È il 1913 quando si consuma la rottura definitiva tra Carl Gustav Jung e Sigmund Freud. Sopra le dispute teoriche che dividono i due psicoanalisti, legati da un rapporto amicale oltre che professionale, aleggia l’ombra della delicata «questione razziale».
Freud – ateo convinto, severo critico di ogni religione – si riconosce profondamente nella tradizione dell’ebraismo. Teme però che la psicoanalisi venga percepita come una «faccenda nazionale ebraica», e cerca alleati che le diano respiro oltre i confini di quella comunità. Anche per questo apre a Jung, non ebreo, che nel 1910 diventa così presidente dell’Associazione psicoanalitica internazionale.
Ma l’«erede designato» per lo sviluppo del movimento porta con sé un inquietante bagaglio di opinioni sull’ebraismo, frutto di un nodo irrisolto nel pensiero e nella cultura: per lui l’ebreo apparterrebbe a una psicologia altra, segno di una differenza radicata nella «razza», e le sue convinzioni finiscono per alimentare pregiudizi e stereotipi antisemiti. Lo scontro con Freud è inevitabile. «La frattura del movimento psicoanalitico», scrive David Meghnagi, «coinvolse poche decine di persone. Divenne però lo specchio di una tragedia più grande», un clima d’odio che l’ascesa al potere del nazismo avrebbe portato alle estreme conseguenze.
In mezzo a questa frattura si colloca Sabina Spielrein, figura ponte tra i due maestri: paziente e amante di Jung, viene in seguito accolta da Freud nel gruppo viennese. Il suo Diario testimonia un’esperienza ambivalente, sospesa tra riconoscimento intellettuale e marginalizzazione, tra appartenenza al movimento e resistenza ai suoi paternalismi.
Nel racconto dell’autore, attraverso i carteggi con Jung e Freud, prendono corpo le voci di colleghi come Sándor Ferenczi, Karl Abraham, Ernest Jones e soprattutto Erich Neumann – tra i più originali allievi di Jung, del quale criticherà apertamente le posizioni antisemite e l’iniziale collusione morale con il nazismo. Si ricostruisce così un quadro complesso: non solo lo scontro umano tra due amici, ma le profonde contraddizioni culturali e intellettuali di un’Europa davanti all’abisso.
Freud – ateo convinto, severo critico di ogni religione – si riconosce profondamente nella tradizione dell’ebraismo. Teme però che la psicoanalisi venga percepita come una «faccenda nazionale ebraica», e cerca alleati che le diano respiro oltre i confini di quella comunità. Anche per questo apre a Jung, non ebreo, che nel 1910 diventa così presidente dell’Associazione psicoanalitica internazionale.
Ma l’«erede designato» per lo sviluppo del movimento porta con sé un inquietante bagaglio di opinioni sull’ebraismo, frutto di un nodo irrisolto nel pensiero e nella cultura: per lui l’ebreo apparterrebbe a una psicologia altra, segno di una differenza radicata nella «razza», e le sue convinzioni finiscono per alimentare pregiudizi e stereotipi antisemiti. Lo scontro con Freud è inevitabile. «La frattura del movimento psicoanalitico», scrive David Meghnagi, «coinvolse poche decine di persone. Divenne però lo specchio di una tragedia più grande», un clima d’odio che l’ascesa al potere del nazismo avrebbe portato alle estreme conseguenze.
In mezzo a questa frattura si colloca Sabina Spielrein, figura ponte tra i due maestri: paziente e amante di Jung, viene in seguito accolta da Freud nel gruppo viennese. Il suo Diario testimonia un’esperienza ambivalente, sospesa tra riconoscimento intellettuale e marginalizzazione, tra appartenenza al movimento e resistenza ai suoi paternalismi.
Nel racconto dell’autore, attraverso i carteggi con Jung e Freud, prendono corpo le voci di colleghi come Sándor Ferenczi, Karl Abraham, Ernest Jones e soprattutto Erich Neumann – tra i più originali allievi di Jung, del quale criticherà apertamente le posizioni antisemite e l’iniziale collusione morale con il nazismo. Si ricostruisce così un quadro complesso: non solo lo scontro umano tra due amici, ma le profonde contraddizioni culturali e intellettuali di un’Europa davanti all’abisso.
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Temi di grande attualità alla luce del contesto generale, ha esordito Meghnagi, sottolineando come questa immersione sulla «psicologia profonda» lo abbia «protetto» in un momento di sofferenza personale anche per la riemersione di un antisemitismo sempre più ostentato, anche tra i suoi colleghi. «Ho posto fine ad alcuni legami importanti con persone che mi hanno aggredito con parole che sembravano prese dai Protocolli dei Savi di Sion o dalla dottrina della Limpieza de sangre», ha raccontato Meghnagi nel corso dell’iniziativa, spiegando come parte di questo libro sia stato concepito a Tel Aviv, passeggiando nella via dove Erich Neumann, uno degli allievi di Jung, mandava al suo maestro «lettere disperate» per via delle sue posizioni sul mondo ebraico, cercando di illustrargli i suoi errori.
L’incontro si è incentrato su alcune ferite aperte tra cristiani ed ebrei. «Ci sono stereotipi che sopravvivono, c’è una continuità strutturale del pregiudizio antiebraico», ha rilevato Zuppi. E quindi «c’è parecchio da curare e le parole malate vanno esposte all’aperto, la cura richiede innanzitutto ascolto dell’altro». Per il presidente della Cei la giornata per il dialogo ebraico-cristiano di gennaio «è uno dei momenti di maggiore sfida e lo scorso anno siamo stati vicini a non celebrarla, però il dialogo è talmente profondo che supera una fatica». In questo senso, ha aggiunto, il libro di Meghnagi «ci aiuta ad avere un respiro storico, in un periodo faticoso in cui qualunque parola viene vista come un graffio e come uno schierarsi». D’accordo con lui Fumagalli, secondo il quale «in filigrana, leggendo questo libro, si vede tutto il dramma del ventesimo secolo nella chiave dell’antisemitismo». Una questione che investe direttamente la leadership cristiana ed è un monito a non disperdere i passi avanti nella relazione, spesso complessa, tra questi due mondi. Fumagalli ha citato come esempio la figura di Jules Isaac, storico ebreo francese la cui famiglia era stata assassinata ad Auschwitz e che nel 1947 fu tra gli ispiratori della conferenza di Seelisberg e dell’appello rivolto alle Chiese cristiane ad evitare predicazioni ostili agli ebrei. Quel momento, per Fumagalli, «ha rappresentato l’inizio di un cambiamento di mentalità». Ed è un patrimonio da difendere.Adam Smulevich


