Isacco e la preghiera – Parshat Chayei Sarah

 In Parashà della Settimana

di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l

Tradotto ed adattato da David Malamut

SOMMARIO:

Chayei Sarah contiene tre narrazioni chiave. La prima, la morte di Sara, che porta Abramo ad acquistare un terreno sepolcrale per lei. Questa porzione di terra riveste particolare importanza in quanto è la prima parte della Terra Santa ad essere legalmente posseduta dal popolo dell’alleanza.

In secondo luogo, Abramo affida al suo servo il compito di andare alla ricerca della moglie giusta per suo figlio Isacco, il primo figlio ebreo; e infine arriviamo all’ultimo periodo della vita di Abramo, e alla sua morte.

Un episodio contenuto nella parasha di questa settimana ha lasciato un’impronta significativa sulla legge ebraica. Abramo invia il proprio servo a cercare una moglie per Isacco; questi incontra Rebecca e la conduce con sé. Il primo sguardo che la donna rivolge al suo futuro sposo è emblematico: Isacco è «uscito nei campi, verso sera, a meditare». È un’immagine quanto mai calzante.

Tra le figure eroiche del Tanach, Isacco si distingue per la sua indole riservata. Giacobbe e Mosè incontrano le loro future spose presso un pozzo, dove danno prova di coraggio e gentilezza; nel caso di Isacco, invece, è Rebecca a compiere un gesto di benevolenza al pozzo, mentre lui non è nemmeno presente. A cercare la giovane è stato, infatti, il servo di suo padre.

Isacco è un uomo schivo, introverso, incline all’introspezione. Nel loro matrimonio, è spesso Rebecca a ricoprire il ruolo più attivo. Meditare nei campi: questo è il gesto che meglio caratterizza Isacco. È un uomo dalla psicologia complessa, ed effettivamente come potrebbe essere altrimenti? Essendo stato legato e quasi ucciso da bambino, si può solo immaginare il segno profondo che un simile evento abbia lasciato sulla sua anima. Il risultato – dato che la Torah ci offre solitamente solo accenni indiretti ai sentimenti interiori dei personaggi – è che egli rimane una figura singolarmente indecifrabile. Sappiamo di lui meno che di quasi chiunque altro tra i protagonisti del libro di Bereishit.

Il Talmud, concentrandosi più sulla halachah che sulla psicologia, trae una propria deduzione da questo versetto: la «meditazione» di Isacco era, in realtà, una preghiera. L’espressione «verso sera» indica il pomeriggio; se il comportamento di Isacco avesse una valenza normativa, ciò significherebbe che egli ha istituito Minchah, la preghiera pomeridiana. Qual è, dunque, il legame tra i patriarchi e la preghiera?

Il Talmud riporta un celebre dibattito tra i Maestri riguardo all’origine delle tre preghiere quotidiane: esse costituiscono un sostituto dei sacrifici che un tempo venivano offerti nel Tempio, oppure le loro radici affondano in un passato ancora più remoto della storia d’Israele?

“È stato affermato: Rabbi Yose figlio di Rabbi Hanina ha detto: «Le preghiere sono state istituite dai patriarchi». Rabbi Yehoshua figlio di Levi ha detto: «Le preghiere sono state istituite per sostituire i sacrifici quotidiani».

Esistono insegnamenti che concordano con la tesi di Rabbi Yose figlio di Rabbi Hanina, così come esistono insegnamenti che concordano con quella di Rabbi Yehoshua figlio di Levi.

Secondo l’opinione di Rabbi Yose figlio di Hanina: Abramo istituì la preghiera del mattino, come è scritto: «Abramo si alzò di buon mattino e andò al luogo in cui si era fermato»; e il termine «fermarsi» (o «stare in piedi») indica la preghiera, come è scritto: «Allora Pinhas si alzò e pregò».

Isacco istituì la preghiera del pomeriggio, come è scritto: «Isacco uscì verso sera a meditare nei campi»; e il termine «meditare» indica la preghiera, come è scritto: «Preghiera di un afflitto quando è esausto e riversa la sua meditazione davanti al Signore».

