Non annoverato tra le nazioni – Parashat Balak
di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l
tradotto ed adattato da David Malamut
Riassunto della parasha
Balak, re di Moab, teme l’avvicinarsi degli Israeliti. Insieme agli anziani di Midian, cerca di assoldare il noto profeta mesopotamico Bilʻam per maledirli. Bilʻam si consulta con Dio, che gli dice di non andare, ma Moabiti e Midianiti tornano con un’altra offerta. Questa volta Dio ordina a Bilʻam di accompagnarli, ma solo di pronunciare le parole che Lui gli mette in bocca. Dopo uno strano episodio in cui l’asina di Bilʻam vede un angelo bloccargli la strada, Bilʻam e Balak salgono su una montagna che domina l’accampamento degli Israeliti.
Tre volte, in luoghi diversi, preparano altari e sacrifici, ma ogni volta Bilʻam pronuncia benedizioni invece di maledizioni. Balak se ne va arrabbiato e frustrato.
Essendo stati risparmiati dalle maledizioni di Bilʻam, tuttavia, gli Israeliti si attirano la rovina attraverso l’adulterio e l’idolatria, sedotti dalle donne del posto. Ventiquattromila persone muoiono a causa di una pestilenza che colpisce l’accampamento, finché Pinhas, in un atto di fanatismo, non si ribella a uno dei malfattori.
È il 1933. Due ebrei sono seduti in un caffè viennese a leggere il giornale.
Uno legge il giornale ebraico locale, l’altro il giornale notoriamente antisemita “Der Stürmer” (L’attacante).
“Come fai a leggere queste schifezze disgustose?”, chiede il primo. Il secondo sorride. “Cosa dice il tuo giornale? Fammi indovinare: ‘Gli ebrei si stanno assimilando’. ‘Gli ebrei stanno litigando’. ‘Gli ebrei stanno scomparendo’. Ora lascia che ti dica cosa dice il mio giornale: ‘Gli ebrei controllano le banche’. ‘Gli ebrei controllano i media’. ‘Gli ebrei controllano l’Austria’. ‘Gli ebrei controllano il mondo’. Amico mio, se vuoi buone notizie sugli ebrei, presta sempre attenzione agli antisemiti.”
Una vecchia e amara barzelletta. Eppure, ha un senso e una storia, che inizia con la Parasha di questa settimana. Alcune delle cose più belle mai dette sul popolo ebraico sono state dette da Bilʻam:
“Chi può contare la polvere di Giacobbe… Che la mia fine sia come la loro!… Quanto sono belle le tue tende, Giacobbe, le tue dimore, Israele!… Una stella spunterà da Giacobbe, uno scettro sorgerà da Israele.”
Bilʻam non era amico degli ebrei. Non essendo riuscito a maledirli, alla fine escogitò un piano che funzionò. Consigliò alle donne moabite di sedurre uomini israeliti e poi invitarli a partecipare al loro culto idolatra. 24.000 persone morirono nella successiva pestilenza che colpì il popolo. [Numeri cap. 25 and Numeri 31, 16]
Bilʻam è annoverato dai rabbini tra i soli quattro personaggi non di stirpe reale menzionati nel Tanach a cui viene negata una parte nel Mondo a Venire (Sanhedrin pag. 90a). Perché allora Dio scelse che Israele fosse benedetto da Bilʻam? Secondo il principio “מגלגלים זכות על ידי זכאי” Megalgelim zechut al yedei zakai: “Le cose buone provengono dalle persone buone” (Tosefta Yoma 4, 12). Allora, perché questo bene è venuto proprio da un uomo cattivo?
La risposta sta in un altro principio, enunciato per la prima volta nel Libro dei Proverbi (27, 2): “יְהַלֶּלְךָ זָר וְלֹא פִיךָ, נָכְרִי – וְאַל שְׂפָתֶיךָ” “Che sia un altro a lodarti, e non la tua bocca; uno straniero, e non le tue labbra.”. In italiano direbbero “Chi si loda s’imbroda”. Il Tanach è forse la letteratura nazionale meno autocelebrativa della storia. Gli ebrei scelsero di registrare per la storia i loro difetti, non le loro virtù. Quindi era importante che la loro lode provenisse da un estraneo, e da qualcuno che non si sapeva apprezzare. Mosè rimproverò il popolo. Bilʻam, l’estraneo, lo lodò.
