Un libro vivente – Parshat Bereshit
di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l
tradotto ed adattato da David Malamut
SOMMARIO:
Il Libro dei Libri inizia con l’inizio degli inizi: la creazione dell’universo e della vita. La storia è raccontata da due prospettive diverse, prima come cosmologia (le origini della materia), poi come antropologia (la nascita dell’umanità).
La prima narrazione (Genesi 1:1-2:3) enfatizza l’armonia e l’ordine. Dio crea l’universo in sei giorni e dedica il settimo come giorno di santità e riposo. La seconda (Genesi 2:4-3:24) si concentra sull’umanità, non come specie biologica, ma come persone in relazione. Dio crea l’uomo, vede che “non è bene che l’uomo sia solo”, e poi crea la donna. Il serpente li tenta; peccano e vengono banditi dal Giardino.
Da quel momento in poi, il dramma umano si dispiega come tragedia. Caino uccide suo fratello. Alla fine della parasha, Dio vede “quanto era grande la malvagità dell’uomo sulla terra” e “si pente di aver creato l’uomo sulla terra”. Dio crea l’ordine, l’uomo crea il caos. Chi prevarrà?
È l’incipit più famoso, maestoso e influente di qualsiasi libro della letteratura:
<< “… בּרֵאשִׁ֖ית בָּרָ֣א”
In principio creò Iddio il cielo e la terra. E la terra era deserto e solitudine, ed oscurità era sulla faccia dell’abisso; ed un vento di Dio [cioè fortissimo] agitavasi sulla faccia dell’acqua. Dio disse: Sia luce; e fu luce. >> (Genesis 1, 1-3)
La traduzione tradizionale è: “In principio, Dio creò i cieli e la terra”. Ciò che è straordinariamente strano è il modo in cui Rashi, il più amato tra tutti i commentatori, inizia il suo commento al Pentateuco:
“Il rabbino Isaac disse: La Torah, ovvero il libro della legge di Israele, avrebbe dovuto iniziare con il versetto: “Questo mese sarà per voi il primo dei mesi” (Esodo 12, 2), che è il primo comandamento dato a Israele.” (Rashi su Genesi 1, 1)
Possiamo davvero prendere tutto questo per oro colato? Rabbi Isaac, o per meglio dire Rashi, hanno davvero suggerito che il Libro dei Libri potesse essere iniziato a metà, a un terzo dell’Esodo? Che potesse aver sorvolato sulla creazione dell’universo, che è, dopotutto, uno dei fondamenti della fede ebraica?
Potremmo comprendere la storia di Israele senza la sua preistoria, le storie di Abramo, Sara e dei loro figli? Avremmo potuto comprendere quelle narrazioni senza sapere cosa le aveva precedute: la ripetuta delusione di Dio nei confronti di Adamo ed Eva, Caino, la generazione del Diluvio e i costruttori della Torre di Babele?
I cinquanta capitoli della Genesi, insieme all’inizio dell’Esodo, sono il libro-fonte della fede biblica. Sono quanto di più vicino possiamo trovare a un’esposizione della filosofia dell’ebraismo. Cosa intendeva allora Rabbi Isaac?
Lui intendeva qualcosa di profondo, che spesso dimentichiamo. Per comprendere un libro, dobbiamo sapere a quale genere appartiene. È storia o leggenda, cronaca o mito? A quale domanda fornisce una risposta? Un libro di storia risponde alla domanda: cosa è successo? Un libro di cosmologia, che sia scienza o mito, risponde alla domanda: come è successo?
Ciò che Rabbi Isaac ci sta dicendo è che se cerchiamo di comprendere la Torah, dobbiamo leggerla come Torah, ovvero: legge, istruzione, insegnamento, guida. La Torah è una risposta alla domanda: come dobbiamo vivere? Ecco perché si chiede perché non inizi con il primo comandamento dato a Israele.
La Torah non è un libro di storia, anche se include la storia. Non è un libro di scienza, anche se il primo capitolo della Genesi, come ha sottolineato il sociologo ottocentesco Max Weber, è il preludio necessario alla scienza, perché rappresenta la prima volta in cui gli uomini hanno visto l’universo come il prodotto di un’unica volontà creatrice, e quindi come intelligibile piuttosto che capriccioso e misterioso. È, prima di tutto, un libro su come vivere.
Tutto ciò che contiene – non solo i comandamenti, ma anche le narrazioni, inclusa la narrazione della creazione stessa, è lì esclusivamente per l’istruzione etica e spirituale.
