Speranze e paure – Parshat Chayei Sarah

 In Dall'Ufficio Rabbinico, Parashà della Settimana

di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l

Tradotto ed adattato da David Malamut

SOMMARIO:

Chayei Sarah contiene tre narrazioni chiave. La prima, la morte di Sara, che porta Abramo ad acquistare un terreno sepolcrale per lei. Questa porzione di terra riveste particolare importanza in quanto è la prima parte della Terra Santa ad essere legalmente posseduta dal popolo dell’alleanza.

In secondo luogo, Abramo affida al suo servo il compito di andare alla ricerca della moglie giusta per suo figlio Isacco, il primo figlio ebreo; e infine arriviamo all’ultimo periodo della vita di Abramo, e alla sua morte.

La parsha di Chayei Sarah si concentra su due episodi, entrambi narrati in modo esteso e con intricati dettagli. Abramo acquista un campo con una grotta come luogo di sepoltura per Sara e ordina al suo servo di trovare una moglie per suo figlio Isacco. Perché questi due eventi? La risposta semplice è perché sono accaduti. Questo, tuttavia, non può essere tutto. Fraintendiamo la Torah se la consideriamo un libro che ci racconta cosa è successo. Questa è una spiegazione necessaria ma non sufficiente della narrazione biblica. La Torah, identificandosi come Torah, definisce il suo genere. Non è un libro di storia. È Torah, che significa “insegnamento“. Ci racconta cosa è successo solo quando gli eventi accaduti allora hanno attinenza con ciò che dobbiamo sapere ora. Qual sarebbe, quindi, l'”insegnamento” in questi due episodi? È inaspettato.

Abramo, il primo portatore del patto, riceve due promesse, entrambe ripetute cinque volte. La prima riguarda una terra. Dio gli ripete ripetutamente che la terra in cui ha viaggiato, Canaan, un giorno sarà sua:

<<Il Signore apparve ad Abramo, e (gli) disse: Alla tua discendenza darò questo paese. Ed egli fabbricò ivi un altare al Signore che gli era apparso.>> (Genesi 12, 7)

<<Il Signore poi disse ad Abramo, dopo che Lot si fu diviso da lui: Alza gli occhi e vedi dal sito ove sei, verso il settentrione, verso il mezzodì, verso l’oriente e verso l’occidente. Imperocchè tutto il paese che tu vedi, a te io lo darò; alla tua discendenza (cioè) in perpetuo. Renderò la tua discendenza come la polvere della terra; chè se uno potrà numerare la polvere della terra, anche la tua discendenza potrà numerarsi. Or via, spazia per lo paese, per largo e per lungo; perocchè a te io lo darò.>> (Genesi 13, 14-17)

<<E gli disse: Son io il Signore, che ti trassi da Ur-Casdìm, per darti questo paese, da possederlo.>> (Genesi 15, 7)

<<In quel giorno il Signore stabilì con Abramo una promessa, con dire: Alla tua discendenza ho destinato questo paese, dal fiume d’Egitto sino al gran fiume, l’Eufrate. I Kenei, i Kenizei, ed i Cadmonei. I Hhittei, i Perizei ed i Refaei. Gli Emorei, i Cananei, i Ghirgascei,ed i Jevussei.>> (Genesi 15, 18-21)

<<Fermerò il mio patto fra me e te, e la tua discendenza dopo di te, per tutte le generazioni avvenire, patto perenne; per essere il Dio (tutelare) di te, e della tua discendenza dopo di te. Io darò a te, alla tua discendenza (cioè) dopo di te, la terra delle tue pellegrinazioni, tutto il paese di Canaan, in possesso perpetuo, e sarò il loro Dio.>> (Genesi 17, 7-8)

La seconda era la promessa di avere figli, ribadita anch’essa cinque volte:

<<Ed io ti farò divenire una grande nazione, ti benedirò, e renderò grande

l tuo nome; e sarai (tipo di) benedizione.>> (Genesi 12, 2)

<<Renderò la tua discendenza come la polvere della terra; chè se uno potrà numerare la polvere della terra, anche la tua discendenza potrà numerarsi.>> (Genesi 13, 16)

<<Lo trasse fuori, e (gli) disse: Guarda verso il cielo, e numera le stelle, se puoi numerarle. Indi (gli) disse: Tale sarà la tua posterità.>> (Genesi 15, 5)

<<Eccoti il mio patto [la mia promessa],e diverrai padre di moltitudine di genti. Non sarai più chiamato Abram, ma il tuo nome sarà Abraham; poiché ad esser padre di moltitudine di genti io ti destino.>> (Genesi 17, 4-5)

<<Io ti benedirò, e renderò numerosa la tua progenie come le stelle del cielo, e

come l’arena ch’è sulla riva del mare; e la tua progenie possederà le città de’ suoi nemici.>> (Genesi 22, 17)

Queste sono promesse straordinarie. La terra, in lungo e in largo, sarà di Abramo e dei suoi figli come “possesso eterno“. Abramo avrà tanti figli quanti la polvere della terra, le stelle del cielo e la sabbia sulla riva del mare. Sarà padre non di una sola nazione, ma di molte. Ma qual è la realtà al momento della morte di Sara? Abramo non possiede terra e ha un solo figlio (ne aveva un altro, Ismaele, ma gli era stato detto che non sarebbe stato il portatore del patto).

