Rifiutare il conforto, mantenere la speranza
di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l
Tradotto ed adattato da David Malamut
SOMMARIO:
Con Vayeshev, la storia si sposta da Giacobbe ai suoi figli. La tensione che abbiamo già percepito tra Lia e Rachele si trasferisce alla generazione successiva sotto forma della rivalità tra Giuseppe e i suoi fratelli, una storia i cui colpi di scena ci portano alla fine della Genesi.
Giuseppe è il figlio prediletto di Giacobbe, primogenito della sua amata Rachele. L’invidia e l’antagonismo dei suoi fratelli li portano a tendere un’imboscata a Giuseppe e a venderlo come schiavo in Egitto, un atto che molti anni dopo porterà alla schiavitù dell’intera famiglia, ormai una nazione.
L’inganno è stato compiuto. Giuseppe è stato venduto come schiavo. I suoi fratelli intingono la sua tunica nel sangue. La portano al padre, dicendo: «Abbiamo trovato questa. Prova a riconoscerla. È la tunica di tuo figlio o no?». Giacobbe la riconosce e risponde: «È la tunica di mio figlio. Una bestia selvaggia deve averlo divorato! Giuseppe è stato fatto a pezzi!». Poi leggiamo:
<< Giacobbe si lacerò le vesti, si pose (tela da) sacco ai lombi, e fece lutto per suo figlio lungo tempo. Tutt’i suoi figli e tutte le sue figlie si accinsero a confortarlo, ma egli ricusò di darsi conforto; anzi disse: No; ch’io voglio per (la perdita di) mio figlio
scendere in lutto alla tomba. – Così il padre seguitò a piangerlo.>> (Genesi 37, 34–35)
Nel giudaismo esistono leggi che stabiliscono i limiti del lutto: shiva, sheloshim, un anno. Non esiste un lutto per il quale il dolore sia infinito. Il Talmud dice che Dio ammonisce chi piange oltre il tempo stabilito: «Tu non sei più compassionevole di me»[ Mo’ed Katan 27b.]. Eppure Giacobbe rifiuta di essere consolato.
Un Midrash offre una spiegazione straordinaria. “Si può essere consolati per chi è morto, ma non per chi è ancora vivo”, dice. In altre parole, Giacobbe rifiutò di essere consolato perché non aveva ancora perso la speranza che Giuseppe fosse ancora vivo. Questo è, tragicamente, il destino di coloro che hanno perso dei familiari (i genitori dei soldati dispersi in guerra, per esempio) ma non hanno ancora alcuna prova che siano morti. Non possono attraversare le normali fasi del lutto perché non possono abbandonare la possibilità che la persona scomparsa possa ancora essere salvata. La loro continua angoscia è una forma di lealtà; arrendersi, piangere, rassegnarsi alla perdita è una sorta di tradimento. In questi casi, il dolore non trova pace. Rifiutare di essere consolati significa rifiutare di rinunciare alla speranza.
Ma su quali basi Giacobbe continuava a sperare? Sicuramente aveva riconosciuto il mantello macchiato di sangue di Giuseppe – disse esplicitamente: «È la tunica di mio figlio. Una bestia selvaggia deve averlo divorato! Giuseppe è stato fatto a pezzi!». Queste parole non significano forse che aveva accettato la morte di Giuseppe?
Il compianto David Daube ha avanzato un’ipotesi che trovo convincente.[David Daube, Studies in Biblical Law, Cambridge: University Press, 1947.] Le parole che i figli dicono a Giacobbe – haker na, letteralmente «identificalo, per favore» – hanno una connotazione quasi legale. Daube mette in relazione questo passaggio con un altro, con cui presenta strette analogie linguistiche:
<< Un giuramento (pel nome) del Signore avrà luogo tra i due, (per chiarire) s’egli non ha portata la mano sulla roba del suo prossimo, ed il proprietario riceverà [quello che si trova, cioè l’animale morto, o storpiato], e l’altro non pagherà. Se poi l’animale gli sarà stato rubato, lo pagherà al suo proprietario. Se sarà stato sbranato [da qualche fiera], gliene porterà un testimonio [qualche brano]. Egli non pagherà l’animale sbranato. Quando tal uno prenda a prestito dal suo prossimo (qualche animale), e (questo) si storpii, o muoja; se il proprietario non gli era appresso, lo pagherà.>> (Esodo 22, 10–13)
La questione in gioco è l’entità della responsabilità di un custode (shomer). Se l’animale viene perso per negligenza, il custode è responsabile e deve risarcire la perdita. Se non c’è negligenza, ma solo force majeure, un incidente inevitabile e imprevedibile, il custode è esente da colpa. Un caso del genere è quello in cui la perdita è stata causata da un animale selvatico. La formulazione della legge – tarof yitaref, “fatto a pezzi” è esattamente parallela al giudizio di Giacobbe nel caso di Giuseppe: tarof toraf Yosef, “Giuseppe è stato fatto a pezzi/smembrato”.
