Parashat Tzav-Pace con le persone e con Dio

 In Dall'Ufficio Rabbinico, Parashà della Settimana

di Rav Shmuel Rabinowitz, Rabbino del Kotel e luoghi sacri in Israele

tradotto ed adattato da David Malamut

Viviamo la vita di fretta, nel panico potremmo dire, inseguendo il denaro e sognando che ci renda felici, e nel frattempo perdiamo di vista la meravigliosa bellezza che si trova davanti ai nostri occhi in ogni angolo.

La parasha di questa settimana, Parashat Tzav, continua a trattare le leggi dei sacrifici, seguendo la parasha precedente, Vayikra. Queste due parashot presentano essenzialmente la maggior parte delle leggi relative ai sacrifici dettagliate nella Torah. I sacrifici discussi in questa parte sono gli stessi sacrifici dettagliati nella parasha precedente, tranne che lì sono state scritte le leggi relative alla persona che porta il sacrificio, mentre nella parasha di questa settimana, sono indicate le leggi relative ai Kohanim, i sacerdoti, che offrono il sacrificio nel Tempio.

Uno dei sacrifici affrontati nella nostra parasha è Korban HaToda, l’ “Offerta del Ringraziamento”. Una persona che è stata in difficoltà e si è salvato salvato dal pericolo, come qualcuno che è stato in prigionia ed è uscito sano e salvo, oppure qualcuno che era gravemente malato e si è ripreso, porta un sacrificio al Tempio attraverso il quale esprime la sua gratitudine a Dio che guida il mondo e lo libera dalla difficoltà.

Quando pensiamo di esprimere gratitudine, i nostri pensieri di solito vagano verso momenti di grave difficoltà. Infatti, in momenti importanti come questi, sentiamo un forte bisogno di dire grazie. Questo bisogno a volte trova espressione nella preghiera, nel canto, nel desiderio di dare qualcosa in cambio del nostro senso di sollievo.

A volte non riusciamo nemmeno a trovare un indirizzo specifico a cui indirizzare i nostri sentimenti di gratitudine, come dice una canzone israeliana, “תודה” (Todah) di Rami Kleinstein e Keren Peles “תודה לך עולם שהבאת אותי לכאן” (“Grazie, mondo, per avermi portato qui”) e disponibile al link YouTube https://youtu.be/10L5WZa3WmA?si=31Awe8xX3-cNfE0v. Il “mondo” non ci porta qui. Tale gratitudine può essere rivolta ai nostri genitori, può essere diretta a Dio, agli amici e agli insegnanti dai quali abbiamo appreso degli insegnamenti per la vita. Quindi, anche una confusione così insolita si traduce nel bisogno umano di esprimere gratitudine.

Questo bisogno trova un’espressione interessante nella frase ebraica “asir todah”, la traduzione letterale sarebbe “prigioniero della gratitudine”. Una persona che prova gratitudine verso gli altri si sente come se fosse legata dalle catene della gratitudine. Il modo per liberarsi da queste catene è, appunto, esprimere la gratitudine nel parlare, nello scrivere o nell’azione. L’ “Offerta del Ringraziamento” è una meravigliosa espressione dei sentimenti di gratitudine che una persona prova nei confronti di Dio dopo che è stato liberato dai tempi difficili.

In realtà, se esaminiamo i piccoli dettagli della nostra vita, troviamo così tanti aspetti positivi di cui siamo stati benedetti, che sentiamo i nostri sentimenti di gratitudine in modo molto più potente. Un modo per rafforzare i sentimenti di gratitudine è attraverso la benedizione sul cibo. Una persona che si ferma un momento prima di mangiare e benedice Dio per il cibo dinanzi a sé, rafforza la sua consapevolezza della bontà presente nella sua vita e quindi, attraverso l’espressione di gratitudine, aggiunge felicità e gioia alla sua vita.

Possiamo illustrarlo attraverso la benedizione pronunciata dopo aver mangiato il pane: “Benedetto sei Tu, Signore… che sostieni il mondo intero con la Tua bontà, grazia, benevolenza e misericordia”. Prestiamo attenzione alle parole. Dio sostiene il mondo intero con la Sua bontà, gentilezza e misericordia, ma ecco un ulteriore dettaglio: con grazia!

Cerchiamo di immaginare che tutti i cibi che mangiamo abbiano lo stesso aspetto. I gusti e le qualità nutrizionali dei cibi rimangono quelli che sono, ma l’aspetto di tutti gli alimenti sarebbe lo stesso: grigio e quadrato. Potremmo gustare tali cibi? Intanto, apprezziamo l’aspetto gradevole del pomodoro rosso maturo e della carota arancione? Notiamo quanta grazia aggiunge il verde del cetriolo rispetto al colore e alla forma della melanzana, e che entrambi differiscono dal colore e dalla forma del peperone? Il cibo che mangiamo è pieno di grazia, bellezza e varietà. Viviamo in un mondo pieno di bellezza. Se guardiamo il fiore che sboccia sul ciglio della strada, possiamo osservare quanta bellezza e grazia racchiude dentro di sé.

Viviamo la vita in fretta, la vita moderna è una vita frenetica, rincorrendo il denaro e sognando che ci renderà felici, e nel frattempo ci perdiamo la meravigliosa bellezza che si trova davanti ai nostri occhi in ogni angolo.

