L’eroismo della vita di tutti i giorni

 In Parashà della Settimana

di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l

tradotto ed adattato da David Malamut

 

SOMMARIO:

In risposta alla chiamata di Dio, Abramo e Sara iniziano il loro viaggio verso una nuova terra e un nuovo tipo di fede, che diventerà il contesto dell’intero dramma ebraico da quel momento in poi.

Ci sono delle battute d’arresto iniziali. C’è una carestia e devono partire. C’è una lite tra Abramo e suo nipote Lot, e i due si separano. Lot viene catturato in una guerra locale e Abramo deve combattere una battaglia per liberarlo.

Dio stringe quindi un patto con Abramo, che rimane senza figli. Su suggerimento di Sara, Abramo ha un figlio, Ismaele, dalla sua serva Agar, ma Dio gli dice che non è lui l’erede del patto.

<< Vanne dal tuo paese, dal tuo parentado, e dalla casa di tuo padre, al paese che ti farò vedere.>> (Genesi 12, 1)

Queste parole sono tra le più significative della storia dell’umanità. Proprio in quel momento nacque una nuova fede, che è durata per due terzi del corso della civiltà e rimane ancora oggi giovane e vigorosa. Abramo non solo ha dato origine a ciò che oggi chiamiamo giudaismo, ma è stato anche fonte d’ispirazione per altre due religioni, il cristianesimo e l’islam, che fanno entrambe risalire a lui la propria discendenza, sia biologica che spirituale, e che oggi contano tra i propri fedeli più della metà dei sei miliardi di persone che popolano la terra.[ Questi dati erano esatti al momento della stesura del presente documento, nell’agosto 2008, anche se oggi, se citati, dovrebbero essere adeguati per tenere conto dell’aumento della popolazione mondiale.]

Non c’è stato nessuno come Abramo, eppure la Torah è eccezionalmente sobria nel racconto che fa di lui. Da bambini abbiamo imparato che fu il primo iconoclasta, colui che, ancora giovane, frantumò gli idoli nella casa di suo padre. Ma si tratta di un Midrash, una tradizione dedotta da accenni nel testo biblico piuttosto che da affermazioni esplicite. Nel testo puro della Torah non ci viene detto nulla della sua infanzia, della sua giovinezza, dei suoi primi tempi con Sara, né di alcun altro periodo precedente al momento in cui Dio gli rivolse quelle parole fatidiche.

Da ciò che sappiamo, Abramo non corrisponde a nessuna immagine convenzionale dell’eroe religioso. Non è, come Noè, l’unico sopravvissuto di un mondo che corre verso la propria distruzione. Non è, come Mosè, un legislatore e un liberatore. Non è come i profeti successivi, persone che hanno trascorso la vita affrontando re, lottando con i propri contemporanei e «dicendo la verità al potere».

Senza dubbio, è un uomo di virtù esemplare. Accoglie gli stranieri e offre loro da mangiare. Combatte una battaglia a difesa delle città della pianura per salvare suo nipote Lot. Prega per loro in uno dei più grandi dialoghi della letteratura religiosa. Attende pazientemente la nascita di un figlio e poi, quando giunge il comando, è disposto a offrirlo in sacrificio, solo per scoprire che il Dio della verità non vuole che sacrifichiamo i nostri figli, ma che li amiamo. Ma se ci venisse chiesto di descriverlo con degli aggettivi, le parole che ci vengono in mente – mite, gentile, benevolo – non sono quelle solitamente associate al fondatore di una nuova fede. Sono il tipo di qualità a cui chiunque di noi potrebbe aspirare. Nessuno di noi può essere un Abramo, ma tutti possiamo prenderlo come modello. Forse questa è la lezione più profonda di tutte.

In Sincerità e autenticità, Lionel Trilling ha fatto il seguente commento:

“Non tutte le culture sviluppano il concetto di eroismo. Una volta ebbi modo di osservare, in relazione a Wordsworth, che nella letteratura rabbinica non vi è traccia del concetto di eroismo. I rabbini, quando parlano di virtù, non menzionano mai la virtù del coraggio, che Aristotele considerava fondamentale per il carattere eroico. L’indifferenza dei rabbini nei confronti del concetto di coraggio è tanto più sorprendente in quanto sapevano che molti di loro sarebbero morti per la propria fede. Ciò che è particolarmente rilevante ai fini del nostro discorso è che, in quanto esseri etici, i rabbini non vedono mai se stessi – è come se il comandamento che proibiva la creazione di immagini si estendesse anche al loro modo di concepire l’esistenza morale personale.”