Sappiamo che una legge di questo tipo esisteva già prima della consegna della Torah. Giacobbe stesso dice a Labano, a cui erano stati affidati i suoi greggi e le sue mandrie: “Io non ti recava [a mia giustificazione] gli (avanzi degli) animali rapiti
[dalle fiere]: io te n’indennizzava, tu gli esigevi da me: rubati fossero di giorno, o rubati di notte.” (Genesi 31, 39). Ciò implica che già allora i custodi erano esenti da responsabilità per i danni causati dagli animali selvatici. Sappiamo anche che un fratello maggiore aveva una responsabilità simile per il destino di un fratello minore affidato alle sue cure, come, ad esempio, quando i due erano soli insieme. Questo è il significato della negazione di Caino quando viene confrontato da Dio sul destino di Abele:
<< Sono io il custode [shomer] del mio fratello?>> (Genesi 4, 9)
Ora comprendiamo una serie di sfumature nell’incontro tra Giacobbe e i suoi figli al loro ritorno senza Giuseppe. Normalmente sarebbero stati ritenuti responsabili della scomparsa del loro fratello minore. Per evitare ciò, come nel caso della legge biblica successiva, essi «portano i resti come prova». Se tali resti mostrano segni di un attacco da parte di un animale selvatico, essi devono – in virtù della legge allora in vigore – essere ritenuti innocenti. La loro richiesta a Giacobbe, haker na, deve essere interpretata come una richiesta legale, che significa: “Esamina le prove”. Giacobbe non ha altra scelta che farlo e, in virtù di ciò che ha visto, assolverli. Un giudice, tuttavia, può essere costretto ad assolvere qualcuno accusato di un crimine perché le prove sono insufficienti per giustificare una condanna, pur conservando persistenti dubbi personali. Così Giacobbe fu costretto a dichiarare innocenti i suoi figli, senza necessariamente credere a ciò che dicevano. Infatti, Giacobbe non ci credeva, e il suo rifiuto di essere consolato dimostra che non era convinto. Continuava a sperare che Giuseppe fosse ancora vivo. Quella speranza alla fine fu giustificata: Giuseppe era ancora vivo, e padre e figlio alla fine si ricongiunsero.
Il rifiuto di essere consolati risuonò più di una volta nella storia ebraica. Il profeta Geremia lo udì in un’epoca successiva:
“Questo è ciò che dice il Signore: «Si ode una voce a Rama, pianto e lamento grande, Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché i suoi figli non sono più». Questo è ciò che dice il Signore: «Trattieni la tua voce dal pianto,
e i tuoi occhi dalle lacrime, perché il tuo lavoro sarà ricompensato», dice il Signore.
«Torneranno dalla terra del nemico. Quindi c’è speranza per il tuo futuro», dichiara il Signore, «I tuoi figli torneranno nella loro terra».” (Geremia 31, 15–17)
Perché Geremia era sicuro che gli ebrei sarebbero tornati? Perché si rifiutavano di essere consolati, ovvero si rifiutavano di rinunciare alla speranza.
Così fu durante l’esilio babilonese, come espresso in una delle espressioni più paradigmatiche del rifiuto di essere consolati:
“Sui fiumi di Babilonia ci sedemmo e piangemmo, ricordando Sion… Come potremmo cantare i canti del Signore in terra straniera? Se ti dimenticherò, o Gerusalemme, che la mia destra dimentichi [la sua abilità], che la mia lingua si attacchi al palato, se non mi ricorderò di te, se non considererò Gerusalemme al di sopra della mia gioia più grande.” (Salmi 137, 1–6)
Si dice che Napoleone, passando davanti a una sinagoga nel giorno di digiuno di Tisha b’Av, sentì dei lamenti. “Perché gli ebrei piangono?” chiese a uno dei suoi ufficiali. “Per Gerusalemme”, rispose il soldato. “Da quanto tempo l’hanno persa?” “Da più di 1.700 anni”. “Un popolo che può piangere Gerusalemme per così tanto tempo, un giorno la riavrà”, avrebbe risposto l’imperatore.
Gli ebrei sono un popolo che ha rifiutato di essere consolato perché non ha mai perso la speranza. Giacobbe alla fine rivide Giuseppe. I figli di Rachele tornarono nella loro terra. Gerusalemme è di nuovo la patria degli ebrei. Tutte le prove potrebbero suggerire il contrario: potrebbero sembrare una perdita irrecuperabile, un decreto della storia che non può essere ribaltato, un destino che deve essere accettato.
Gli ebrei non hanno mai creduto alle prove perché avevano qualcosa di diverso da opporre: una fede, una fiducia, una speranza incrollabile che si è dimostrata più forte dell’inevitabilità storica. Non è esagerato affermare che la sopravvivenza degli ebrei è stata sostenuta da quella speranza. E quella speranza proveniva da una frase semplice – o forse non così semplice – nella vita di Giacobbe. Egli rifiutò di essere consolato. E così – mentre viviamo in un mondo ancora segnato dalla violenza, dalla povertà e dall’ingiustizia – dobbiamo farlo anche noi.



