Che il mio insegnamento scenda come pioggia

 In Festività, Parashà della Settimana

di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l

tradotto ed adattato da David Malamut

SOMMARIO:

Ha’azinu è costituito, in gran parte, dal canto intonato da Mosè come suo ultimo insegnamento agli Israeliti, prima di benedirli e di salire sul monte Nebo per morirvi.

Questo canto esprime in forma poetica il rapporto tra il Dio di giustizia e il Suo popolo, spesso riottoso. L’idea alla base del canto si fonda sulla logica dell’alleanza, secondo la quale una delle parti può intentare causa all’altra per l’inadempienza agli obblighi sanciti dall’alleanza stessa. Tale tipo di contenzioso (noto nell’ebraico biblico come riv) è spesso richiamato dai profeti successivi: solitamente si tratta di un’accusa mossa da Dio contro gli Israeliti, sebbene talvolta avvenga il contrario.

Nel glorioso canto con cui Mosè si rivolge all’assemblea, egli invita il popolo a considerare la Torah – la propria alleanza con Dio – come la pioggia che irriga il terreno affinché produca i suoi frutti:

<<Il nome [gli attributi] del Signore io sono per promulgare, fate dunque (cielo e terra) onore al nostro Iddio [cioè porgete attenzione alle mie parole, dirette a celebrare le lodi di Lui].>> (Deuteronomio 32, 2)

La parola di Dio è come la pioggia su una terra arida. Dona vita. Fa crescere le cose. C’è molto che possiamo fare di nostra iniziativa: possiamo arare il terreno e seminare. Ma, alla fine, il nostro successo dipende da qualcosa che sfugge al nostro controllo. Se non piove, non ci sarà raccolto, qualunque siano i preparativi che abbiamo fatto. Così è per Israele. Non deve mai cedere alla superbia di dire:

<<E tu dica nel tuo cuore: La mia forza ed il vigore della mia mano m’hanno procacciata questa prosperità.>> (Deuteronomio 8, 17)

I Saggi, tuttavia, intuirono qualcosa di più in questa analogia. Ecco come la espone il Sifrei (una raccolta di commentari ai libri dei Numeri e del Deuteronomio risalente al periodo della Mishnah):

«Che il mio insegnamento scenda come pioggia»: proprio come la pioggia è una sola cosa, eppure cade sugli alberi permettendo a ciascuno di produrre frutti saporiti secondo la propria natura – la vite a modo suo, l’olivo a modo suo e la palma da datteri a modo suo – così la Torah è una sola, eppure le sue parole generano Scrittura, Mishnah, leggi e tradizioni sapienziali. «Come acquazzoni sull’erba»: proprio come gli acquazzoni cadono sulle piante e le fanno crescere – alcune verdi, altre rosse, altre nere, altre bianche – così le parole della Torah generano maestri, individui esemplari, Saggi, giusti e pii”.

Esiste una sola Torah, eppure essa produce molteplici effetti. Dà origine a diversi tipi di insegnamento e a diverse forme di virtù. A volte, i critici considerano la Torah eccessivamente prescrittiva, come se essa mirasse a rendere tutti uguali. Il Midrash sostiene il contrario. La Torah viene paragonata alla pioggia proprio per sottolineare che il suo effetto più importante è far sì che ciascuno di noi cresca fino a diventare ciò che è potenzialmente in grado di essere. Non siamo tutti uguali, né la Torah persegue l’uniformità. Come afferma un celebre passo della Mishnah:

Quando un essere umano conia molte monete usando lo stesso stampo, esse risultano tutte identiche. Dio crea ogni persona a una stessa immagine – la Sua immagine – eppure nessuno è uguale a un altro.” (Mishnah Sanhedrin 4, 5)

Questa enfasi sulla diversità è un tema ricorrente nell’ebraismo. Per esempio, quando Mosè chiede a Dio di nominare il suo successore, utilizza un’espressione insolita: “Il Signore, Dio degli spiriti di ogni essere umano, nomini un uomo a capo della comunità” (Numeri 27, 16). A tal proposito, Rashi commenta:

Perché viene usata questa espressione (“Dio degli spiriti di ogni essere umano”)? [Mosè] Gli disse: Signore dell’universo, Tu conosci il carattere di ciascuno e sai che non esistono due persone uguali. Pertanto, nomina per loro un capo che sappia rapportarsi a ogni individuo secondo la sua indole.

Uno dei requisiti fondamentali di un leader nell’ebraismo è la capacità di rispettare le differenze tra gli esseri umani. Questo aspetto è sottolineato da Maimonide nella sua opera Guida dei perplessi:

L’uomo è, come sapete, la forma più elevata del creato e comprende quindi il maggior numero di elementi costitutivi. È per questo che il genere umano racchiude una tale varietà di individui che non è possibile trovare due persone esattamente uguali per qualità morali o aspetto esteriore… Questa grande varietà e la necessità della vita sociale sono elementi essenziali della natura umana. Tuttavia, il benessere della società richiede la presenza di una guida capace di regolare le azioni dell’uomo. Tale guida deve colmare ogni lacuna, eliminare ogni eccesso e prescrivere norme di condotta per tutti, affinché la varietà naturale sia bilanciata dall’uniformità della legge e l’ordine sociale possa essere saldamente stabilito.