E non abbiamo nemmeno parlato di bellezza e grazia più complesse: l’emozione per un nuovo inizio e la soddisfazione di una giornata riuscita, lo sbocciare della primavera e lo splendore impeccabile della pioggia, della libertà e della legge, dell’innocenza dell’infanzia e della serenità della vecchiaia, degli odori particolari e della musica toccante. Le vite più semplici sono piene di bene e, quando le contempliamo, osserviamo che sono pieni di sentimenti profondi di gratitudine, una gratitudine a Dio che ci ha concesso tutto questo bene abbondante!

Pace con le persone e con Dio – Parashat Tzav

Hasei Shalom” significa che le persone si comportano tra loro in amicizia e fratellanza. Ma quale “pace” è necessaria per l’altare?

Parashat Tzav, la seconda parasha del libro del Levitico, continua a dettagliare le leggi dei sacrifici che facevano nel Mishkan, il Tabernacolo – il tempio temporaneo che accompagnava gli Israeliti nel deserto, e poi nel Tempio di Gerusalemme. Quindi, a differenza della parasha precedente, la parasha di Vayikra, questa descrive in dettaglio le leggi del consumo dei sacrifici, e in relazione a questo troviamo tre tipi di sacrifici: il sacrificio di “olah” non viene affatto mangiato da un uomo, ma viene interamente sacrificato sull’altare; ciascuno dei sacrifici di “chatat”, “asham” e “mincha” – una parte viene sacrificata sull’altare e una parte viene mangiata dai kohanim, i sacerdoti che servono nel Tempio; mentre il sacrificio di “shelamim” è insolito in quanto una parte viene sacrificata sull’altare, una parte viene mangiata dai sacerdoti e una parte viene mangiata da chi porta il sacrificio.

Qual è il significato del nome “shelamim“? Rashi, il grande commentatore della Torah, ha offerto due interpretazioni basate sulle parole del Midrash Tannaim per il libro del Levitico, noto come Torat HaKohanim. Secondo la prima interpretazione, il sacrificio “shelamim” ha una capacità specifica di portare la pace nel mondo, e il sacrificio è chiamato “shelamim” dalla parola pace (shalom) – a causa del suo risultato. Anche la seconda interpretazione collega il nome “shelamim” alla parola “pace” e spiega la loro relazione con il fatto che questo sacrificio viene mangiato da tre: l’altare che ne “mangia” una parte, i kohanim, e la persona che ha portato il sacrificio. Questi tre fanno pace tra loro quando partecipano al consumo del sacrificio.

Possiamo comprendere il concetto di “pace” quando si tratta della relazione tra due persone o due stati. Relazioni pacifiche significano che gli esseri umani si comportano tra loro in amicizia e solidarietà. Ma che tipo di “pace” è necessaria per l’altare? Se guardiamo all’espressione religiosa espressa dal sacrificio, possiamo comprendere il significato di questa “pace”.

I diversi sacrifici trasmettono diversi aspetti dell’espressione religiosa. Il sacrificio della “olah” esprime il proprio desiderio di donarsi e dedicarsi alla santità. Pertanto, questo sacrificio non viene affatto mangiato dagli esseri umani ma viene interamente sacrificato sull’altare. Questo sacrificio non è limitato ai soli ebrei. Secondo la Halacha, le normative religiose ebraiche, anche una persona non ebrea può portare un sacrificio “olah” al Tempio poiché tutte le persone possono e sono invitate a dedicarsi alla santità. Dall’altro canto, i sacrifici di “chatat” e “asham” vengono per espiare il peccato. La persona che si sente colpevole del suo peccato porta un sacrificio il cui significato è una sorta di offerta di riconciliazione che permette di voltare una nuova pagina nella propria relazione con Dio. Ma il sacrificio di “shelamim” non viene ad espiare il peccato. Viene portato da una persona che vuole esprimere gratitudine e gioia per la sua vita.

Il modo per esprimere la gratitudine e la gioia tra le persone a volte è attraverso un pasto condiviso. I saggi dicevano “il cibo avvicina i cuori”. Questa persona, che si sforza di esprimere gratitudine e gioia, esprime i suoi sentimenti attraverso un “pasto congiunto” con Dio. Inutile dire che Dio non mangia nulla. Questo è un atto puramente simbolico, con il sacrificio sull’altare che sembra all’uomo come Dio che lo “mangia”, e nel linguaggio della Torah: “profumo gradito al Signore”.

Ma c’è un terzo aspetto di questa “pace”: i kohanim. Anche loro ricevono una parte del sacrificio e sono anche partner di questa “pace” a tre. I kohanim sono esseri umani e il messaggio in questo contenuto è che non ci sarà pace tra l’uomo e Dio senza pace tra le persone. Solo quando il portatore del sacrificio condivide con i kohanim, cosa che esprime la “pace” tra loro, può esserci pace tra l’uomo e Dio.

La religione avvicina le persone, non solo quando sono membri di una comunità. Quando una persona interiorizza la corretta concezione del giudaismo, impara che per “amare” adeguatamente Dio, ciò che gli viene richiesto include relazioni adeguate con gli altri. La moralità non esiste parallelamente al mondo religioso, e certamente non lo contraddice. L’ebraismo comprende la moralità e fa appello a tutta l’umanità: non c’è vera religiosità senza unità e pace tra noi esseri umani.

 

Foto da Mosaico CEM

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