Giacobbe istituì la preghiera della sera, come è scritto: «E giunse [vayifga] in un luogo»; il termine *pegia* indica la preghiera, come è scritto: «Tu dunque non intercedere [tifga] per questo popolo, non innalzare per esso suppliche o preghiere, né insistere presso di Me».

Secondo l’opinione di Rabbi Yehoshua figlio di Levi: perché è stato stabilito che la preghiera del mattino possa essere recitata fino a mezzogiorno? Perché il sacrificio quotidiano del mattino poteva essere offerto fino a mezzogiorno. Rabbi Yehuda, tuttavia, sostiene che essa possa essere recitata fino alla quarta ora, poiché il sacrificio quotidiano del mattino poteva essere offerto fino alla quarta ora.

E perché è stato stabilito che la preghiera del pomeriggio possa essere recitata fino a sera? Perché l’offerta quotidiana del pomeriggio poteva essere presentata fino a sera. Rabbi Yehuda, invece, afferma che essa può essere recitata solo fino a metà pomeriggio, poiché l’offerta pomeridiana poteva essere presentata soltanto fino a quel momento.

E perché è stato stabilito che per la preghiera della sera non vi sia alcun limite di tempo? Perché le membra e il grasso che non erano stati consumati sull’altare entro sera potevano essere offerti durante tutto il corso della notte.”

In questo disaccordo è in gioco molto più della halakhah o della storia. Ciò che viene messo in discussione è la natura stessa della preghiera.

Nel giudaismo biblico esistevano due distinte tradizioni spirituali. Da un lato vi erano i patriarchi e i profeti. Si trattava, per così dire, di persone comuni dotate di doni straordinari: innanzitutto, la capacità di parlare con Dio e di ascoltare la Sua voce. I patriarchi erano pastori; lo stesso valeva per Mosè. Non indossavano paramenti cerimoniali e vivevano lontano dalle città dell’epoca. In solitudine, distanti dal frastuono della civiltà urbana, ascoltavano la parola di Dio e vi prestavano fede. Pregavano secondo le necessità del momento; non esistevano due preghiere identiche. Parlavano dall’intimo del proprio essere a Colui che costituisce l’essenza profonda di tutto l’Essere. Questa è la preghiera patriarcale e profetica.

Esisteva poi un altro tipo di figura religiosa: il sacerdote. Egli indossava paramenti specifici ed era un «uomo santo», separato dagli altri (questo è, nell’ebraismo, il significato originario del termine kadosh, «santo»). Per lui, l’avodah — il «servizio» divino — consisteva innanzitutto nell’offerta di un sacrificio. Ogni aspetto dei sacrifici era regolato da norme precise e dettagliate. I temidim, ovvero i sacrifici quotidiani, avevano tempi stabiliti (mattino e pomeriggio), un luogo preciso (il Santuario, e in seguito il Tempio) e un rituale rigorosamente definito, immutabile e sempre identico a se stesso.

La spontaneità, elemento essenziale per il profeta, risulta invece disastrosa per il sacerdote. I due figli di Aronne, Nadav e Avihu, lasciandosi trasportare dall’impulso del momento, presentarono un’offerta di propria iniziativa durante l’inaugurazione del Santuario, trovandovi la morte. Se il profeta incarna l’«adesso» della vita religiosa, il sacerdote rappresenta l’eternità. Essi si rivolgono ad aspetti diversi dell’anima e a bisogni differenti della società. Senza spontaneità, lo spirito inaridisce; senza struttura, precipita nel caos. Senza i profeti, la fede d’Israele sarebbe invecchiata; senza i sacerdoti, non avrebbe mai potuto trasformarsi nel codice di una nazione. La questione dibattuta tra Rabbi Yose figlio di Rabbi Hanina (Yose bar Hanina) e Rabbi Yehoshua figlio di Levi (Yehoshua ben Levi) era dunque la seguente: a quale di queste tradizioni appartiene la preghiera? Ai patriarchi o ai sacerdoti? Alla supplica o al sacrificio? Al dialogo personale dell’anima o al culto collettivo della nazione?

