Italia e Israele, guardarsi allo specchio
«Quando guardiamo ad altri conflitti nel mondo, sono coperti anche solo al dieci per cento rispetto al conflitto israelo-palestinese? E il giudizio è altrettanto unilaterale e sbilanciato?». È l’interrogativo rivolto idealmente all’Europa intera dal ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, nel suo intervento alla conferenza “Italia e Israele: l’una nello sguardo dell’altra”, promossa dall’Associazione E361, presieduta da Michela Ebreo, con la Comunità ebraica di Trieste e l’Associazione Italia-Israele nel Salone di Rappresentanza della Regione Friuli Venezia Giulia.
Ad aprire i lavori è stato il padrone di casa, il presidente della Regione Massimiliano Fedriga, insieme al sindaco di Trieste Roberto Dipiazza. Una cornice istituzionale per una giornata di studi dedicata al modo in cui Israele guarda l’Italia e l’Occidente, e al modo in cui l’Italia guarda Israele, in un tempo segnato dalla guerra iniziata il 7 ottobre 2023 e dal ritorno dell’antisemitismo nello spazio pubblico europeo.
Il primo saluto è arrivato da rav Eliahu Alexander Meloni, tra i promotori dell’iniziativa, che ha ricordato come il progetto fosse «ancora un’intuizione, una speranza» solo sei settimane fa, ringraziando in particolare Fedriga per aver aderito «senza esitare e con entusiasmo». Rav Meloni ha richiamato il concetto ebraico di lashon harà, la maldicenza che può essere distruttiva anche quando contiene verità, indicando nell’ascolto reciproco «l’unico rimedio possibile» alla contrapposizione delle narrazioni. A oltre mille giorni dal 7 ottobre, ha osservato, l’antisemitismo «ha ritrovato spazio e legittimazione», ma Trieste «resiste a questa perversione» per la sua storia di città di confine.
Il presidente della Comunità ebraica di Trieste, Alessandro Salonichio, ha ricordato il ruolo storico della città come “Porta di Sion” per gli ebrei in fuga verso la Palestina mandataria. Un richiamo alla memoria e alla responsabilità, nel momento in cui il diritto di Israele a esistere viene «rimesso in discussione» nel dibattito pubblico. Da qui l’invito al dialogo: «Non implica condividere le stesse opinioni, ma richiede disponibilità ad ascoltare».
In collegamento è intervenuto anche l’ambasciatore d’Israele in Italia Jonathan Peled, impegnato al Parlamento europeo di Strasburgo. Pur riconoscendo che la relazione italo-israeliana «sta attraversando acque agitate», Peled ha assicurato che i valori democratici condivisi restano «più forti e duraturi di qualsiasi protesta passeggera». «Nella complementarità tra tradizione industriale italiana e innovazione tecnologica israeliana», ha aggiunto, c’è una chiave per il futuro comune.
Sa’ar: Israele sotto assedio dalle forze jihadiste guidate dall’Iran
«La battaglia di Israele è una lotta importante e storica», ha dichiarato Sa’ar nel suo intervento. «Naturalmente lo è prima di tutto per noi, ma non solo per noi: lo è per tutta la civiltà occidentale». Per il ministro, Israele è oggi sotto un duplice assedio, militare e politico. Ma il punto, ha spiegato, è chiarire da chi arrivi questa minaccia, ovvero «dalle forze jihadiste più estremiste del mondo, guidate dall’Iran». Lo Stato ebraico, ha aggiunto, è percepito nella regione come «una fortezza occidentale» e resta «l’unica democrazia del Medio Oriente».
Sull’antisemitismo, Sa’ar ha parlato di un odio «tornato di moda». Per un periodo relativamente breve dopo la Seconda guerra mondiale e la Shoah, ha osservato, non lo era stato. «Ma quei giorni sono finiti». La domanda centrale, ha insistito, è se lo Stato ebraico riceva «un trattamento equo e uguale a quello di qualsiasi altro Stato». Per Sa’ar, la risposta è nei doppi standard applicati a Israele: «L’odio per gli ebrei e l’odio per Israele sono in realtà la stessa cosa».
Chikli: Iran, Turchia e antisemitismo le tre sfide
Il ministro per gli Affari della Diaspora Amichai Chikli ha indicato tre priorità per la cooperazione italo-israeliana: la pressione sull’Iran, le ambizioni neo-ottomane della Turchia di Erdoğan nel Mediterraneo orientale e la lotta all’antisemitismo in Europa. Su Teheran, Chikli ha invocato una politica di «massima pressione» per impedire al regime iraniano di ricostruire la propria economia, il proprio programma missilistico e le proprie ambizioni nucleari. Sulla Turchia, ha definito le ambizioni marittime di Ankara nel Mediterraneo orientale «una minaccia» per Grecia, Cipro, Israele e anche per l’Italia. Infine ha denunciato quella che ha chiamato «l’alleanza empia tra estrema sinistra e islamismo», indicandola come uno dei fattori della crescita dell’antisemitismo europeo.
