Avvicinare i cuori – Vayeshev 5786

 In Parashà della Settimana

di Rav Shmuel Rabinowitz, Rabbino del Kotel e luoghi sacri in Israele

Tradotto ed adattato da David Malamut

Parashat Vayeshev insegna che la maggior parte dei conflitti non inizia con la cattiveria, ma con la distanza emotiva. Quando ci avviciniamo e ci vediamo veramente, il sospetto si dissolve.

In tutte le parashot della Torah del Libro della Genesi fino ad ora, la linea di demarcazione tra il “lato buono” e il “lato cattivo” era netta: il serpente e Adamo, Noè e la sua generazione, Abramo e Lot, Ismaele e Isacco, Esaù e Giacobbe. Improvvisamente, nella Parasha di Vayeshev, si dispiega un diverso tipo di conflitto tra Giuseppe e i suoi fratelli, le dieci tribù. Qui non c’è una figura malvagia contrapposta a una giusta, ma piuttosto una disputa tra due parti entrambe meritevoli.

Chiunque studi la parashà si trova in una tempesta emotiva: Giuseppe, il “figlio della vecchiaia“, nato a Giacobbe da Rachele che amava tanto, riceve un affetto speciale da suo padre. I suoi fratelli, i figli di Lia e le ancelle, diventano gelosi di questo amore e faticano a tollerare i suoi sogni e le sue parole.

È chiaro che non si tratta di uno scontro tra il bene e il male, ma di un profondo disaccordo sulla leadership e sul percorso che il popolo d’Israele dovrebbe seguire. Tuttavia, questo disaccordo porta a un esito tragico: i fratelli quasi lo uccidono, finché Ruben non interviene per salvarlo. Alla fine, Giuseppe viene gettato in una fossa piena di serpenti e scorpioni, da cui viene venduto a dei mercanti che lo portano in Egitto. Lì trascorre anni lunghi e difficili, separato dal padre per ventidue anni.

Per comprendere questo doloroso processo, dobbiamo prestare attenzione a un sottile accenno nel linguaggio della Torah. Giuseppe è alla ricerca dei suoi fratelli durante la missione del padre. Si perde e all’improvviso incontra “un uomo” – secondo la tradizione ebraica, l’angelo Gabriele – che gli chiede cosa stia cercando. Giuseppe risponde:

<<E (Giuseppe) disse: Io cerco i miei fratelli: additami deh! dov’è che pasturano.>> (Genesi 37, 16)

L'”uomo” lo indirizza a Dothan, dove i fratelli stanno pascolando il gregge. Quando si avvicina, la Torah dice:

<<Essi il videro da lungi; ed innanzi che si avvicinasse a loro, gli macchinarono contro per ucciderlo. Si dissero l’uno all’altro: Ecco costà l’uomò dai sogni che viene.>> (Genesi 37, 18–19)

Qui il contrasto è netto: Giuseppe parla dei suoi fratelli con affetto – “Cerco i miei fratelli” – mentre loro si riferiscono a lui come “il sognatore”, un termine che esprime alienazione piuttosto che fratellanza.

L’Ohr HaChaim (Chaim ben Moses ibn Attar, noto talmudista e cabalista e uno dei più eminenti rabbini del Marocco) spiega la causa di questo cambiamento di atteggiamento:

Lo videro da lontano” – cioè dalla distanza del cuore; non lo videro come i fratelli vedono un fratello, ma come qualcuno distante da loro.

Il nipote del Chatam Sofer, nel suo commento allo Shir Ma’on, aggiunge:

Si può spiegare con un’allusione: non avevano un rapporto stretto con Giuseppe e non riconoscevano veramente il suo carattere nobile e la sua rettitudine. Pertanto, sospettavano di lui, pensando che il suo intento fosse quello di danneggiarli e di dominarli. Giuseppe capì che, poiché erano distanti da lui, non conoscevano la sua vera natura, e quindi era sospetto ai loro occhi. Voleva avvicinarsi a loro, ma prima che potesse farlo, lo avevano già giudicato. Questo è il significato di “lo videro da lontano”: con la loro mente vedevano solo il suo aspetto esteriore e, prima che potesse avvicinarsi a loro e che potessero conoscere la sua vera natura, avevano già complottato contro di lui.

Questi insegnamenti rivelano una profonda verità umana: la maggior parte dei conflitti nel mondo non derivano da cattiveria o intenzioni negative, ma da una mancanza di autentica comprensione.

Quando le persone si guardano “da lontano“, emotivamente, culturalmente o socialmente, non riescono a vedere la profondità dell’altro. Invece di comprendersi, sorgono sospetto, divisione e conflitto. Ma quando le persone si avvicinano, quando si lasciano ascoltare e farsi ascoltare, i cuori si aprono e le difficoltà svaniscono.

Nell’era moderna dei media digitali, il pericolo della distanza è diventato ancora più evidente. In un mondo in cui opinioni forti si formano in pochi secondi, sulla base di un’immagine, un titolo o una voce di corridoio, la divisione e il conflitto prosperano. Le persone esprimono opinioni su cose che non hanno mai incontrato, su persone che non hanno mai veramente conosciuto.

Ma avere diverse opinioni non è il problema. È il risultato naturale di background e appartenenze diversi. Il terreno comune tra le persone è molto più grande di ciò che le divide: tutti cercano il bene, tutti aspirano a una vita piena di significato e dignità.

Se impariamo ad avvicinarci, a comprendere, ad ascoltare, a vedere veramente l’altro, possiamo costruire un mondo di unità e di pace.

Post recenti
Salta al contenuto