Si muove dai dettagli più minuti alle visioni più maestose dell’universo e del nostro posto al suo interno. Ma non si discosta mai dalla sua intensa attenzione alle domande: Cosa devo fare? Come devo vivere? Che tipo di persona dovrei sforzarmi di diventare? Inizia, in Genesi 1, con la domanda più fondamentale di tutte. Il Salmo la esprime così:
“Che cosa è l’uomo perché tu ti prenda cura di lui?” (Salmi 8, 5)
Il libro Orazione sull’uomo, Pico della Mirandola, del XV secolo, fu uno dei punti di svolta della civiltà occidentale, il “manifesto” del Rinascimento italiano. In essa attribuì a Dio la seguente dichiarazione, rivolta al primo uomo:
“Non ti abbiamo dato, o Adamo, alcun aspetto che ti appartenga, né alcun dono che ti appartenga, affinché qualunque luogo, qualunque forma, qualunque dono tu possa, con premeditazione, scegliere, tu possa averli e possederli attraverso il tuo giudizio e la tua decisione. La natura di tutte le altre creature è definita e limitata entro leggi che abbiamo stabilito; tu, al contrario, non ostacolato da tali restrizioni, puoi, con il tuo libero arbitrio, alla cui custodia ti abbiamo assegnato, tracciare da solo i lineamenti della tua natura. Ti ho posto proprio al centro del mondo, affinché da quel punto di osservazione tu possa con maggiore facilità gettare uno sguardo intorno a te su tutto ciò che il mondo contiene. Ti abbiamo fatto una creatura né del cielo né della terra, né mortale né immortale, affinché tu possa, come libero e orgoglioso plasmatore del tuo essere, plasmarti nella forma che preferisci. Sarà in tuo potere discendere alle forme di vita inferiori e bestiali; potrai, con la tua decisione, risalire agli ordini superiori la cui vita è divina.”
L’Homo sapiens, sintesi unica di “polvere della terra” e respiro di Dio, è unico tra gli esseri creati per non avere un’essenza fissa: per essere libero di essere ciò che sceglie. L’Orazione di Mirandola segnò una rottura con le due tradizioni dominanti del Medioevo: la dottrina cristiana secondo cui gli esseri umani sono irrimediabilmente corrotti, macchiati dal peccato originale, e l’idea platonica secondo cui l’umanità è vincolata a forme fisse.
È anche un resoconto sorprendentemente ebraico, quasi identico a quello fornito dal rabbino Joseph Soloveitchik in Halakhic Man: “Il principio più fondamentale di tutti è che l’uomo deve creare se stesso. È questa idea che l’ebraismo ha introdotto nel mondo”. Successivamente, con un certo piacere di riconoscimento scopriamo che Mirandola ebbe un maestro ebreo, il rabbino Elia Ben Moshe del Medigo (1460-1497).
Nato a Creta, del Medigo (noto ance come Delmedigo) fu un prodigio talmudico, nominato in giovane età a capo della yeshivah di Padova. Allo stesso tempo, studiò filosofia, in particolare le opere di Aristotele, Maimonide e Averroè. All’età di 23 anni fu nominato professore di filosofia all’Università di Padova. Fu grazie a questo incarico che conobbe il conte Giovanni Pico della Mirandola, che divenne sia suo allievo che suo mecenate. Col tempo, tuttavia, gli scritti filosofici di Delmedigo, in particolare la sua opera Bechinat ha-Dat, divennero controversi. Fu accusato di eresia da altri rabbini. Dovette lasciare l’Italia e tornare a Creta. Era molto ammirato sia dagli ebrei che dai cristiani e, quando morì giovane, molti cristiani e ebrei parteciparono al suo funerale.
Questa enfasi sulla scelta, la libertà e la responsabilità è uno dei tratti più distintivi del pensiero ebraico. È proclamata nel primo capitolo della Genesi nel modo più sottile. Conosciamo tutti l’affermazione secondo cui Dio creò l’uomo “a Sua immagine e somiglianza“. Raramente ci soffermiamo a riflettere su questo paradosso. Se c’è una cosa che la Torah sottolinea ripetutamente, è che Dio non ha immagine. “Sarò ciò che sarò“, dice a Mosè quando Gli chiede il Suo nome.
Poiché Dio trascende la natura, il punto fondamentale di Genesi 1, allora Egli è libero e non vincolato dalle leggi della natura. Creando gli esseri umani a Sua immagine, ci ha donato una libertà simile, creando così l’unico essere capace di essere creativo. Il racconto senza precedenti di Dio nel capitolo iniziale della Torah conduce a una visione altrettanto inedita della persona umana e della nostra capacità di autotrasformazione.
Il Rinascimento, uno dei momenti più alti della civiltà europea, alla fine crollò. Una serie di governanti e papi corrotti portò alla Riforma e alle visioni piuttosto diverse di Lutero e Calvino. È affascinante ipotizzare cosa sarebbe potuto accadere se fosse proseguito lungo le linee indicate da Mirandola. Il suo umanesimo di fine XV secolo non era laico, ma profondamente religioso.
Così com’è, la grande verità di Genesi 1 rimane. Come affermano i rabbini (Bereishit Rabbah 8, 1; Sanhedrin 38a): “Perché l’uomo è stato creato per ultimo? Per dire: se ne è degno, tutta la creazione è stata fatta per te; ma se ne è indegno, gli viene detto: persino un moscerino ti ha preceduto”. La Torah rimane la suprema chiamata di Dio all’umanità alla libertà e alla creatività da un lato, e alla responsabilità e alla moderazione dall’altro, diventando partner di Dio nell’opera della creazione.



