La cosa principale è l’intenzione

 In Parashà della Settimana

di Rav Shmuel Rabinowitz, Rabbino del Kotel e luoghi sacri in Israele

Tradotto ed adattato da David Malamut

Uno degli eventi più drammatici che hanno plasmato il mondo e l’umanità è stato il Diluvio, che ha travolto la terra distruggendo ogni cosa, lasciando in vita solo Noè e la sua famiglia, gli animali che aveva portato nell’arca e i pesci nelle acque.

All’inizio della Creazione, il mondo fu creato nella perfezione e nella bontà, destinato a esistere senza morte né malattia. Tuttavia, in seguito al peccato di Adamo e alla sua espulsione dal Giardino dell’Eden, il male entrò nell’esperienza umana. L’umanità raggiunse infine uno stato in cui, per usare le parole della Torah, “la terra era piena di violenza“. Violenza, corruzione e assenza di confini morali minarono le fondamenta stesse dell’esistenza umana, fino a quando il mondo non raggiunse un punto di rottura. Il Diluvio fu quindi un punto di svolta nella storia della Creazione, un tentativo di arrestare la spirale discendente e aprire un nuovo capitolo nella storia del mondo.

Quando Noè e la sua famiglia escono dall’Arca, si trovano di fronte a un mondo completamente diverso da quello che conoscevano: un mondo in rovina, desolato e silenzioso, non più animato dall’attività umana che era stata parte integrante delle loro vite.

Provate a immaginare quel momento. Una piccola famiglia si trova di fronte a un mondo immenso e vuoto, senza città, senza comunità, senza altri esseri umani, e senza nulla del mondo familiare che un tempo conoscevano. Nessuno è lì ad accoglierli. Non c’è nessuno con cui condividere i propri sentimenti, e nessuna certezza su come sarà la vita da quel momento in poi. Quale sarebbe la prima cosa che fareste in un momento simile? Come si reagisce a una distruzione di proporzioni quasi inimmaginabili?

La Torah descrive il primo atto di Noè:

<<Noè uscì, e con lui i suoi figli, e la sua moglie, e le mogli de’ figli suoi. (Come pure) tutte le bestie, tutti i rettili, e tutti i volatili, qualunque essere strisciante sulla terra, divisi a famiglie, uscirono dall’arca. Noè fabbricò un altare al Signore, e prese di tutti i quadrupedi mondi, e di tutti gli uccelli mondi, e ne fece olocausti sull’altare.>> (Genesi 8, 18-20)

Noè non inizia la sua nuova vita cercando di ricostruire il mondo, di costruirsi una casa o di provvedere prima ai bisogni pratici della sua famiglia. Il primo atto descritto nella Torah è la costruzione di un altare e l’offerta di un sacrificio a Dio.

Questo è un atto di riconoscimento della sovranità del Creatore, di ringraziamento e di sottomissione a Colui che governa il mondo. Noè comprende che, anche quando la realtà appare dura e incomprensibile, il mondo non funziona per caso. Nel mezzo della devastazione e della distruzione, egli esprime il suo legame con Colui che ha creato il mondo con la sua parola.

Poi avviene una svolta inaspettata. La Torah descrive come l’atto di Noè conduca a una promessa divina riguardante il futuro di tutta l’umanità:

<<Il Signore, gradito l’odore propiziatorio, disse tra sè: Non voglio più maledire la terra a cagione dell’uomo, poiché i concetti del cuore dell’uomo sono rei sino dalla sua giovinezza. Non voglio più percuotere tutti i viventi, come feci.>> (Genesi 8, 21)

Dio promette che non manderà mai più un Diluvio per distruggere ogni forma di vita sulla Terra e che il mondo continuerà ad esistere anche se il male persisterà al suo interno. Eppure, proprio questa promessa solleva un interrogativo. Per molti anni, Noè si oppose da solo a un’intera generazione, ammonendone i membri, cercando di influenzarli e di cambiare le loro abitudini. Ciononostante, il Diluvio non fu scongiurato. Eppure ora, dopo la distruzione, un suo singolo gesto suscita una reazione così profonda. Cos’era in questo gesto che gli conferiva un potere così straordinario?