Eydar: L’Europa dorme di fronte all’antisemitismo
Ad aprire la prima sessione tematica è stato Dror Eydar, ex ambasciatore d’Israele in Italia, con un intervento tra storia, teologia e politica. «Siamo in uno stato di emergenza. La civiltà occidentale è in pericolo», ha esordito, denunciando un’Europa che «dorme» mentre l’antisemitismo torna a occupare lo spazio pubblico. «Quando il popolo ebraico è in pericolo, anche l’Occidente è in pericolo», ha affermato. E ancora: «Israele è il primo avamposto che difende l’intero Occidente». Eydar ha poi citato una fatwa del 2003 dello sceicco Yusuf al-Qaradawi sulla conquista islamica di Roma, mettendo in guardia da quello che ha definito un «autoinganno» europeo di fronte alle minacce islamiste. Il suo intervento si è chiuso con un’immagine della tradizione ebraica: «Invece di maledire l’oscurità, è meglio accendere una piccola candela. Una candela l’abbiamo accesa oggi».
Media e narrazioni
Ampio spazio è stato dedicato anche al ruolo dell’informazione. Felice Friedson, fondatrice e direttrice di The Media Line, ha aperto il suo intervento ricordando il luogo stesso dell’incontro: piazza Unità d’Italia, dove nel 1938 Benito Mussolini annunciò le leggi razziali. «Le parole contavano allora, contano oggi e conteranno domani», ha sottolineato. Friedson si è chiesta se «il giornalismo può contribuire involontariamente all’odio?». Non necessariamente attraverso falsità dichiarate, ha spiegato, ma ripetendo accuse non verificate, trasformando ipotesi in certezze e amplificando narrazioni emotive prima che i fatti siano controllati. In un ecosistema dominato da social media, algoritmi e intelligenza artificiale, ha osservato, «l’informazione viaggia più veloce della verifica». Per Friedson il giornalismo resta un patto pubblico, fondato sulla distinzione tra fatti verificati, accuse credibili, opinioni e narrazioni in conflitto. E tra le parole più importanti che un giornalista possa pronunciare, ha concluso, ci sono: «Non lo sappiamo».
Sul peso della stampa in Israele è intervenuto Omer Lachmanovitch, vicedirettore di Israel Hayom, tra i promotori dell’evento. Dopo il 7 ottobre, ha spiegato, per molti giornalisti israeliani la distanza professionale non è più stata possibile. Ha ricordato il fotografo del giornale, Yaniv Zohar, ucciso nel kibbutz Nahal Oz insieme alla moglie e a due figlie. «Non esiste distanza giornalistica da questo». Eppure, ha aggiunto, il compito del giornalismo resta quello di raccontare con accuratezza anche ciò che è doloroso e complesso. «Una società in guerra non è fatta solo di soldati e razzi. È la trama della vita quotidiana sotto un’incertezza permanente». Lachmanovitch ha poi difeso la vitalità democratica israeliana: giornali, proteste, tribunali e dibattito pubblico continuano a esistere anche durante la guerra. «Non è una debolezza», ha osservato. «È la prova che ciò che difendiamo merita di essere difeso».
I racconti degli italkim
La parte conclusiva della sessione mattutina ha dato spazio alle testimonianza di alcuni italkim, gli italiani d’Israele. Yehuda Calò Livne ha presentato una ricerca sui giovani israeliani dopo il 7 ottobre. «Più dell’88 per cento dei giovani si prende cura degli altri e cerca di essere utile», nonostante l’esposizione adepressione, isolamento e trauma, spesso amplificati dai social. Calò Livne ha raccontato anche alcune esperienze di volontariato nate dalla guerra: dalla surf-terapia per reduci e giovani traumatizzati al trasporto di soldati feriti attraverso un’ambulanza dedicata. La moglie Angelica Edna ha invece raccontato la quotidianità del kibbutz Sasa, dove i due risiedono, durante l’evacuazione per la guerra con Hezbollah del 2023, la collaborazione con i lavoratori arabi dei villaggi vicini e il lavoro educativo con i ragazzi costretti per mesi a vivere lontano da casa. Insegnante di teatro all’Università di Tel Aviv, ha insistito sulla necessità di «ricostruire la fiducia» e di dare più spazio ai giovani.
«Fasìn di bessôi»
A chiudere la mattinata è stata Rosj Domini, friulana di Buja, trasferitasi in Israele da quattro anni e mezzo e tra le fondatrici dell’Associazione E361. Domini ha costruito un parallelo tra Friuli Venezia Giulia e Israele come terre di confine, segnate da invasioni e capaci di reagire con resilienza. Ha richiamato il modello della ricostruzione friulana dopo il terremoto del 1976 e il motto fasìn di bessôi, “facciamo da soli”.
«Israele non chiede scusa di esistere», ha affermato, definendosi «friulana israeliana». Per descrivere il Paese dopo il 7 ottobre ha scelto l’immagine del kintsugi, l’arte giapponese di riparare con l’oro gli oggetti rotti: le ferite non spariscono, ma diventano parte di una nuova forma. «Per me oggi questa è Israele», ha concluso.
I lavori proseguiranno nel pomeriggio, dalle 15, con la sessione “Gli occhi dell’Italia su Israele”, articolata in tre tavole rotonde dedicate ai giornalisti, agli storici e al mondo dei network digitali, moderate da rav Ariel Haddad e da rav Eliahu Alexander Meloni. La giornata si concluderà in serata con un concerto klezmer in piazza Verdi.
d.r.



