Chayei Sarah: Elogio funebre e pianto – 5787

 In Parashà della Settimana

di Rav Tzvi Hersh Weinreb (rabbino americano, vicepresidente emerito di Orthodox Union)

Tradotto ed adattato da David Malamut

I bambini dell’asilo non colgono affatto la distinzione tra ciò che gli adulti chiamano realtà e il mondo dell’immaginazione. Per loro, non c’è differenza tra le persone che incontrano nella vita quotidiana e quelle di cui sentono parlare nei racconti.

Per la maggior parte degli adulti, i protagonisti delle storie bibliche sono figure storiche; pur vivendo nella nostra immaginazione, sappiamo bene che appartengono a un passato lontano. Per i bambini dell’asilo, invece, questi eroi ed eroine sono reali tanto quanto i loro genitori, i fratelli o le sorelle.

Me ne resi conto molti anni fa, quando la mia figlia maggiore frequentava l’asilo. Oggi lei stessa è nonna, il che fa capire quanto tempo sia passato.

Come tutti i bambini di una scuola dell’infanzia ebraica, a quel punto dell’anno aveva già ascoltato molti racconti su Sara. Conosceva il suo viaggio verso la Terra Promessa, le prove e le difficoltà affrontate in Egitto, la sua condizione di sterilità e la gioia immensa provata alla nascita di Isacco.

Il venerdì che precedeva lo Shabbat dedicato alla parasha della Torah di quella settimana, Chaye Sarah, tornò a casa da scuola sconvolta, con le lacrime che le rigavano le piccole guance. “Mamma, papà!” esclamò. “Avete saputo? Sara è morta, Sara è morta!” Era sopraffatta da una tristezza che rasentava il vero lutto; Sara, infatti, era diventata per lei una figura viva, grazie soprattutto all’insegnante che le aveva raccontato la sua storia. Difficilmente noi adulti proveremo una tale emozione questa settimana, leggendo della scomparsa di Sara. Eppure, scommetto che molti bambini e bambine dell’asilo, nelle scuole ebraiche, verseranno delle lacrime.

Per chi, come noi, studia settimanalmente la parasha della Torah, il tema della morte non è affatto estraneo. Dal primo essere umano a morire — per ironia della sorte, vittima di un omicidio — fino al quasi sacrificio di Isacco, di cui abbiamo letto la scorsa settimana, la Bibbia ci racconta decine di decessi.

Ma c’è qualcosa di particolarmente toccante e commovente nella morte di Sara, anche per noi adulti ormai disincantati. Ciò è dovuto in parte al fatto che, per la prima volta nella Bibbia, ci viene raccontata la reazione di una persona alla morte di un proprio caro. Leggiamo di un Abramo affranto, un marito amorevole che giunge «a pronunciare un elogio funebre per Sara e a piangerla» (Genesi 23, 2).

Per la prima volta, veniamo a conoscenza della capacità umana di esprimere le proprie emozioni attraverso l’elogio funebre.

Il Talmud contiene un’affascinante discussione sulla natura dell’elogio funebre, l’hesped. «L’elogio funebre ha lo scopo di giovare al defunto?», si chiede il Talmud. «O serve piuttosto a beneficio dei sopravvissuti, di chi è in lutto?».

Il Talmud giunge a una sua conclusione, ma non vi è dubbio che, da una prospettiva psicologica, l’elogio funebre assolva a entrambe le funzioni: onora il defunto e offre a chi resta l’opportunità di dare sfogo al proprio dolore, raggiungendo una sorta di catarsi.

Forse è proprio per questo che Abramo, nel caso di Sara, sia «pronuncia un elogio funebre» sia «la piange». Con l’elogio, ne onora la figura, il carattere e i traguardi raggiunti in vita; piangendola, dà voce al profondo senso di perdita per la compagna di una vita.

Non potrò mai dimenticare una potente esperienza vissuta molto tempo fa, durante un seminario tenuto dalla celebre psicologa Virginia Satir. Ci chiese di ritirarci in un angolo riservato dell’ampia sala e di dedicare un’ora di silenzio a riflettere — e, se lo desideravamo, a mettere per iscritto — l’elogio funebre che immaginavamo potesse essere pronunciato per noi al momento della nostra morte. Ricordo che, tra me e me, aggiunsi a quelle istruzioni le parole: «…dopo 120 anni».

Questo esercizio ci costrinse a guardare a fondo dentro noi stessi, a individuare ciò che nella nostra vita fosse duraturo e degno di valore, e a riflettere su come avremmo voluto essere ricordati dagli altri. Dopo pochi istanti, il silenzio iniziale fu infranto da singhiozzi, sospiri e pianti. Trascorso quell’ora, il gruppo si è riunito e molti hanno condiviso sentimenti profondamente toccanti, riferendo di aver fatto importanti scoperte su se stessi e di essere giunti a rivelazioni interiori.

Non consiglio questa esperienza a te, caro lettore, a meno che tu non possa affrontarla in presenza di una persona di fiducia, preferibilmente qualcuno che abbia una formazione specifica nel gestire le emozioni che potrebbero emergere da un esercizio del genere. Eppure, attingo a ciò che ho vissuto quel giorno per comprendere cosa provino gli altri durante l’inevitabile percorso del dolore e del lutto. Torno spesso, con la memoria, a quel giorno, per comprendere meglio me stesso e per valutare la mia vita, con i suoi successi e i suoi fallimenti, i traguardi raggiunti e le frustrazioni.

E faccio tesoro delle reazioni a cui ho assistito, e che io stesso ho provato, quel giorno, per comprendere il nostro patriarca Abramo e il suo bisogno di «pronunciare un elogio funebre per Sara, E, al contempo, di piangere per lei».

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