LIBRI – Ritrovare il fratello

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Il nome di Alberto Bolaffi, com’è noto, è consegnato alla storia come uno dei più alti rappresentanti della cultura italiana ed europea del XX e XXI secolo.
Raffinato editore d’arte, massimo collezionista ed esperto di francobolli, a lui si deve l’elevazione della filatelia a vera e propria disciplina scientifica, parte essenziale della storia delle immagini e dei documenti. Perché quei piccoli rettangoli di carta (la cui utilità, nell’era di Internet, è oggi fortemente diminuita) rappresentano una preziosa cartina di tornasole di quasi due secoli di storia europea, riflettendone fedelmente i principali simboli e punti di riferimento.
Alla figura di questo grande personaggio è dedicata una toccante biografia, che vale davvero la pena di leggere, non solo per la sua importanza storica, ma anche per il suo alto valore narrativo e poetico, scritta da colei che a Bolaffi è stata accanto tutta la vita, dalla nascita alla morte, sua sorella Stella Bolaffi Benuzzi: Un solo fratello basta, con prefazione di Bruno Quaranta, Belforte Editore, Livorno 2026, pp. 109, euro 15.
Al di là della testimonianza storica, il libretto – corredato da una significativa appendice di immagini fotografiche, lettere autografe, disegni, articoli dedicati alla figura di Bolaffi – vuole probabilmente rappresentare  un atto di amore verso l’adorato fratello, e anche un modo per cercare, attraverso le tante tracce di un lungo tragitto percorso insieme, il senso profondo di due vite strettamente intrecciate, che l’autrice ritiene possa interessare non solo tutte le persone di cultura, ma anche chiunque voglia porsi il problema di fondo del significato dell’esistenza umana, della gioia della condivisione e del dolore della perdita.
Il lavoro si fa apprezzare da chi sia interessato alla storia del nostro Paese, che viene ripercorsa attraverso la vita dei due fratelli, che, miracolosamente sfuggiti alle Leggi razziali, riuscirono poi a dare un grande contributo alla crescita culturale del nostro Paese, anche attraverso fecondi scambi con altri protagonisti (molto interessanti, in particolare, le pagine dedicate all’incontro dei Bolaffi con Pier Paolo Pasolini e Laura Betti). Ma rappresenta anche una toccante testimonianza umana, dal momento che l’autrice sceglie di condividere con i lettori alcuni dei ricordi più intimi e personali della sua storia offerti attraverso un racconto di commovente freschezza e semplicità. Si parte dalla pagina finale, sul piano terreno, del lungo sodalizio tra i due fratelli («Ho perso mio fratello il 17 luglio del 2025, aveva 89 anni; io ne ho 91»), per poi continuare col lontano (eppure così vicino, nel ricordo e nel cuore) inizio: «L’arrivo di mio fratello non fu per me del tutto semplice. Cosa era quel cosino che aveva fra le gambe e che gli vedevo quando assistevo al suo bagnetto? Dicevo a mia madre: “Lo voglio anch’io! Dammi una medicina che me lo faccia crescere, così come mi sono già cresciuti i capelli tanto che ora dovete farmi le treccine!”. Ci rimasi ancor peggio quando, dopo otto giorni, gli fecero una bella festa con tanti amici. Non capivo a che cosa fosse dovuta e ovviamente non mi spiegarono che fosse per la circoncisione, il Brit Milà. Crescendo cominciai a pretendere che mi vestissero da maschio e fino ai miei 6 o 7 anni la cosa era stata accettata, ma dopo ci fu il gran rifiuto».

Certamente il libro è pervaso dal dolore generato da questa grave perdita («Toccò a Mosè piangere sconsolato la morte della sorella Miriam», scrive, nella sua prefazione, Bruno Quaranta. «Tocca a Stella piangere la scomparsa di Alberto. Giorno dopo giorno cercandolo e ritrovandolo»). Ma è anche un attestato di gratitudine per quanto di bello ai due fratelli è stato dato di vivere, anche per una fedeltà alla missione di testimonianza, fiducia e resistenza del popolo ebraico: «”Il pessimismo è un lusso che un ebreo non può mai permettersi”, diceva Golda Meir…», scrive Stella. «I sentimenti positivi fanno da pilastro al mondo e non di rado da essi nasce l’amore. E l’amore è vita. Desidero confermarvelo con un calice di spumante in mano. Infatti, dai tempi biblici, gli ebrei brindano con le seguenti parole: Lehaim, Alla vita! E a voi, cari lettori, di qualsiasi fede siate, desidero proporre questo brindisi ben augurale: Alla vita!».
Il racconto di Stella, osserva Quaranta, appare segnato dall’interrogativo del Siracide: «I giorni del mondo chi potrà contarli?’.  Una promessa di infinito futuro, annunciando, meditando, ruminando che c’è un tempo per tutto, per le lacrime e le risa, per i gemiti e i balli, per le braccia abbracciate e le braccia lontane, per cercarsi e per lasciarsi…
Che cosa sono state, che cosa fedelmente sono le esistenze di Stella e di Alberto se non una eco di Ecclesiaste? Stagione dopo stagione, un lessico familiare che risaltò (che risalta) come una bussola, come una lezione di stile, … come una divisa morale mai sgualcita, mai tradita, mai imbrattata, come un dovere».
Attraverso una scrittura che è un intreccio indivisibile di amore e dolore, Stella, continua Quaranta, «via via compone il suo qaddish per Alberto. Da ‘Baruch Hashem’ a ‘Lechaim!’. Richiamando alla memoria ciò che Kafka raccomandava a se stesso nei Diari: ‘Anche se la redenzione non giunge, voglio però esserne degno in ogni momento».

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STELLA BOLAFFI BENUZZI
UN SOLO FRATELLO BASTA
In ricordo di Alberto Bolaffi
Salomone Belforte Editore, 2026
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