Tutti sono ugualmente buoni – Chayei Sarah 5786
di Rav Shmuel Rabinowitz, Rabbino del Kotel e luoghi sacri in Israele
tradotto ed adattato da David Malamut
La parasha di questa settimana si apre con le parole:
<<La vita di Sara fu cento ventisette anni; gli anni (son questi) della vita di Sara.>> (Genesi 23, 1)
Se osserviamo attentamente questo versetto, notiamo che le parole finali, “gli anni della vita di Sara“, sembrano del tutto superflue. Dopotutto, il versetto iniziava già con “la vita di Sara fu…“. Perché allora concludere ripetendo “gli anni della vita di Sara“?
Rashi, il grande commentatore della Torah, cita le parole dei nostri Saggi nel Talmud:
“Gli anni della vita di Sarah furono tutti ugualmente belli.”
Il rabbino Yehuda Aryeh Leib Alter (Rebbe di Gur alla fine del XIX secolo e uno dei principali leader dell’ebraismo polacco, noto con il titolo del suo famoso libro Sfat Emet) spiega questo passaggio come segue:
“È una grande virtù per una persona rimanere salda e sincera, qualunque cosa le accada. C’è una prova per i poveri e una prova per i ricchi. Nei suoi primi anni, Sara sopportò molte difficoltà: la carestia e la rapina da parte del Faraone e di Abimelech. Negli ultimi anni, ebbe ogni bene, eppure rimase immutata attraverso tutti questi cambiamenti…” (Sfat Emet, Chayei Sarah)
I 127 anni di Sara non furono pieni di conforto e benedizione. Gran parte della sua giovinezza fu segnata da sterilità, difficoltà durante i suoi viaggi con Abramo in terre straniere ed esperienze dolorose come il rapimento da parte del Faraone d’Egitto e l’angoscia che provò quando suo marito prese Agar, la serva, che concepì rapidamente Ismaele.
La grande conquista di Sara, sottolineata dalla Torah, fu la sua capacità di vivere con calma e serenità, affrontando le circostanze che la vita le imponeva con equanimità e pace interiore. Una persona che riesce a considerare tutte le situazioni, piacevoli o difficili, con una prospettiva ampia ed equilibrata, senza permettere che turbino la sua tranquillità interiore, sta davvero vivendo la vita nel miglior modo possibile.
Ciò che una persona è destinata a sperimentare in questo mondo non può essere cambiato; non è nelle mani dell’uomo. Ma il modo in cui si ricevono e si reagisce a queste esperienze è sotto il proprio controllo. Solo la persona stessa determina come reagirà alle situazioni mutevoli, siano esse positive o negative.
Il Midrash insegna che durante la vita di Sara, la sua tenda fu benedetta in tre modi:
Una lampada ardeva ininterrottamente, a simboleggiare luce e gioia incessanti.
Una benedizione riposava nel suo impasto, a simboleggiare abbondanza e generosità.
Una nuvola era legata sopra la sua tenda, segno della Presenza Divina, a simboleggiare pace e santità.
Queste benedizioni non cessarono mai per tutta la sua vita; cosa che non sarebbe stata possibile se Sara si fosse lasciata andare alla tristezza o alla preoccupazione a causa delle sue prove. Quando Sara morì, queste tre benedizioni scomparvero e Isacco, il suo unico figlio, era inconsolabile. Il senso di perdita pervadeva la tenda in ogni modo. Ma quando Isacco sposò sua moglie Rebecca, la Torah ci dice:
<<Isacco, condottala nella tenda di Sara sua madre, prese Rebecca in moglie, e l’amò. Così Isacco si confortò dopo (la morte di) sua madre.>> (Genesi 24, 67)
Cosa significa l’espressione “nella tenda di Sara sua madre”? Rashi spiega, citando Bereishit Rabbah:
“La condusse nella tenda, e lei divenne come Sara sua madre. Vale a dire: ecco, era [come] Sara sua madre. Per tutto il tempo in cui Sara visse, una lampada ardeva da una vigilia di sabato all’altra, una benedizione fu trovata nel suo impasto e una nuvola fu avvolta sopra la sua tenda. Quando morì, queste cose cessarono. Quando arrivò Rebecca, tornarono.“
Solo quando Isacco vide che sua moglie possedeva le stesse qualità di calma e pace interiore che avevano caratterizzato Sara, trovò conforto per la sua perdita.