Uno degli aspetti più notevoli e meno osservati dell’ebraismo è che, ancora oggi, conserviamo entrambe le pratiche: recitiamo infatti ogni Amidah due volte: una prima volta in privato e in silenzio, come singoli individui, e una seconda volta in pubblico e collettivamente, come comunità (la cosiddetta “ripetizione dell’officiante”). La preghiera silenziosa appartiene al mondo di Abramo, Isacco e Giacobbe, Rachele e Hanna; è privata, personale e può includere, entro determinati parametri della halakhah, richieste specifiche del singolo. La ripetizione dell’officiante segue invece la logica dei sacrifici (motivo per cui non vi è alcuna ripetizione durante il Ma’ariv, la preghiera serale: nel Tempio, infatti, non si effettuavano sacrifici notturni). In tal modo, preserviamo sia la tradizione patriarcale che quella sacerdotale.

Altrettanto significativo è il carattere differente delle preghiere, dovuto alle diverse personalità e vicende dei patriarchi.

Il mio predecessore, il compianto Lord Jacobovits zt”l soleva far notare come la posizione del sole nei vari momenti della giornata rispecchiasse quella dei patriarchi stessi. Al mattino, il sole si trova a oriente: e a oriente, a Ur dei Caldei, ovvero in Mesopotamia, ebbe inizio la vita di Abramo. Nel primo pomeriggio, il sole è allo zenit, nel mezzo del cielo: ciò richiama Isacco, che trascorse l’intera esistenza nella terra di Canaan, destinata a divenire Israele. Verso sera, il sole si sposta a occidente, così come Giacobbe, che concluse i suoi giorni a occidente, in esilio in Egitto.

Anche l’atmosfera peculiare dei diversi momenti della giornata si riflette nelle vite dei tre patriarchi. Abramo è il mattino: l’alba di una fede nuova. Fu lui a distruggere gli idoli di suo padre, cogliendo le contraddizioni intrinseche del politeismo e del paganesimo. Il suo cammino religioso ebbe inizio con un viaggio lontano da casa, dal luogo natio e dalla casa paterna, verso una meta nuova e sconosciuta. Abramo rappresenta l’inizio: un capitolo inedito nella storia religiosa dell’umanità.

Isacco è il pomeriggio. Nel pomeriggio non vi è nulla di eclatante; non si registra alcun mutamento qualitativo, come il passaggio dall’oscurità alla luce o dal giorno alla notte. Si tratta, piuttosto, di una transizione lenta, di uno slittamento quasi impercettibile. Isacco funge da ponte tra il giorno e la notte, e tra le vite di Abramo e di Giacobbe – entrambe segnate da intensi drammi. La sua esistenza, al contrario, è relativamente priva di eventi e improntata alla passività; egli non è il motore principale degli accadimenti. Eppure, senza un ponte, sarebbe impossibile passare da una dimensione all’altra. Se Abramo è l’iconoclasta, Isacco incarna il coraggio silenzioso della continuità, senza il quale l’intero progetto dell’alleanza si estinguerebbe.

Giacobbe è la notte. È di notte che egli ha la sua grande visione della scala e degli angeli; è di notte che lotta contro un avversario sconosciuto. Conclude i suoi giorni in esilio, all’inizio della lunga e buia notte della schiavitù. La grande forza di Giacobbe risiede nel suo non arrendersi, nel suo non lasciar mai la presa. Egli nasce tenendo per il tallone suo fratello. Si rifiuta di lasciare la presa sullo sconosciuto che lotta con lui. Se Abramo incarna l’originalità e Isacco la continuità, Giacobbe rappresenta la tenacia.

Anche i verbi associati a ciascuno di loro sono differenti. Abramo «si alza di buon’ora» e «sta in piedi». Quando si tratta di preghiera, egli è colui che prende l’iniziativa. Pur riconoscendo di essere «polvere e cenere», pronuncia nondimeno la preghiera più audace di tutti i tempi: «Il Giudice di tutta la terra non eserciterà forse la giustizia?». Questa è la preghiera intesa come amidah.

