L’individuo all’interno del collettivo – Parashat Bamidbar

 In Parashà della Settimana

di Rav Shmuel Rabinowitz, Rabbino del Kotel e luoghi sacri in Israele

Tradotto ed adattato da David Malamut

La parasha della Torah di questa settimana apre il quarto dei Cinque Libri della Torah: Chumash Bamidbar, noto ai nostri saggi come Chumash HaPekudim (il Libro dei Censimenti), perché descrive due censimenti centrali del popolo d’Israele: uno all’inizio del libro (capitolo 1) e un altro verso la fine (capitolo 26). Il nome “Bamidbar” (Nel Deserto) riflette la sua attenzione al periodo di peregrinazione nel deserto del Sinai. Questi due nomi racchiudono i temi centrali del libro: il conteggio del popolo e il suo viaggio attraverso il deserto.

Così è scritto:

<<Fate il novero di tutta la congrega dei figli di Israel, (distinti) secondo le loro famiglie e i loro casati, numerandone i nomi, tutt’i maschi, individualmente.>> (Numeri 1, 2)

È interessante notare che, nel ciclo annuale delle letture della Torah, la Parashat Bamidbar viene sempre letta in prossimità della festa di Shavuot. Perché, proprio alla vigilia del dono della Torah, ci si dedica al censimento del popolo d’Israele?

Per comprendere questo, dobbiamo prima porci una domanda più fondamentale: perché il Creatore ha bisogno di contare il popolo d’Israele? Non ne conosce già il numero? Anche se ipotizziamo che un censimento sia necessario per ragioni pratiche, perché viene effettuato proprio in questo momento, quando non sembra esserci alcuna esigenza pratica immediata che lo richieda?

Rashi affronta questo tema:

Per amore di loro, li conta in ogni istante.” (Rashi su Numeri 1, 1)

Dietro questa espressione d’amore si cela un’idea più profonda.

Una delle tendenze più evidenti della cultura moderna è la ricerca dell’individualità. La persona cerca di esprimersi, di sviluppare un percorso unico, di liberarsi dagli schemi e di sfidare le convenzioni. La proliferazione di opinioni e l’enfasi sull’indipendenza hanno creato una realtà in cui molti evitano di appartenere a schemi più ampi, preferendo invece plasmare un’identità personale distaccata. Nel linguaggio dei sociologi, questo è un mondo di miliardi di individui, privi di un ideale condiviso che li unisca, se non la ricerca dell’autorealizzazione.

A proposito di questa tendenza, Re Salomone disse:

Chi si separa cerca il proprio interesse.” (Proverbi 18, 1)

Quando il materialismo e l’ambizione personale diventano centrali, la divisione aumenta. Un ideale condiviso unisce le persone; ma quando ognuno cerca solo l’autorealizzazione, i punti di connessione si affievoliscono. Il ruolo dell’individuo all’interno della collettività diventa più complesso e la comunità, un tempo valore centrale, si indebolisce gradualmente.

Al contrario, la Torah presenta un modello diverso. Alla vigilia del dono della Torah è scritto:

<<Partiti cioè da Refidìm, arrivarono al deserto di Sinai, e s’accamparono nel deserto. Israel accampossi ivi, dirimpetto al monte.>> (Esodo 19, 2)

Il verbo è scritto al singolare. I nostri saggi lo interpretano come: “come una sola persona con un solo cuore” – una profonda unità che non cancella l’individuo, ma integra ogni persona in un tutto più grande. Qui si rivela il delicato equilibrio tra individuo e collettività: molti che preservano la propria unicità, eppure agiscono insieme come uno solo.

Questa idea si esprime nel censimento del popolo d’Israele. Il censimento non è un mero atto tecnico, ma una dichiarazione di valori. Come spiega il rabbino Samson Raphael Hirsch:

Il termine “comunità” (edah) deriva dalla radice “ya’ad“, che indica un popolo unito per uno scopo comune, la cui missione condivisa lo lega indissolubilmente. Gli individui diventano una comunità non per imposizione esterna, ma attraverso una vocazione interiore condivisa che pulsa nei loro cuori. Non si tratta di un conteggio della popolazione volto a determinare i numeri, ma di uno sforzo per comprendere quanti siano fedeli alla Torah di Israele. Questa è la caratteristica peculiare dell’identità nazionale ebraica: l’intera nazione è sempre vista come un’unica famiglia, eppure al suo interno esistono unità distinte. All’interno di questa unità fondamentale, si preserva e si coltiva una diversità di tratti distintivi, unici per tribù e famiglie. In questo modo, l’unico scopo comune si realizza attraverso ogni individuo, nonostante la sua unicità, grazie a una ricca varietà di talenti, tratti caratteriali, professioni e percorsi di vita. Questa realizzazione serve da modello per tutta l’umanità. Ogni tribù, nella sua specificità, e ogni famiglia, con le sue particolari qualità, contribuisce alla missione condivisa della Casa d’Israele; la plasmano, educano i propri figli secondo essa e la tramandano alle generazioni future.” (Commentario del rabbino S.R. Hirsch sulla Torah, Esodo 12, 3)

Quando la Torah elenca le persone per tribù e famiglie, insegna l’arte dell’integrazione: ogni individuo viene contato individualmente, ma anche come parte di una struttura più ampia. L’unicità di una persona non si perde all’interno del collettivo. Al contrario, acquisisce un significato più profondo grazie all’appartenenza ad esso.

Analogamente, nel Kli Yakar (scritto da rabbi Shlomo Ephraim Luntschitz) è scritto:

Ogni numero indica l’importanza individuale di ciascuna persona. Ciò che non ha importanza, come la paglia o la pula, non viene contato. Il conteggio è certamente dovuto al loro valore, perché certamente il Santo, benedetto Egli sia, conosce il loro numero.” (Esodo 30, 11)

Il conteggio non è fine a se stesso, ma espressione di un valore: ogni persona conta; ogni individuo è parte inseparabile del tutto.

Da ciò emerge chiaramente il profondo legame tra la Parashat Bamidbar e la festa di Shavuot. Il dono della Torah non può avvenire senza una consapevolezza di unità. Tuttavia, questa unità non consiste nella cancellazione dell’individualità, bensì in un’armoniosa integrazione dell’unicità personale all’interno di un’appartenenza collettiva.

Questa è la grande sfida dell’essere umano: non fuggire dal collettivo in nome dell’indipendenza, né perdersi nel sistema, ma coltivare una ricca identità personale che operi all’interno di un quadro più ampio. Quando una persona riesce in questo, non viene sminuita, bensì elevata.

Questa prospettiva è la preparazione più appropriata per ricevere la Torah, ed è anche il segreto della perseveranza del popolo ebraico attraverso le generazioni: la capacità di coniugare l’unicità personale con l’impegno comunitario, la diversità con l’unità, preservando così i valori e trasmettendoli di generazione in generazione.

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