Tra profezia e oracolo – Parshat Toldot 5767
di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l
Tradotto ed adattato da David Malamut
SOMMARIO:
Toldot racconta la storia dei figli gemelli di Isacco e Rebecca, Giacobbe ed Esaù, che lottano nel grembo materno e sembrano destinati a scontrarsi per tutta la vita, loro e i loro discendenti.
Questa parasha fondamentale contiene due grandi passi: la nascita e l’infanzia dei ragazzi, e la scena in cui Giacobbe, su richiesta di Rebecca, indossa gli abiti di Esaù e riceve la benedizione dal padre Isacco, ormai cieco. Tra i due c’è la narrazione di Isacco e Rebecca che vanno a Gerar a causa della carestia, che ricorda molto il viaggio di Abramo e Sara in Genesi 20.
Rebecca, fino ad allora sterile, rimase incinta. Soffrendo di dolori acuti, “andò a consultare il Signore” [vatelech lidrosh et Hashem] (Genesi 25, 22). La spiegazione che ricevette fu che portava in grembo due gemelli che lottavano tra loro. Erano destinati a farlo molto tempo dopo:
<<Ed il Signore le disse: Due genti sono nel tuo ventre, e due nazioni si dirameranno dalle tue viscere: l’un popolo sarà più dell’altro possente, ed il maggiore servirà il minore.>> (Genesi 25, 23)
Alla fine nascono i gemelli: prima Esaù, poi (con la mano che afferra il calcagno del fratello) Giacobbe. Memore della profezia ricevuta, Rebecca preferisce il figlio minore, Giacobbe. Anni dopo, lo convince a coprirsi con gli abiti di Esaù e ad accettare la benedizione che Isacco intendeva dare al figlio maggiore. Un versetto di quella benedizione recita: “Ti servano le nazioni; si inchinino a te le nazioni. Sii signore dei tuoi fratelli e si inchinino a te i figli di tua madre” (Genesi 27, 29). La profezia si è adempiuta. La benedizione di Isacco non può certo significare altro che ciò che era stato rivelato a Rebecca prima della nascita di entrambi i bambini, ovvero che “il maggiore servirà il minore“. La storia sembra aver raggiunto la conclusione, o almeno così sembra a questo punto.
Ma la narrazione biblica non è come sembra. Seguono due eventi che sovvertono tutto ciò che eravamo stati indotti ad aspettarci. Il primo accade quando Esaù arriva e scopre che Giacobbe lo ha imbrogliato e gli ha sottratto la sua benedizione. Mosso dalla sua angoscia, Isacco gli impartisce una benedizione, una delle cui clausole recita:
<<Vivrai sulla tua spada, e servirai tuo fratello; quando però gemerai, ne scuoterai il giogo d’in sul collo.>> (Genesi 27, 40)
Non è quello che avevamo previsto. Il maggiore non servirà il minore in eterno.
La seconda scena, molti anni dopo, si verifica quando i fratelli si incontrano dopo un lungo allontanamento. Giacobbe è terrorizzato dall’incontro. Era fuggito di casa anni prima perché Esaù aveva giurato di ucciderlo. Solo dopo una lunga serie di preparativi e un solitario incontro di lotta notturno riesce ad affrontare Esaù con una certa compostezza. Si inchina a lui sette volte. Sette volte lo chiama “mio signore“. Cinque volte si riferisce a se stesso come “tuo servo“. I ruoli sono stati invertiti. Esaù non diventa il servo di Giacobbe. Invece, Giacobbe parla di se stesso come del servo di Esaù. Ma questo non può essere. Le parole udite da Rebecca quando “andò a consultare il Signore” suggerivano esattamente l’opposto, che “il maggiore servirà il minore“. Ci troviamo di fronte a una dissonanza cognitiva.
Più precisamente, abbiamo qui un esempio di uno dei più notevoli espedienti narrativi della Torah: il potere del futuro di trasformare la nostra comprensione del passato. Questa è l’essenza del Midrash. Nuove situazioni rivelano retrospettivamente nuovi significati nel testo.[ leggere possibilmente ‘The Midrashic Imagination’ di Michael Fishbane per approfondimenti.] Il presente non è mai completamente determinato dal presente. A volte è solo più tardi che comprendiamo il presente.
Questo è il significato della grande rivelazione di Dio a Mosè in Esodo 33, 23, dove Dio dice che solo il Suo dorso può essere visto, il che significa che la Sua Presenza può essere vista solo quando guardiamo indietro al passato; non può mai essere conosciuta o prevista in anticipo. L’indeterminatezza del significato in un dato momento è ciò che conferisce al testo biblico la sua apertura a interpretazioni continue.
Ora comprendiamo che questa non fu un’idea inventata dai Saggi. Esiste già nella Torah stessa. Le parole udite da Rebecca, come ora sarà chiaro, sembravano significare una cosa alla volta. In seguito si scopre che significavano qualcos’altro.