Giacobbe, al contrario, «incontra». Non è lui a cercare Dio mentre fugge da casa, bensì è Dio a cercare lui. L’espressione usata nella Torah, poco prima che Giacobbe avesse la visione della scala angelica, è vayifga ba-makom; nell’ebraico rabbinico, essa può essere interpretata nel senso di: «Si è imbattuto in Dio». Esistono esperienze spirituali che ci colgono proprio quando meno ce le aspettiamo: quando siamo soli, impauriti, o magari assorti in pensieri del tutto estranei. Questa era la concezione della preghiera secondo Giacobbe. Non tutto, nella vita dello spirito, è sotto il nostro controllo. Le grandi esperienze trasformatrici — l’amore, l’improvvisa percezione della bellezza, un’ondata di felicità — giungono in modo imprevedibile e ci lasciano, per usare la celebre espressione di William Wordsworth (poeta inglese, considerato fondatore del Romanticismo inglese), «sorpresi dalla gioia». La grandezza dell’epifania di Giacobbe risiede nel fatto che essa sia avvenuta di notte, nel bel mezzo della paura e della fuga. Ecco cos’è la preghiera intesa come pegiah (incontro/impatto).

Esiste poi una terza forma di preghiera. Isacco è intento a «meditare» nei campi; tuttavia, il termine sichah nell’ebraico moderno non indica soltanto la meditazione, ma anche, e soprattutto, la conversazione. Quando il Talmud, parlando di Isacco, afferma ein sichah ela tefillah, possiamo tradurre l’espressione come «la conversazione è una forma di preghiera» — e, in un senso profondo, è proprio così. La preghiera è una conversazione (tra cielo e terra). Ma anche la conversazione è, di per sé, una preghiera: in un vero dialogo, infatti, mi apro alla realtà di un’altra persona. Entro nel suo mondo. Inizio a osservare le cose da una prospettiva che non è la mia. Nell’incontro tra due identità, entrambe ne escono trasformate.

Una conversazione umana autentica costituisce, dunque, una preparazione all’atto della preghiera, di cui rappresenta una sorta di versione in miniatura. Nella preghiera, infatti, mi pongo in ascolto della presenza di Dio — parlando, ma anche ascoltando — e mi apro a una realtà altra, infinitamente più vasta della mia; ne consegue che io stesso divento una persona diversa. La preghiera non è un monologo, bensì un dialogo. Prima di ogni Amidah, pronunciamo queste parole: «O Dio, apri le mie labbra, affinché la mia bocca possa proclamare la Tua lode». In un senso concreto, dunque, nella preghiera non ci limitiamo a parlare; veniamo anche interpellati e attraversati da una voce. Dio, insieme alle tradizioni della fede ebraica, parla attraverso di noi. Le parole stesse che utilizziamo non sono nostre, bensì il frutto di millenni di storia del nostro popolo, nel suo incontro con Dio e nell’espressione della propria risposta. La preghiera è come un collegamento elettrico: finché dura, diventiamo un canale attraverso il quale scorre l’energia dell’universo (la creazione) e della storia ebraica (la redenzione), un’energia che facciamo nostra. Questa è la preghiera intesa come sichah.

Esistono dunque tre modalità di spiritualità, che sperimentiamo nel corso di una singola giornata: la ricerca umana (Abramo, preghiera del mattino), l’incontro con il Divino (Giacobbe, preghiera della sera) e il dialogo (Isacco, preghiera del pomeriggio). È così che tre episodi della vita dei patriarchi — il risveglio mattutino di Abramo, la meditazione di Isacco nei campi e la visione notturna di Giacobbe — non sono rimasti semplici eventi del passato, ma sono divenuti possibilità permanenti per noi che ne seguiamo le orme: guidati dal loro precedente, elevati dal loro esempio, arricchiti dal loro spirito e chiamati a raggiungere le loro stesse vette.

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