Il problema politico, secondo la visione di Maimonide, consiste nel regolare le vicende umane in modo tale da rispettare l’individualità delle persone senza però generare il caos. Un concetto analogo emerge da un sorprendente insegnamento rabbinico:

«I nostri Rabbini hanno insegnato: se si vede una folla di Israeliti, si recita la benedizione: “Benedetto Colui che conosce i segreti”, poiché la mente di ciascuno è diversa da quella dell’altro, proprio come il volto di ciascuno è diverso da quello dell’altro». (Berakhot 58a)

Ci si sarebbe aspettati che una benedizione rivolta a una folla ne sottolineasse la grandezza, la massa: gli esseri umani nella loro collettività. [Elias Canetti, Crowds and Power (Harmondsworth: Penguin, 1973).] Una folla è un gruppo abbastanza numeroso da far sì che l’individualità dei volti vada perduta. Eppure, la benedizione pone l’accento sull’opposto: ogni membro della folla rimane un individuo dotato di pensieri, speranze, timori e aspirazioni propri.

Lo stesso valeva per il rapporto tra i Saggi. Una Mishnah afferma:

Quando morì Rabbi Meir, cessarono gli autori di parabole. Quando morì Ben Azzai, cessarono gli studiosi assidui. Quando morì Ben Zoma, cessarono gli esegeti… Quando morì Rabbi Akiva, cessò la gloria della Torah. Quando morì Rabbi Chanina ben Dosa, cessarono gli uomini d’azione. Quando morì Rabbi Yose Katnuta, cessarono gli uomini pii… Quando morì Rabban Yochanan bar Zakai, cessò lo splendore della sapienza… Quando morì Rabban Gamliel il Vecchio, cessarono l’umiltà, la purezza e il timore del peccato.” (Mishnah Sotah 9, 15)

Non esisteva un unico modello di Saggio. Ognuno possedeva meriti distintivi e offriva un contributo unico al patrimonio collettivo. Sotto questo aspetto, i Saggi non facevano altro che proseguire la tradizione della Torah stessa. Nel Tanakh non vi è un unico modello di riferimento per l’eroe o l’eroina religiosa. Patriarchi e matriarche possedevano ciascuno un carattere inconfondibile. Mosè, Aronne e Miriam emergono come personalità differenti. Re, sacerdoti e profeti ricoprivano ruoli diversi nella società israelita. Persino tra i profeti, “non ve ne sono due che profetizzino nello stesso stile“, affermavano i Saggi (Sanhedrin 89a). Elia era animato da zelo, Eliseo da mitezza. Osea parlava d’amore, Amos di giustizia. Le visioni di Isaia erano più semplici e meno oscure di quelle di Ezechiele.

Lo stesso vale persino per la Rivelazione sul Monte Sinai. Ogni individuo udì, nelle medesime parole, un’inflessione diversa:

La voce del Signore è potente (Salmi 29,4): vale a dire, secondo la capacità di ciascuno — giovani, anziani e i più piccoli — ognuno secondo la propria capacità [di comprensione]. Dio disse a Israele: «Non crediate che vi siano molti dèi in cielo perché avete udito molte voci. Sappiate che io solo sono il Signore, vostro Dio»”.

Secondo il Maharsha, esistono 600.000 interpretazioni della Torah. Teoricamente, ogni individuo è capace di una intuizione unica riguardo al suo significato. Il filosofo francese Emmanuel Levinas ha commentato:

La Rivelazione possiede un modo particolare di generare significato, che risiede nel suo appello a ciò che in me è unico. È come se una molteplicità di persone… fosse la condizione per la pienezza della «verità assoluta»; come se ogni persona, in virtù della propria unicità, fosse in grado di garantire la rivelazione di un aspetto unico della verità, cosicché alcune sue sfaccettature non sarebbero mai state svelate se certe persone fossero state assenti dall’umanità.” (Emmanuel Levinas, «Revelation in the Jewish Tradition», in The Levinas Reade*, a cura di Sean Hand (Oxford: Wiley-Blackwell, 2001), pp. 190–210).

In breve, l’ebraismo pone l’accento sull’altro lato della massima E pluribus unumDai molti, uno»). Poiché l’ebraismo afferma: «Dall’Uno, i molti».

Il miracolo della creazione consiste nel fatto che l’unità celeste genera diversità sulla terra. La Torah è la pioggia che nutre questa diversità, permettendo a ciascuno di noi di diventare ciò che soltanto noi possiamo essere.

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