Lasciar andare l’odio – Parshat Ki Teitse
di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l
tradotto ed adattato da David Malamut
SOMMARIO:
Con Ki Teitse, Mosè raggiunge il cuore delle disposizioni dettagliate del patto. La parasha contiene non meno di settantaquattro comandamenti, più di qualsiasi altro nella Torah. Tra questi, leggi sulle disfunzioni familiari, obblighi morali e legali verso i vicini e i concittadini, reati sessuali, comportamento morale in materia finanziaria e altre regole di responsabilità sociale. La parasha si conclude con il comando di essere eternamente vigili riguardo ad Amalek, il caso paradigmatico di odio e crudeltà della Torah.
“L’oscurità non può scacciare l’oscurità: solo la luce può farlo. L’odio non può scacciare l’odio: solo l’amore può farlo. L’odio moltiplica l’odio, la violenza moltiplica la violenza e la rigorosità (durezza) moltiplica la rigorosità (durezza)…” Martin Luther King
“Immagino che uno dei motivi per cui le persone si aggrappano così ostinatamente al loro odio sia perché sentono che, una volta che l’odio se ne sarà andato, saranno costrette ad affrontare il dolore.” James Arthur Baldwin
C’è un passaggio nella nostra parasha di Ki Teitse che ha implicazioni di grande importanza. È facile non notarlo, comparendo nel mezzo di una serie di leggi varie su eredità, figli ribelli, buoi sovraccarichi, violazioni matrimoniali e schiavi in fuga. Senza alcuna enfasi o preambolo particolare, Mosè pronuncia un comando così controintuitivo che dobbiamo leggerlo due volte per essere certi di averlo capito correttamente:
<<Non abbominare l’Idumeo, imperciocchè egli è tuo consanguineo. Non abbominare l’Egiziano, poiché sei stato ospite nel suo paese.>> (Deuteronomio 23, 8)
Cosa significa questo nel contesto biblico? Gli Egiziani dei tempi di Mosè avevano ridotto in schiavitù gli Israeliti, “amareggiando le loro vite“, sottoponendoli a un regime spietato di lavori forzati e costringendoli a mangiare il pane dell’afflizione. Avevano intrapreso un programma di tentato genocidio, con il Faraone che ordinò al suo popolo di gettare “ogni maschio [israelita] nato nel fiume” (Esodo 1, 22).
Ora, quarant’anni dopo, Mosè parla come se nulla di tutto ciò fosse accaduto, come se gli Israeliti avessero un debito di gratitudine verso gli Egiziani per la loro ospitalità. Eppure, lui e il popolo si trovavano dove si trovavano solo perché stavano fuggendo dalla persecuzione egiziana. Né voleva che il popolo lo dimenticasse. Al contrario, disse loro di recitare la storia dell’Esodo ogni anno, come facciamo ancora oggi a Pesach, rievocandola con erbe amare e pane azzimo, affinché il ricordo fosse tramandato a tutte le generazioni future. Se vuoi preservare la libertà, sottintende, non dimenticare mai cosa si prova a perderla. Eppure, qui, sulle rive del Giordano, rivolgendosi alla generazione successiva, dice al popolo: “Non odiate un Egiziano“. Cosa significa questo versetto?
Per essere liberi, bisogna abbandonare l’odio. Questo è ciò che Mosè sta dicendo. Se avessero continuato a odiare i loro ex nemici, Mosè avrebbe fatto uscire gli Israeliti dall’Egitto, ma non avrebbe fatto uscire l’Egitto dagli Israeliti. Mentalmente, sarebbero ancora lì, schiavi del passato. Sarebbero ancora in catene, non di metallo ma della mente, e le catene della mente sono quelle più restrittive di tutte.
Non si può creare una società libera sulla base dell’odio. Risentimento, rabbia, umiliazione, senso di ingiustizia, il desiderio di ripristinare l’onore infliggendo ferite ai propri ex persecutori, queste sono condizioni di una profonda mancanza di libertà. Bisogna vivere con il passato, implica Mosè, ma non nel passato. Coloro che sono prigionieri della rabbia contro i loro ex persecutori sono ancora prigionieri. Coloro che lasciano che i loro nemici definiscano chi sono, non hanno ancora raggiunto la libertà.
I libri usati nella dottrina ebraica fanno ripetutamente riferimento all’Esodo e all’imperativo della memoria: “Ricordatevi che siete stati schiavi in Egitto“. Eppure, questo non viene mai invocato come motivo di odio, ritorsione o vendetta. Appare sempre come parte della logica della società giusta e compassionevole che gli Israeliti sono incaricati di creare: l’ordine alternativo, l’antitesi dell’Egitto. Il messaggio implicito è: Limitate la schiavitù, almeno per quanto riguarda il vostro popolo. Non sottoponetelo a lavori forzati. Dategli riposo e libertà ogni sette giorni. Liberateli ogni sette anni. Riconosceteli come vostri simili, non ontologicamente inferiori. Nessuno nasce per essere schiavo.
Date generosamente ai poveri. Lasciate che mangino gli avanzi del raccolto. Lasciate loro un angolo del campo. Condividete le vostre benedizioni con gli altri. Non private le persone del loro sostentamento. L’intera struttura della legge biblica affonda le sue radici nell’esperienza della schiavitù in Egitto, come a dire: tu sai nel tuo cuore cosa si prova ad essere vittima di persecuzione, perciò non perseguitare gli altri.
L’etica biblica si basa su ripetuti atti di inversione di ruolo, usando la memoria come forza morale. Nei libri di Shemot (Esodo) e Devarim (Deuteronomio), ci viene comandato di usare la memoria non per preservare l’odio, ma per sconfiggerlo ricordando cosa si prova ad esserne vittima. “Ricorda“, non per vivere nel passato, ma per impedire che il passato si ripeta.