Detto questo, tuttavia, qual è il significato di una delle descrizioni più famose mai date del popolo d’Israele?
<< Sì, dalla cima delle rupi il veggo, e dai colli il miro: veggo un popolo che separato soggiorna, e tra le nazioni non è annoverato >> (Numeri 23, 9)
Ho sempre contestato l’interpretazione che si è diffusa in epoca moderna, secondo cui il destino di Israele sarebbe quello di essere isolato, senza amici, odiato, abbandonato e solo, come se l’antisemitismo fosse in qualche modo scritto nella storia. [per approfondire leggere il libro di Rabbi J. Sacks “Future Tense”] Non è proprio così. Nessuno dei Profeti lo ha detto. Al contrario, credevano che le nazioni del mondo alla fine avrebbero riconosciuto il Dio di Israele e sarebbero venute a adorarlo nel Tempio di Gerusalemme. Il profeta Zaccaria (8, 23) prevede un giorno in cui “dieci persone di tutte le lingue e nazioni afferreranno saldamente un ebreo per l’orlo del suo mantello e diranno: ‘Vogliamo venire con voi, perché abbiamo udito che Dio è con voi’”. Non c’è nulla di predestinato nell’antisemitismo.
Cosa significano allora le parole di Bilʻam? “È una nazione che vive da sola, non annoverata tra le nazioni“. Ibn Ezra (Abraham ben Meir Ibn Ezra) afferma che intendono dire che, a differenza di tutte le altre nazioni, gli ebrei, anche quando sono minoranza in una cultura non ebraica, non si assimileranno. Ramban afferma che la loro cultura e il loro credo rimarranno puri, non un mix cosmopolita di molteplici tradizioni e nazionalità. Il Netziv (Naftali Zvi Yehuda Berlin) fornisce un’interpretazione tagliente, chiaramente rivolta contro gli ebrei del suo tempo, secondo cui “Se gli ebrei vivono in modo diverso e separato dagli altri, vivranno al sicuro, ma se cercano di emulare ‘le nazioni‘, ‘non saranno considerati’ come qualcosa di speciale“.
Esiste, tuttavia, un’altra possibilità, suggerita da un altro noto antisemita, G. K. Chesterton [Che Chesterton fosse un antisemita non è il mio giudizio ma quello del poeta W. H. Auden. Chesterton ha scritto: “Ho detto che un particolare tipo di ebreo tendeva ad essere un tiranno e un altro particolare tipo di ebreo tendeva ad essere un traditore. Lo dico di nuovo. Fatti di questo tipo sono ammessi nella critica di qualsiasi altra nazione sul pianeta: non è considerato illiberale per dire che un certo tipo di francese tende ad essere sensuale…. Non vedo perché i tiranni non dovrebbero essere chiamati ‘tiranni’ e i traditori ‘traditori’ semplicemente perché sono membri di una razza perseguitata per altri motivi e in altre occasioni.”– G.K. Chesterton, The Uses of Diversity, London, Methuen & Co., 1920, p. 239. Su questo Auden ha scritto: “La disonestà di questa argomentazione è rivelata dallo spostamento silenzioso dal termine ‘nazione’ al termine ‘razza’.”], che è stato già menzionato nella derasha di Beha’alotecha. Chesterton scrisse dell’America che era “una nazione con l’anima di una chiesa” e “l’unica nazione al mondo fondata su un credo“. Questo è, in effetti, esattamente ciò che rendeva Israele diverso, e la cultura politica americana, come hanno sottolineato lo storico Perry Miller e il sociologo Robert Bellah, è profondamente radicata nell’idea dell’Israele biblico e nel concetto di alleanza. L’antico Israele era effettivamente fondato su un credo ed era, di conseguenza, una nazione con l’anima di una religione.
