontriamo inevitabilmente vecchi amici, molti dei quali si sono trasferiti in Israele trenta, quaranta o, in alcuni casi, persino cinquant’anni fa.
Una domenica mattina, mentre sorseggiavo un caffè nel mio bar preferito a Gerusalemme – uno di quelli con i tavolini all’aperto – un signore si è seduto al tavolo accanto al mio e, continuando a leggere con grande attenzione, ha iniziato a bere il suo caffè. Sono sempre curioso di sapere cosa leggano gli altri, così non ho resistito alla tentazione di dare un’occhiata alla copertina del suo libro per scoprirne il titolo. Ebbene, si trattava proprio di uno dei miei preferiti: un’opera, poco conosciuta, sulle sottigliezze della lingua ebraica, scritta dal filosofo, poeta e mistico del XVIII secolo, Moshe Chaim Luzzatto.
L’uomo era completamente assorto nella lettura, ma io, in modo piuttosto sgarbato, ho interrotto la sua concentrazione dicendogli che conoscevo quel libro e che l’avevo scoperto quand’ero molto giovane. Lui ha sollevato lo sguardo dalla pagina, mi ha osservato con attenzione e ha esclamato: «Lo so! L’abbiamo scoperto insieme, durante una delle nostre frequenti incursioni in quella vecchia libreria nel Lower East Side di Manhattan!».
Io non l’avevo riconosciuto, ma lui sì. All’epoca si chiamava Bernie; era un mio compagno di studi alla yeshivà, trasferitosi in Israele subito dopo aver ricevuto la semikhà, l’ordinazione rabbinica. Ora si faceva chiamare Baruch.
È nata una lunga conversazione, durante la quale ci siamo aggiornati sulle nostre vite e su che fine avessero fatto altri vecchi amici, trasferitisi in Israele molto tempo prima. È stato lui a proporre di organizzare una rimpatriata.
Ci siamo ritrovati qualche settimana dopo. Erano in cinque, e io ero l’unico «americano». Due di loro si erano trasferiti in Israele subito dopo il liceo per proseguire gli studi, senza mai più fare ritorno negli Stati Uniti. Gli altri tre avevano fatto l’aliyah un po’ più tardi, poco più che ventenni, dopo l’università e il matrimonio.
Abbiamo trascorso diverse ore insieme, rievocando i «bei vecchi tempi», ridendo di gusto e ripensando agli scherzi della nostra giovinezza. Col passare del tempo, la conversazione ha assunto toni più seri: ognuno di loro ha raccontato, a turno, la scelta di lasciare «la propria terra, il proprio luogo di nascita e la casa dei propri padri» per trasferirsi in Israele e costruirsi una nuova vita.
Ognuno di loro ha raccontato una storia unica riguardo al proprio percorso di vita. Due sono diventati rabbini di grande spicco, nonché autori di importanti opere di carattere accademico. Un altro, che in passato è stato musicista, oggi si guadagna da vivere impartendo lezioni di musica ad adulti in pensione. Un quarto è un medico, anch’egli ormai in pensione, che – per una singolare coincidenza – segue lezioni di musica proprio con un nostro amico comune. Il quinto è un imprenditore di grande successo, che ha saputo trarre vantaggio dal boom dell’edilizia residenziale a Tel Aviv.
Si tratta di personalità molto diverse, con storie profondamente differenti. Eppure, c’è un aspetto che le accomuna: come Abramo – sebbene in un’età ben più giovane – ognuno di loro ha udito la chiamata di Dio: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò».
A differenza di Abramo, loro sapevano verso quale meta fossero diretti. Eppure, come ha osservato uno di loro: «Sapevamo dove andavamo, ma non avevamo idea di cosa ci aspettasse».
A differenza di Abramo, non hanno ricevuto alcuna promessa divina di benedizione; eppure, oggi, ciascuno di loro sente di essere stato abbondantemente benedetto. Hanno lasciato le proprie famiglie d’origine – in alcuni casi, senza mai più rivedere i genitori – ma hanno saputo costruirne di nuove, numerose e variegate; al momento di questo ritrovo, tutti avevano nipoti che prestavano servizio nell’esercito israeliano.
Nessuno di loro nutre il minimo rimpianto per la scelta fatta; anzi, mi hanno preso affettuosamente in giro per non aver intrapreso, a suo tempo, il cammino che loro hanno avuto il coraggio di scegliere. Devo confessare che, in loro compagnia, quella sera ho provato un senso di colpa e di vergogna, oltre a una buona dose di invidia.
Tuttavia, tali sentimenti sono stati superati dall’ammirazione e dal rispetto che nutro per loro – e per tutti coloro che, ancora oggi, seguono le orme di Abramo e Sara, prendendo sul serio le parole di Dio che aprono la lettura della Torah di questa settimana: «Lech lecha – Vattene… v’heyei bracha – e sarai una benedizione»
(לֶךְ־לְךָ֛… וֶהְיֵ֖ה בְּרָכָֽה).