Solo così possiamo comprendere un dettaglio altrimenti inspiegabile nella storia stessa dell’Esodo. Nel primo incontro di Mosè con Dio presso il Roveto Ardente, gli viene affidata la missione di condurre il popolo alla libertà. Dio aggiunge una strana nota:
<<Metterò poi questo popolo in grazia agli occhi degli Egizi; cosicché quando andrete, non andrete a mani vuote. Una donna chiederà alla sua vicina, ed all’inquilina della sua casa, arredi d’argento e d’oro, e vestimenti, che ponete addosso ai vostri figli ed alle vostre figlie; facendo così bottino (delle
cose) degli Egizi.>> (Esodo 3, 21-22)
Il punto viene ripetuto due volte nei capitoli successivi (Esodo 11:2, Esodo 12:35). Eppure, è in netto contrasto con la narrazione biblica. Dalla Genesi (14:23) al libro di Ester (9:10, Ester 9:15, Ester 9:16), prendere bottino, spoglie, saccheggiare i nemici è disapprovato. Nel caso degli idolatri, è severamente proibito: la loro proprietà è cherem (חרם), tabù, da distruggere, non da possedere (Deuteronomio 7:25; Deuteronomio 13:16).
Quando, ai tempi di Giosuè, Acan prese il bottino dalle rovine di Gerico, l’intera nazione fu punita. Oltre a ciò, che fine fece l’oro? Gli Israeliti alla fine lo usarono per costruire il Vitello d’Oro. Perché allora era importante, comandato, che in questa occasione gli Israeliti chiedessero doni agli Egiziani? La Torah stessa fornisce la risposta in una legge successiva del Deuteronomio sulla liberazione degli schiavi:
<< Quando ti si venda un tuo fratello ebreo, o una ebrea; ti servirà sei anni, e nell’anno settimo lo lascerai andar via da te libero. E quando lo manderai via da te in libertà, nol manderai a mani vuote. Ma gli farai un corredo: gli darai delle tue pecore, (e del prodotto) della tua aja e del tuo tino, di cui t’avrà benedetto il Signore, Iddio tuo. E ti ricorderai che schiavo fosti nella terra d’Egitto, ed il Signore, Iddio tuo, ti liberò: perciò io ti comando oggi questa cosa.>> (Deuteronomio 15, 12-15)
La schiavitù ha bisogno di una “chiusura narrativa“. Per acquisire la libertà, uno schiavo deve essere in grado di lasciarsi alle spalle sentimenti di antagonismo verso il suo ex padrone. Non deve andarsene carico di risentimento o rabbia, umiliazione o offesa. Se lo facesse, sarebbe stato rilasciato, ma non liberato. Fisicamente libero, mentalmente sarebbe ancora uno schiavo. L’insistenza sui doni di addio rappresenta l’intuizione psicologica della Bibbia sulla ferita persistente della servitù. Deve esserci un atto di generosità da parte del padrone affinché lo schiavo se ne vada senza rancore. La schiavitù lascia una cicatrice nell’anima che deve essere guarita.
Quando Dio disse a Mosè di riferire agli Israeliti di accettare i doni di addio degli Egiziani, è come se dicesse: Sì, gli Egiziani vi hanno ridotti in schiavitù, ma questo sta per diventare il passato. Proprio perché voglio che ricordiate il passato, è essenziale che lo facciate senza odio o desiderio di vendetta. Ciò che dovete ricordare è il dolore di essere schiavi, non la rabbia che provate verso i vostri padroni schiavisti. Deve esserci un atto di chiusura simbolica. Questa non può essere giustizia nel senso più pieno del termine: una tale giustizia è una chimera, e il desiderio di essa è insaziabile e autodistruttivo. Non c’è modo di riportare in vita i morti, o di recuperare gli anni perduti di libertà negata. Ma un popolo non può nemmeno negare il passato, cancellandolo dal database della memoria. Se ci prova, alla fine tornerà, il “ritorno del represso” di Freud, e richiederà un prezzo terribile sotto forma di una vendetta altruistica e nobile. Pertanto, l’ex proprietario di schiavi deve fare un dono all’ex schiavo, riconoscendolo come un essere umano libero che ha contribuito, seppur senza scelta, al suo benessere. Non si tratta di un regolamento di conti. Si tratta piuttosto di una forma minima di restituzione, di quella che oggi viene chiamata “giustizia di riparazione“.
Odio e libertà non possono coesistere. Un popolo libero non odia i suoi ex nemici; se lo fa, non è ancora pronto per la libertà. Per creare una società non persecutoria da persone che sono state perseguitate, bisogna spezzare le catene del passato; privare la memoria del suo pungiglione; sublimare il dolore in energia costruttiva e nella determinazione a costruire un futuro diverso.
La libertà implica l’abbandono dell’odio, perché l’odio è l’abdicazione e la perdita della libertà. È la proiezione dei nostri conflitti su una forza esterna che possiamo poi incolpare, ma solo a costo di negarne la responsabilità. Questo era il messaggio di Mosè a coloro che stavano per entrare nella Terra Promessa: che una società libera può essere costruita solo da persone che accettano la responsabilità della libertà, soggetti che rifiutano di considerarsi oggetti, persone che si definiscono in base all’amore per Dio, non all’odio per l’altro. “Non odiate un Egiziano, perché siete stati stranieri nella sua terra“, disse Mosè, intendendo dire: per essere liberi, dovete abbandonare l’odio.



