Una foglia d’ulivo dal Paradiso

 In Parashà della Settimana

di Rav Shmuel Rabinowitz, Rabbino del Kotel e luoghi sacri in Israele

tradotto ed adattato da David Malamut

La Parashà di Noè racconta la storia del diluvio che colpì il mondo a causa della corruzione di tutte le creature viventi che aveva rovinato l’intero universo. Un’unica arca galleggiava sulle acque, ospitando gli unici esseri umani sopravvissuti – Noè, i suoi figli e le loro mogli – insieme a coppie di ogni specie animale. Coloro che si riparavano nell’arca erano destinati a riportare la vita nel mondo desolato e a ricostruirlo.

 

Alla fine del diluvio, quando le acque iniziarono a ritirarsi, Noè volle sapere se la terra si fosse asciugata. Per scoprirlo, mandò la colomba fuori dall’arca, ragionando che se fosse tornata, avrebbe significato che la terra era ancora coperta d’acqua e non si era ancora asciugata.

 

La colomba, la prima volta, non trovò effettivamente alcun luogo dove riposare.

 

<<Ma la colomba non trovando riposo alla pianta del suo piede, tornò a lui nell’arca, poiché eravi acqua sulla faccia di tutta la terra. Egli porse la mano e la prese, e l’introdusse appo sè nell’arca.>> (Genesi 8, 9)

 

Notate la formulazione del versetto: la colomba non tornò da lui nell’arca! Rimase fuori finché Noè non stese la mano per riportarla dentro. Preferì rimanere fuori piuttosto che entrare nell’arca sicura e ben fornita che le offriva vitto completo senza alcun costo.

 

Sette giorni dopo, Noè mandò di nuovo la colomba fuori, e questa volta la situazione era diversa:

 

<<La colomba venne a lui in sul vespro, ed egli vide che aveva in bocca fogliame

d’ulivo, una foglia fresca. Noè conobbe che le acque erano scemate su la terra.>> (Genesi 8, 11)

 

Il Talmud babilonese, nel trattato di Eruvin, cita questo versetto e aggiunge:

 

La colomba disse: Che il mio cibo sia amaro come l’oliva, ma dato dalla mano del Santo, benedetto Egli sia, piuttosto che dolce come il miele, ma dato dalla mano della carne e del sangue.” (Eruvin 18b)

 

Dopo che la colomba trovò finalmente un posto dove riposare e scoprì persino un ulivo da cui colse una foglia, si sentì spinta a tornare dal suo benefattore, Noè, e a trasmettergli un messaggio: Per un anno ho dimorato sotto la tua protezione e non mi è mancato nulla, ma preferisco affidarmi alla provvidenza di Dio e vivere di ciò che la Sua natura provvede, piuttosto che rimanere nella tua arca, anche con cibo “più dolce del miele.

 

Il problema non era la costrizione o la mancanza di libertà. Era il senso di dipendenza, di protezione. La colomba si sentiva oppressa dalla sensazione che la sua sopravvivenza dipendesse dalla misericordia di qualcun altro. Quel sentimento la opprimeva più dell’amarezza della foglia d’ulivo.

 

Così, a differenza della prima volta in cui rimase fuori e Noè dovette porgerle la mano per riportarla dentro, la seconda volta, dopo aver trovato e colto lei stessa la foglia d’ulivo, “tornò da lui verso sera“. Questa volta entrò di sua spontanea volontà, come a dire: non mi dispiace stare qui per ora, ma per favore, lasciami prendermi cura di me stessa.

 

Alla luce di questa interpretazione, possiamo comprendere meglio il Midrash:

 

Da dove la colomba ha preso la foglia d’ulivo?

 

Il rabbino Bira’i disse: Le porte del Paradiso le furono aperte e lei lo portò via da lì.” (Bereishit Rabbah 33)

 

Dopo un anno intero nell’arca, dove tutti i suoi bisogni erano stati soddisfatti nel modo più confortevole, uscì nel mondo aperto, un mondo davvero vuoto e desolato, ma improvvisamente si sentì libera. Era un uccello di libertà. Il mondo vasto, il vento gentile sotto le sue ali. Per lei, quello era come il Giardino dell’Eden.

 

Tornò subito dal suo benefattore, portando con sé l’unica foglia che aveva trovato nel mondo: una foglia dal paradiso della libertà.

 

Ancora ora, i nostri cuori battono insieme a quelli degli eroi e degli ostaggi liberati, che per due anni hanno sofferto nei tunnel dell’oscurità e nell’ombra della morte. Hanno sopportato terribili sofferenze e angoscia, e ora, improvvisamente, sono qui, nel paradiso della libertà.

Che questa sensazione di paradiso li accompagni sempre, perché hanno già sofferto abbastanza.

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