Le parole ve-rav ya‘avod tsair sembrano semplici: “il maggiore servirà il minore“. Ripensandoci alla luce degli eventi successivi, però, scopriamo che sono tutt’altro che chiare. Contengono molteplici ambiguità.
La prima (notata da Radak e R. Yosef ibn Kaspi) è che manca la parola et, che indica l’oggetto del verbo. Normalmente nell’ebraico biblico il soggetto precede e l’oggetto segue il verbo, ma non sempre. In Giobbe 14, 19, ad esempio, le parole avanim shachaku mayim significano “l’acqua erode le pietre“, non “le pietre erodono l’acqua“. Quindi la frase potrebbe significare “il più vecchio servirà il più giovane”, ma potrebbe anche significare “il più giovane servirà il più vecchio”. Certo, quest’ultima sarebbe un’espressione di ebraico poetico piuttosto che di prosa convenzionale, ma questo è ciò che questa espressione è: una poesia.
La seconda è che rav e tsa’ir non sono opposti, un fatto mascherato dalla traduzione italiana di rav come “più vecchio“. L’opposto di tsa’ir (“più giovane“) è bechir (“più vecchio” o “primogenito“). Rav non significa “più vecchio“. Significa “grande” o forse “capo“. Questo accostamento di due termini come se fossero poli opposti, cosa che non sono, gli opposti sarebbero stati bechir/tsa’ir o rav/me’at, ne destabilizza ulteriormente il significato. Chi era il rav? L’anziano? Il capo? Il capo? Il più numeroso? La parola potrebbe significare una qualsiasi di queste cose.
La terza, non fa parte del testo ma da una tradizione successiva, quella annotazione musicale, dei teammim. Il modo normale di annotare queste tre parole sarebbe mercha-tipcha-sof passuk.
Questo supporterebbe la lettura “il maggiore servirà il minore”. In realtà, tuttavia, sono annotate tipcha-mercha-sof passuk, suggerendo “il maggiore servirà il minore“; in altre parole, “il minore servirà il maggiore“.
Un episodio successivo aggiunge un ulteriore elemento di dubbio retrospettivo. C’è un secondo esempio nella Genesi della nascita di due gemelli, a Tamar. Il brano ricorda chiaramente la storia di Esaù e Giacobbe:
<<Giunto il tempo del suo parto, si trovò che aveva gemelli nel ventre. Partorendo ella, l’uno porse fuori un braccio, e la levatrice prese un filo scarlatto, e glielo legò alla mano, con dire: Questo è uscito prima. Appena quegli ritirò la mano, ed ecco uscì suo fratello. E quella disse: Perché ti spingi innanzi? Tu sei reo di violenza. Quindi fu chiamato Pères. Poscia uscì suo fratello, che aveva sulla mano il filo scarlatto; e fu chiamato Zerahh.>> (Genesi 38, 27-30)
Chi era dunque l’anziano? E cosa implica questo nel caso di Esaù e Giacobbe? [leggere spiegazione di Rashi a Genesi 25, 26 che suggerisce che Giacobbe era quello maggiore.] Queste molteplici ambiguità non sono casuali, ma parte integrante del testo. La sottigliezza è tale che all’inizio non le notiamo. Solo in seguito, quando la narrazione non si rivela come previsto, siamo costretti a tornare indietro e notare ciò che inizialmente ci era sfuggito: che le parole udite da Rebecca potrebbero significare “il maggiore servirà il minore” o “il minore servirà il maggiore“.
Diversi aspetti diventano ora chiari. Il primo è che questo è un raro esempio nella Torah di oracolo in contrapposizione a profezia (questo è il probabile significato della parola chiddot in Numeri 12, 8, parlando di Mosè: “Con lui parlo a tu per tu, apertamente e non in chiddot” – solitamente tradotto come “discorsi oscuri” o “enigma“). Gli oracoli, una forma familiare di comunicazione soprannaturale nel mondo antico, erano normalmente oscuri e criptici, a differenza della normale forma di profezia israelita. Questo potrebbe essere il significato tecnico della frase “andò a consultare il Signore”, che lasciò perplessi i commentatori medievali.
Il secondo, e questo è fondamentale per comprendere il libro della Genesi, è che il futuro non è mai così semplice come siamo portati a credere. Ad Abramo vengono promessi molti figli, ma ha 100 anni prima della nascita di Isacco. Ai patriarchi viene promessa una terra, ma non la conquistano durante la loro vita. Il viaggio ebraico, sebbene abbia una destinazione, è lungo e presenta molte digressioni e battute d’arresto. Giacobbe servirà o sarà servito? Non lo sappiamo. Solo dopo una lunga ed enigmatica lotta, da solo di notte, Giacobbe riceve il nome Israele, che significa “colui che lotta con Dio e con gli uomini e prevale“.
Il messaggio più importante di questo testo è sia letterario che teologico. Il futuro influenza la nostra comprensione del passato. Siamo parte di una storia il cui ultimo capitolo non è ancora stato scritto. Questo spetta a noi, come spettava a Giacobbe.