La Mishnah nel trattato Makkot afferma:

“Rabbi Chananya ben Akashya dice: Il Santo, benedetto Egli sia, volle dare merito a Israele; perciò diede loro una grande quantità di Torah e di comandamenti, come è scritto: ‘Il Signore ha desiderato, per amore della Sua giustizia, rendere la Torah grande e gloriosa’.” (Makkot 3, 16)

Il Rambam (Maimonide) spiega questo insegnamento della Mishnah, stabilendo un principio fondamentale per comprendere il significato dei comandamenti:

“Uno dei principi fondamentali della fede nella Torah è che se una persona adempie correttamente e in modo appropriato a uno dei 613 comandamenti, senza alcun fine terreno, ma compiendolo puramente per amore di se stesso, quella persona si merita il Mondo a venire. Rabbi Chananya disse quindi che, a causa del gran numero di comandamenti, è impossibile per una persona non compierne almeno uno perfettamente in qualche momento della sua vita, meritando così la sopravvivenza eterna dell’anima attraverso quell’atto.” (Maimonide, Commentario alla Mishnah, Trattato Makkot)

Queste parole racchiudono un principio centrale del servizio al Creatore. I comandamenti non sono semplicemente un elenco di azioni che una persona deve compiere; esprimono la relazione tra l’individuo e Dio. Una persona può compiere una buona azione per il desiderio di guadagnarsi onore o prestigio. Egli può anche agire per abitudine o per lealtà alla tradizione in cui è cresciuto. Nel linguaggio dei nostri Saggi, tutti questi possono essere considerati comandamenti eseguiti shelo lishmah – non puramente per il loro fine in sé. Maimonide indica l’obiettivo centrale dell’adempimento dei comandamenti: eseguirli lishmah, per il loro fine in sé, per amore del Creatore e per il desiderio di compiere la Sua volontà, senza alcun interesse personale.

Ora possiamo comprendere che gli sforzi di Noè prima del Diluvio non diminuiscono la sua rettitudine. Tuttavia, quando una persona agisce di fronte a un’intera comunità, le sue azioni possono essere accompagnate da ulteriori motivazioni.

Dopo il Diluvio, la situazione è completamente diversa. Noè costruisce un altare e offre un sacrificio senza cercare di dimostrare la sua rettitudine a nessuno, senza competere con nessuno e senza cercare di acquisire prestigio. Dopotutto, il mondo è vuoto. Agisce unicamente perché desidera servire il suo Creatore e riconoscere la Sua bontà. Questo è un atto puro, compiuto lishmah, per se stesso. Un atto così puro e genuino, compiuto interamente per amore del Cielo, ha il potere di assicurare l’esistenza del mondo per sempre. Perché questo è il vero scopo della Creazione, e ora che questo scopo è stato compiuto, l’umanità può sopravvivere.

Questa idea è rilevante anche per la nostra vita quotidiana. La prova più profonda spesso arriva proprio quando nessuno ci guarda. Immaginate qualcuno che guida da solo a tarda notte e finisce di bere una tazza di caffè. Potrebbe gettare la tazza vuota dal finestrino, pensando che nessuno se ne accorgerà. Eppure è proprio in quel momento che scopriamo se la cura dell’ambiente e un comportamento responsabile nei suoi confronti sono valori in cui crede veramente, o se li osserva solo per timore della reazione altrui.

In una generazione in cui la condivisione di esperienze e azioni è diventata parte integrante della vita sociale, anche questo aspetto del servizio a Dio merita la nostra attenzione. Le persone condividono atti di gentilezza, donazioni, iniziative di volontariato e altre buone azioni sui social media. C’è un lato positivo in questo: pubblicizzare una buona azione può ispirare gli altri, incoraggiarli ad agire e creare ulteriori circoli di generosità. Tuttavia, oltre ai benefici della condivisione, è importante non perdere la capacità di fare del bene senza parlarne con nessuno.

Quando ogni azione diventa un’opportunità di condivisione, una persona può abituarsi a misurare il valore di un’azione in base al grado di visibilità e riconoscimento che riceve. Invece di chiedersi se ha fatto la cosa giusta, potrebbe ritrovarsi a chiedersi se riceverà risposte positive e se, di conseguenza, gli altri avranno una migliore opinione di lei. È dunque importante preservare uno spazio interiore in cui le nostre buone azioni restino tra noi e il nostro Creatore, senza bisogno di applausi e senza aspettarsi riconoscimenti.

 

Post recenti
Salta al contenuto