Trilling non è del tutto preciso. I rabbini parlavano effettivamente di coraggio, gevurah. Ma ha ragione quando afferma che l’ebraismo non aveva eroi nel senso in cui li intendevano i Greci e altre culture. Un eroe è colui che è convinto della propria importanza. È consapevole di recitare un ruolo sul palcoscenico del mondo sotto lo sguardo ammirato dei suoi contemporanei. I rabbini, diceva Trilling, «sarebbero stati ben disposti a intendere la definizione di eroe come quella di un attore e ad affermare che, in quanto tale, egli non meritava l’attenzione degli uomini seri». Abramo è il paradigma di un eroe non eroico, colui che (secondo la bella espressione di Maimonide) «fa ciò che è giusto perché è giusto»[Hilchot Teshuvah, Capitolo 10, Legge n.2] e non per amore della popolarità o della fama. Se dovessimo definire l’ebraismo in termini abramitici, sarebbe l’eroismo della vita ordinaria, l’essere disposti a vivere secondo le proprie convinzioni anche se tutto il mondo la pensa diversamente, l’essere fedeli alla chiamata dell’eternità, non al frastuono del presente. Il che ci porta alla frase chiave, le prime parole di Dio al portatore di una nuova alleanza: Lech Lecha. C’è, già in queste due parole, un accenno a ciò che sarebbe venuto?

Rashi, seguendo un’antica tradizione esegetica, traduce la frase come «parti per conto tuo» (Rashi, Genesi 12, 1). Egli suggerisce che queste parole significassero in realtà: «Viaggia per il tuo bene e a tuo vantaggio. Lì ti renderò una grande nazione; qui non avrai il merito di avere figli». A volte dobbiamo rinunciare al nostro passato per conquistare un futuro. Dio stava già insegnando ad Abramo che ciò che sembra un sacrificio, a lungo termine, non lo è. Abramo stava per dire addio alle cose che per noi contano di più: la nostra terra, il nostro luogo di nascita e le case dei nostri genitori, i luoghi a cui apparteniamo. È stato un viaggio dal familiare all’insolito, un salto nell’ignoto. Per poter compiere quel salto occorre fiducia, nel caso di Abramo, fiducia non nel potere visibile, ma nella voce del Dio invisibile. Alla fine, tuttavia, Abramo avrebbe scoperto di aver realizzato qualcosa che non avrebbe potuto fare altrimenti. Avrebbe dato vita a una nuova nazione la cui grandezza consisteva proprio nella capacità di vivere secondo quella voce e di creare qualcosa di nuovo nella storia dell’umanità. «Lech Lecha» significa quindi più che «Va’». Significa: «Va’ per te stesso».

Un’altra interpretazione midrashica attribuisce alla frase il significato di «Va’ con te stesso» – nel senso che, viaggiando di luogo in luogo, estenderai la tua influenza non su una sola terra, ma su molte:

“Quando il Santo disse ad Abramo: «Lascia la tua terra, la tua patria e la casa di tuo padre…», a cosa assomigliava Abramo? A un vaso di profumo con un coperchio ben chiuso, riposto in un angolo in modo che la sua fragranza non potesse diffondersi. Non appena fu spostato da quel luogo e aperto, la sua fragranza cominciò a diffondersi. Così il Santo disse ad Abramo: «Abramo, in te ci sono molte buone azioni. Viaggia di luogo in luogo, affinché la grandezza del tuo nome si diffonda nel Mio mondo».” (Bereishit Rabbah 39, 2).

Ad Abramo fu ordinato di lasciare il proprio luogo per testimoniare l’esistenza di un Dio non limitato dallo spazio, Creatore e Sovrano dell’intero universo. Abramo e Sara dovevano essere come un profumo, lasciando una traccia della loro presenza ovunque andassero. In questo Midrash è implicita l’idea che il destino dei primi ebrei prefigurasse già quello dei loro discendenti. Essi furono dispersi in tutto il mondo per diffondere la conoscenza di Dio in ogni angolo del globo. Insolitamente, l’esilio è visto qui non come una punizione, ma come un corollario necessario di una fede che vede Dio ovunque. «Lech lecha» significa «Va con te stesso», con le tue convinzioni, il tuo modo di vivere, la tua fede.