Il significato dei due episodi è ora chiaro. In primo luogo, Abramo affronta una lunga trattativa con gli Ittiti per acquistare un campo con una grotta in cui seppellire Sara. È un incontro teso, persino umiliante. Gli Ittiti dicono una cosa e ne intendono un’altra. Come gruppo dicono: «Signore, ascoltaci. Tu sei un principe di Dio in mezzo a noi. Seppellisci il tuo morto nella più pregiata delle nostre tombe». Efron, il proprietario del campo che Abramo desidera acquistare, dice: «Ascoltami, ti cedo il campo e ti cedo la caverna che vi si trova. Te la cedo in presenza del mio popolo. Seppellisci il tuo morto».

Come chiarisce il racconto, questa elaborata generosità è solo una facciata per una contrattazione estremamente dura. Abramo sa di essere “uno straniero e un pellegrino tra voi“, il che significa, tra le altre cose, che non ha alcun diritto di possedere terra. Questa è la forza della loro risposta che, spogliata della sua parvenza di cortesia, significa: “Usa uno dei nostri luoghi di sepoltura. Non potrai acquistare la tua“. Abramo non si lascia scoraggiare. Insiste sul fatto di voler acquistare la sua. La risposta di Efron, “È tua. Te la do“, è in realtà il preludio a una richiesta di un prezzo gonfiato: quattrocento sicli d’argento. Alla fine, però, Abramo diventa proprietario della terra. Il trasferimento finale della proprietà è registrato in una precisa prosa legale (Genesi 23, 17-20) per segnalare che, finalmente, Abramo possiede parte della terra. È una piccola parte: un campo e una grotta. Un luogo di sepoltura, acquistato a caro prezzo. Questa è l’intera promessa divina della terra che Abramo vedrà nel corso della sua vita.

Il capitolo successivo, uno dei più lunghi dei libri mosaici, racconta la preoccupazione di Abramo che Isacco avesse una moglie. Egli ha, dobbiamo supporre, almeno 37 anni (la sua età alla morte di Sara) ed è ancora celibe. Abramo ha un figlio ma non un nipote, non ha discendenti. Come per l’acquisto della grotta, anche qui: acquisire una nuora richiederà molto denaro e difficili trattative. Il servo, giunto nei pressi della famiglia di Abramo, trova immediatamente la ragazza, Rebecca, prima ancora di aver finito di pregare Dio affinché la aiuti a ritrovarla. Garantire la sua liberazione dalla famiglia è un’altra questione. Tira fuori oro, argento e vestiti per la ragazza. Dà al fratello e alla madre doni costosi. La famiglia celebra un pasto. Ma quando il servo vuole andarsene, il fratello e la madre dicono: “Lascia che la ragazza rimanga con noi per un altro anno o dieci [mesi]“. Labano, fratello di Rebecca, interpreta un ruolo non tanto diverso da quello di Efron: la dimostrazione di generosità nasconde una tenace, persino sfruttatrice, determinazione nel concludere un affare redditizio. Alla fine la pazienza paga. Rebecca se ne va. Isacco la sposa. Il patto continuerà.

Questi non sono, quindi, episodi di poco conto. Raccontano una storia difficile. Sì, Abramo avrà una terra. Avrà innumerevoli figli. Ma queste cose non accadranno presto, né all’improvviso, né facilmente. Né accadranno senza sforzo umano. Al contrario, solo la più concentrata forza di volontà le realizzerà. La promessa divina non è ciò che sembrava a prima vista: una dichiarazione che Dio agirà. È in realtà una richiesta, un invito, da parte di Dio ad Abramo e ai suoi figli affinché agiscano. Dio li aiuterà. Il risultato sarà quello che Dio ha detto. Ma non senza un impegno totale da parte della famiglia di Abramo contro quelli che a volte sembreranno ostacoli insormontabili.

Una terra: Israele. E figli: la continuità ebraica. Il fatto sorprendente è che oggi, quattromila anni dopo, queste rimangono le preoccupazioni principali degli ebrei in tutto il mondo: la sicurezza di Israele come patria ebraica e il futuro del popolo ebraico. Le speranze e le paure di Abramo sono anche le nostre. (Mi chiedo se ci siano altre persone le cui preoccupazioni oggi siano le stesse di quattro millenni fa. L’identità nel tempo è impressionante.)

Ora come allora, la promessa divina non significa che possiamo lasciare il futuro a Dio. Questa idea non ha posto nel mondo immaginario del primo libro della Torah. Al contrario: l’alleanza è la sfida di Dio a noi, non la nostra a Dio. Il significato degli eventi di Chayei Sarah è che Abramo si rese conto che Dio contava su di lui. Fede non significa passività. Significa il coraggio di agire e di non lasciarsi mai scoraggiare. Il futuro accadrà, ma siamo noi, ispirati, potenziati e rafforzati dalla promessa, che dobbiamo realizzarlo.

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