In autunno Daniel Della Rocca compirà quarant’anni. «E in Israele significa arrivare alla fine del servizio di riserva». Un passaggio che, a mille giorni dal 7 ottobre 2023, vive con «sentimenti contrastanti. Da una parte ho partecipato a molte operazioni, sono stato nella Seconda guerra del Libano, nel 2006, e anche nell’ultimo conflitto, di nuovo sul fronte libanese. Ho passato non poco, e tutto questo pesa molto sulle mie spalle». Dall’altra, aggiunge, «non siamo ancora arrivati a un punto risolutivo. Questo scontro non è finito e sento anche un po’ di frustrazione, come se fosse prematuro non continuare a dare il mio contributo».
La quiete sospesa in città
Della Rocca, insegnante di origini italiane, vive a Sderot, la città al confine con Gaza dove era già stato dal 2017 al 2021 e dove è tornato pochi mesi dopo il 7 ottobre insieme alla moglie. Oggi la famiglia è cresciuta: da circa un anno è nata la loro figlia. «In questo momento scelgo di essere ottimista», racconta. Non perché immagini una pace vicina. «Non credo che nell’immediato ci sarà un accordo con i nostri vicini a Gaza». I terroristi di Hamas sono ancora la forza principale nell’enclave palestinese e, dall’altra parte, «il nostro governo sembra poco interessato a un’intesa».
Mille giorni dopo il massacro, Sderot vive una condizione particolare. Il 7 ottobre i terroristi di Hamas sono entrati anche qui, hanno attaccato la stazione di polizia e ucciso civili e agenti, lasciando una ferita profonda in una città già segnata da anni di razzi. «Sderot è un posto che dal 2000 soffre molto per il terrorismo. Certo, nulla è paragonabile al 7 ottobre, ma ci sono stati moltissimi lanci di razzi e situazioni simili». È una storia segnata dagli allarmi, di corse nei rifugi da raggiungere in pochi secondi, di bambini cresciuti con l’idea che un attacco possa interrompere il gioco da un momento all’altro.
Eppure, prosegue Della Rocca, Sderot ha sviluppato un rapporto diverso con la memoria e con la routine. «È una città che torna molto rapidamente alla normalità, alla vita di tutti i giorni, e non ha molta voglia di guardarsi indietro». Anche in occasione dei mille giorni dalle stragi non c’è una grande commemorazione pubblica. «C’è un piccolo evento a cui partecipiamo e qualcuno ne parla. Ma la maggior parte guarda alla propria quotidianità, all’idea di una vita relativamente normale».
Dopo il 7 ottobre molti residenti erano stati evacuati, soprattutto nell’area del Mar Morto e a Eilat. Poi il ritorno, progressivo, in una città che ha ripreso a costruire e ad accogliere nuovi abitanti e, per la prima volta, vive un prolungato periodo di quiete. «La situazione della sicurezza qui a Sderot è la migliore degli ultimi 25 anni. Non ci sono lanci di missili o razzi. Non c’è quella sensazione di minaccia che prima del 7 ottobre era sempre nell’aria, quando ogni pochi mesi c’erano attacchi da parte di Hamas». Sul futuro più lontano però non si sbilancia. «Davvero non lo so. Spero che almeno, dal punto di vista della sicurezza, abbiamo imparato la lezione del 7 ottobre. Siamo molto più prudenti e quindi ho meno paura che possa accadere qualcosa di grave nei prossimi dieci anni. Dopo, forse, si tornerà ad abbassare la guardia».
A scuola
In questi anni Della Rocca ha continuato a insegnare a Tel Aviv, facendo avanti e indietro da Sderot. Dal prossimo anno lavorerà invece in una scuola della città: un istituto superiore per le arti, con indirizzi di pittura, musica e danza. «Ho già cominciato a conoscere un po’ gli studenti e gli insegnanti», racconta. Anche lì il 7 ottobre è una presenza, ma raramente affrontata in modo diretto. «Il tema del terrorismo e della paura viene fuori moltissimo. C’è un’attenzione speciale da parte della scuola: sessioni di sostegno, terapia attraverso l’arte, conversazioni con educatori e insegnanti. Però i ragazzi non amano parlare di quello che è successo quel giorno. Parlano delle loro paure, di quello che immaginano per il futuro, ma non amano affrontare direttamente il 7 ottobre».
La scuola, l’esercito, la famiglia, la città: per Della Rocca tutto si tiene dentro una scelta di appartenenza. Tornare a Sderot non era scontato. «Non si può vivere qui se non si ha una forte motivazione alle spalle», aveva raccontato nei mesi successivi al massacro. Oggi quella motivazione passa anche dalla figlia. «Per lei scelgo di essere ottimista».
Daniel Reichel