Una terza interpretazione, questa volta più mistica, attribuisce alla frase il significato di «Va verso te stesso». Il viaggio ebraico, diceva Rabbi David Biderman di Lelov, è un viaggio verso la radice dell’anima. «Solo nella Terra Santa», diceva Rabbi Shlomo Ephraim Luntschitz, «un ebreo può trovare la fonte del proprio essere». Rabbi Meshulam Zushya di Hanipol disse: «Quando arriverò in paradiso, non mi chiederanno: “Zushya, perché non sei stato Mosè?”. Mi chiederanno: “Zushya, perché non sei stato Zushya?”». Ad Abramo veniva chiesto di lasciarsi alle spalle tutte le cose che ci rendono qualcun altro – poiché è solo intraprendendo un viaggio lungo e solitario che scopriamo chi siamo veramente. «Vai verso te stesso».

Esiste, tuttavia, una quarta interpretazione: «Va’ da solo». Solo una persona disposta a stare da sola, singolare e unica, può adorare il Dio che è solo, singolare e unico. Solo chi è in grado di lasciarsi alle spalle le fonti naturali dell’identità può incontrare Dio, che sta al di sopra e al di là della natura. Un viaggio verso l’ignoto è una delle più grandi espressioni possibili di libertà. Dio voleva che Abramo e i suoi figli fossero un esempio vivente di cosa significhi servire il Dio della libertà, in libertà, per amore della libertà. Cosa significa questo?

Alasdair Macintyre una volta ha sottolineato che esistono due tipi di atei: chi non crede in Dio e chi per cui l’ateismo stesso è una sorta di religione. Tra questi ultimi, alcuni dei più grandi esempi furono ebrei (apostati, convertiti o non credenti) – i più famosi sono Spinoza, Marx e Freud. Anziché limitarsi a negare le verità dell’ebraismo, essi si proposero di fornire alternative sistematiche.

Fondamentali per la Torah sono due libertà: la libertà di Dio e la libertà degli esseri umani. Nel giudaismo, Dio non è una forza impersonale. Egli agisce (nella creazione, nella rivelazione e nella redenzione) non sulla base della necessità, ma della scelta. Scegliendo di creare l’umanità a Sua immagine, Egli ha dotato anche noi della capacità di scegliere. Non esistono né il destino né la predestinazione. «Chiamo a testimoni il cielo e la terra», disse Mosè, «che ho posto davanti a voi la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegliete dunque la vita».

Fu proprio questo che Spinoza, Marx e Freud si proposero di contestare. Ciascuno di loro cercò di dimostrare che non siamo liberi. L’uomo è un animale prevedibile. La nostra natura e il nostro carattere sono soggetti a leggi quasi scientifiche. Esiste una scienza del comportamento umano così come esiste una scienza degli atomi. La storia, personale o collettiva, è una forma di inevitabilità. Siamo ciò che siamo perché non potremmo essere altrimenti. Contro tutto ciò, l’ebraismo è una protesta vivente. Abramo e i suoi figli furono chiamati a una vita di libertà radicale – ed è proprio questo il cuore della triplice chiamata di Dio.

Marx affermò che l’uomo è un prodotto delle forze sociali, a loro volta plasmate dagli interessi della classe dominante, i proprietari dei beni, tra cui il più significativo è la terra. Perciò Dio disse ad Abramo: «Lascia la tua terra».

Spinoza affermò che gli esseri umani sono plasmati da istinti innati e pulsioni biologiche (oggi si parla di determinismo genetico) conferiti alla nascita. Per questo Dio disse ad Abramo: «Lascia le circostanze della tua nascita».

Freud sosteneva che siamo ciò che siamo a causa dei traumi dell’infanzia, dell’influenza dei nostri primi anni di vita, dei nostri rapporti e delle rivalità con i genitori, in particolare con il padre. Per questo Dio disse ad Abramo: «Lascia la casa di tuo padre».