Abbiamo discusso in Beha’alotecha di come il Rabbino Soloveitchik abbia analizzato i due modi in cui le persone diventano un gruppo, che si tratti di un accampamento o di una congregazione. Gli accampamenti affrontano un nemico comune, e quindi un gruppo di persone si unisce. Se si guarda a tutte le altre nazioni, antiche e moderne, si vedrà che sono nate da contingenze storiche. Un gruppo di persone vive in un territorio, sviluppa una cultura comune, forma una società e diventa così una nazione.
Gli ebrei, certamente dall’esilio babilonese in poi, non possedevano nessuno degli attributi convenzionali di una nazione. Non vivevano nella stessa terra. Alcuni vivevano in Israele, altri a Babilonia, altri ancora in Egitto. In seguito, si sarebbero dispersi in tutto il mondo. Non condividevano una lingua parlata quotidianamente. Esistevano molti vernacoli ebraici, più versioni dello yiddish, del ladino e di altri dialetti ebraici regionali. Non vivevano sotto la stessa amministrazione politica. Non condividevano lo stesso ambiente culturale. Né subirono lo stesso destino. Nonostante tutte le loro numerose differenze, tuttavia, si consideravano ed erano sempre visti dagli altri come un’unica nazione: il primo, e per lungo tempo l’unico probabilmente, popolo globale al mondo.
Cosa li rendeva allora una nazione? Questa fu la domanda che Rabbi Saadia Gaon (Saʿadia ben Yosef Gaon) pose nel X secolo, a cui diede la famosa risposta: “La nostra nazione è una nazione solo in virtù delle sue leggi (torot)“. Erano il popolo definito dalla Torah, una nazione sotto la sovranità di Dio. Avendo ricevuto, in modo univoco, le loro leggi prima ancora di entrare nella loro terra, rimasero vincolati a quelle stesse leggi anche quando la persero. Di nessun’altra nazione questo non si potrebbe dire lo stesso.
In modo unico, quindi, nell’ebraismo la religione e la nazionalità coincidono. Ci sono nazioni con molte religioni: la Gran Bretagna multiculturale è una tra le tante. Ci sono religioni che governano molte nazioni: il cristianesimo e l’islam sono esempi ovvi. Solo nel caso dell’ebraismo c’è una correlazione uno-a-uno tra religione e nazionalità. Senza il giudaismo non ci sarebbe nulla (tranne l’antisemitismo) per collegare gli ebrei in tutto il mondo. E senza la nazione ebraica il Giudaismo cesserebbe di essere quello che è sempre stato, la fede di un popolo legato da un vincolo di responsabilità collettiva l’uno verso l’altro e a Dio. Bilaam aveva ragione. Il popolo ebraico è davvero unico.
Nulla potrebbe quindi essere più errato che definire l’ebraismo come una mera etnia. Se l’etnia è una forma di cultura, allora gli ebrei non sono un’unica etnia, ma molte. In Israele, gli ebrei sono un lessico vivente di quasi ogni etnia sotto il sole. Se etnia è un altro termine per razza, allora la conversione all’ebraismo sarebbe impossibile (non ci si può convertire per diventare caucasici; non si può cambiare razza a piacimento).
Ciò che rende gli ebrei “una nazione solitaria, non annoverata fra le nazioni” è che la loro appartenenza a una nazione non è una questione geografica, politica o etnica. È una questione di vocazione religiosa come partner del patto di Dio, chiamati a essere un esempio vivente di nazione tra le nazioni, distinti dalla propria fede e dal proprio stile di vita. Perdendo questo, perdiamo l’unica cosa che era e rimane la fonte del nostro contributo singolare al patrimonio dell’umanità. Quando lo dimentichiamo, purtroppo, Dio fa sì che persone come Bilʻam e Chesterton ci ricordino il contrario. E sinceramente, non dovremmo nemmeno aver bisogno di simili richiami.



