Persone sagge, fate attenzione alle vostre parole

 In Dall'Ufficio Rabbinico, Parashà della Settimana

di Rav Shmuel Rabinowitz, Rabbino del Kotel e luoghi sacri in Israele

Tradotto ed adattato da David Malamut

La figura della nostra matriarca Rachele occupa un posto centrale nella storia del popolo ebraico: simbolo di amore, di dolore e di fede incrollabile. La sua celebre tomba a Betlemme rimane ancora oggi un punto focale di preghiera e lacrime, una fonte di ispirazione per la rinascita dalle sofferenze e un faro di speranza per un mondo più perfetto. Come dice il profeta Geremia:

 

Satollerò di delizie l’animo dei sacerdoti, ed il mio popolo abbondantemente godrà della mia bontà, dice il Signore.

Dice così il Signore: Una voce odesi in Ramà, di lamentazione e pianto amarissimo. È Rachel che piange i suoi figli, che ricusa di confortarsi rapporto a’suoi figliuoli [le emigrate tribù d’Efraimo e Manasse], poichè egli [il prediletto suo Binjamìn] più non è [nelle sue terre, alle quali era vicina la tomba di Rachel].

Dice così il Signore: Rattieni la tua voce dal piangere, ed i tuoi occhi da lagrimare; poichè il tuo operare avrà il suo premio, dice il Signore, e (quelli) faranno ritorno dalla terra dell’inimico.” (Geremia 31, 14–16)

 

La morte di Rachele, in giovane età e durante il cammino verso la terra degli antenati, inizia con un tragico evento descritto nella parashà di questa settimana, la parashà di Vayetze.

 

Giacobbe arriva a casa di Labano per sposare Rachele. Labano lo inganna e gli dà prima Lia. Solo dopo essersi impegnato a completare quattordici anni di duro lavoro, Giacobbe merita di portare Rachele nella sua tenda. Ma anche allora, la prova continua: Rachele è sterile, mentre sua sorella partorisce figli uno dopo l’altro. Solo dopo molti anni Rachele dà alla luce il suo primo figlio: Giuseppe.

 

Dopo vent’anni di lavoro ad Haran, Giacobbe desidera tornare nella Terra d’Israele. Confida alle sue mogli che l’atteggiamento di Labano nei suoi confronti è cambiato, il suo volto non è più quello di prima, e teme il suo comportamento. Sapendo che Labano non gli avrebbe permesso di partire, Giacobbe parte in segreto con la sua famiglia e i suoi beni. Poco prima di partire, Rachele compie un passo coraggioso: entra nella tenda del padre e prende i terafim, gli idoli domestici che, secondo la tradizione, servivano come oggetti di divinazione. Rachele lo fa con un intento puro: impedire al padre di continuare a praticare l’idolatria e impedire che li usi per scoprire la loro fuga.

 

Passano tre giorni prima che Labano scopra la loro scomparsa. Infuriato, insegue Giacobbe e lo raggiunge. Nel loro scontro, gli lancia dure accuse:

 

<< Lavàn disse a Giacobbe: Che mai facesti, deludendo la mia mente, e menando via le mie figlie quali prigioni di guerra? Perchè ti ritirasti di soppiatto, ed ingannandomi? mentre se m’avessi comunicato (il tuo pensiero), t’avrei accompagnato con festa, con canti, col timpano e coll’arpa. E non mi lasciasti baciare i miei figli e le mie figlie. Questa volta hai agito stoltamente. Avrei il potere di farvi del male; ma il Dio di vostro padre mi disse jersera: Guardati di non parlare a Giacobbe né in bene nè in male. Or via, (ammetto che) te ne sii andato, perché sentivi desiderio della casa paterna. Perché rubasti i miei dèi?>> (Genesi 31, 26–30)

 

Labano si lamenta di non aver avuto la possibilità di congedare le figlie “con canti, con timpano e cetra“, ma alla fine rivela il suo vero motivo di lamentela: il furto degli idoli. Giacobbe, ignaro del gesto di Rachele, respinge il sospetto e risponde con forza:

 

<< Chiunque poi, presso del quale troverai i tuoi dèi, non vivrà. Alla presenza dei nostri congiunti riconosci se v’ha qualche cosa del tuo presso di me e te la prendi – Giacobbe non sapeva che Rachele gli avea rubati.>> (Genesi 31, 32)

 

La Torah descrive la meticolosa ricerca nelle tende. Rachele, consapevole della gravità della situazione, nasconde i terafim sotto il cuscino della sella del cammello. Quando suo padre le chiede di cercare, lei risponde:

 

<< Ed ella disse a suo padre: Non ti dispiaccia, mio signore; perocchè non

posso alzarmi innanzi a te, mentre ho la consuetudine delle donne. Così egli investigò, ma non trovò i Terafìm.>> (Genesi 31, 35)

 

Rachele ci riesce, i terafim non vengono trovati, ma paga un prezzo altissimo. Le parole di Giacobbe hanno effetto e poco dopo, durante la nascita di Beniamino, muore lungo la strada, in direzione di Efrat – Betlemme. I nostri saggi insegnano che le parole di Giacobbe, sebbene pronunciate senza cattive intenzioni, avevano un grande peso spirituale: “La maledizione di un saggio, anche quando pronunciata senza motivo, si avvera“.

 

Rachele, nostra madre, le cui intenzioni erano del tutto pure, morì prematuramente, solo perché Giacobbe espresse innocentemente un’affermazione che non avrebbe mai pronunciato se avesse conosciuto la verità. Ma le parole, una volta pronunciate, agiscono. Creano la realtà, nel bene o nel male.

 

Re Salomone, il più saggio di tutti gli uomini, lo espresse così:

 

C’è un male che ho visto sotto il sole: un errore che proviene dal sovrano.

(Ecclesiaste 10, 5)

 

Da questo versetto i Saggi appresero un principio fondamentale: “Un patto si fa con le labbra” (Moed Katan 18a), ovvero le parole hanno un potere vincolante e bisogna stare attenti anche quando si esprimono parole dure nei propri confronti. Come dice il proverbio: “Non aprire la bocca a Satana“.

 

Le parole non svaniscono semplicemente nell’aria. Lasciano un’impronta nella realtà. Pertanto, ognuno di noi ha la responsabilità di parlare con saggezza, di riflettere, di addolcire. Perché nella parola risiede il potere della vita e anche il pericolo di indebolirla.

 

Se fossimo veramente consapevoli del potere racchiuso nelle nostre parole, in una conversazione casuale, in una frase pronunciata con rabbia o sarcasmo, saremmo molto più cauti. Rachele, che comprendeva la profonda forza della parola, meritò, grazie a questa comprensione, di diventare la voce eterna delle preghiere di Israele, colei le cui lacrime aprono le porte del Paradiso.

 

Il messaggio per la nostra generazione è chiaro: la parola è una forza creativa. Prima di parlare, dobbiamo pensare; prima di rispondere, dobbiamo considerare le implicazioni delle nostre parole. Padroneggiare la parola non è solo cortesia. È espressione di responsabilità morale e spirituale. E nel senso più profondo, forse è proprio attraverso le buone parole che possiamo accelerare la redenzione.

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