“Lech Lecha” significa: lasciati alle spalle tutto ciò che rende gli esseri umani prevedibili, privi di libertà, inclini a incolpare gli altri e a eludere le responsabilità. I figli di Abramo furono chiamati a diventare il popolo che sfidava le leggi della natura perché si rifiutavano di definirsi come prodotti della natura (Nietzsche comprese particolarmente bene questo aspetto dell’ebraismo). Ciò non significa che le forze economiche, biologiche o psicologiche non abbiano alcun ruolo nel comportamento umano. Anzi, ce l’hanno. Ma con sufficiente immaginazione, determinazione, disciplina e coraggio possiamo elevarci al di sopra di esse. Abramo lo fece. E, nella maggior parte dei casi, lo fecero anche i suoi figli.

Coloro che vivono all’interno delle leggi della storia sono soggetti alle leggi della storia. Tutto ciò che è naturale, diceva Maimonide, è soggetto alla disintegrazione e al decadimento. È ciò che è accaduto praticamente a ogni civiltà apparsa sulla scena mondiale. Abramo, tuttavia, sarebbe diventato il padre di un “am olam”, un popolo eterno che non si sarebbe né disintegrato né decaduto. Pertanto, doveva essere un popolo disposto a porsi al di fuori delle leggi della natura. Ciò che per le altre nazioni è naturale – la terra, la casa, la famiglia – nell’ebraismo è oggetto di precetti religiosi. Bisogna lottare per ottenerli. Implicano un percorso. Non vengono concessi fin dall’inizio, né possono essere dati per scontati. Abramo doveva lasciarsi alle spalle le cose che rendono la maggior parte delle persone e dei popoli ciò che sono, e gettare le fondamenta per una terra, una casa ebraica e una struttura familiare che rispondessero non alle forze economiche, agli impulsi biologici e ai conflitti psicologici, ma alla parola e alla volontà di Dio. Lech Lecha, in questo senso, significa essere pronti a intraprendere un viaggio spesso solitario: «Va’ da solo».

Essere ebrei, essere figli di Abramo, significa avere il coraggio di essere diversi, di sfidare gli idoli dell’epoca, qualunque essi siano e qualunque sia l’epoca. In un’era di politeismo, ciò significava vedere l’universo come il prodotto di un’unica volontà creatrice – e quindi non privo di significato, ma coerente e significativo.

In un’epoca di schiavitù, significava rifiutarsi di accettare lo status quo in nome di Dio, sfidandolo invece in nome di Dio. Quando il potere era oggetto di culto, significava costruire una società che si prendesse cura dei più deboli: le vedove, gli orfani e gli stranieri. Nei secoli in cui la maggior parte dell’umanità era sprofondata nell’ignoranza, significava onorare l’istruzione come chiave della dignità umana e creare scuole per garantire l’alfabetizzazione universale. Quando la guerra era la prova dell’umanità, significava lottare per la pace. In epoche di individualismo radicale come quella odierna, significa sapere che non siamo ciò che possediamo ma ciò che condividiamo; non ciò che compriamo ma ciò che doniamo; che esiste qualcosa di più elevato dell’appetito e del desiderio – vale a dire la chiamata che ci giunge, come giunse ad Abramo, dall’esterno di noi stessi, esortandoci a dare un contributo al mondo.

Il giornalista (non ebreo) Andrew Marr scrisse una volta che gli ebrei «sono stati davvero diversi; hanno arricchito il mondo e lo hanno messo in discussione»[Andrew Marr, The Observer, 14 maggio 2000]. È proprio quel coraggio di viaggiare da soli se necessario, di essere diversi, di nuotare controcorrente, di parlare in un’epoca di relativismo degli assoluti della dignità umana sotto la sovranità di Dio, che è nato dalle parole Lech Lecha. Essere ebrei significa essere disposti ad ascoltare la voce flebile e sommessa dell’eternità che ci esorta a viaggiare, a muoverci, ad andare avanti, proseguendo il viaggio di Abramo verso quella destinazione sconosciuta all’orizzonte lontano della speranza. Prima sentiamo come egli iniziò il suo viaggio. Poi facciamo un passo avanti per trovare il nostro destino.

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