Mettere alla prova la profezia

 In Parashà della Settimana

di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l

Tradotto ed adattato da David Malamut

SOMMARIO:

Dopo aver trattato molti aspetti del culto nella Terra Promessa, Mosè passa ora alle istituzioni di governo. Esordisce con l’imperativo fondamentale della giustizia: in ogni città devono esserci tribunali, giudici e funzionari.

La giustizia deve essere accessibile e imparziale. Devono essere seguite procedure specifiche per perseguire l’idolatria e deve essere istituito un tribunale supremo per trattare i casi più complessi. Sono previste tre figure di guida principali: il re, i sacerdoti e i leviti, e i profeti. Vengono impartiti avvertimenti contro la magia e la stregoneria, nonché contro i falsi profeti. Devono essere istituite città-rifugio come luoghi di asilo per chi commette un omicidio accidentalmente o involontariamente. I testimoni che cospirano per rendere falsa testimonianza devono essere puniti.

Mosè passa poi alle leggi sulla guerra. La parashà si conclude con la procedura di espiazione da seguire nel caso di un omicidio rimasto irrisolto.

Nell’elencare i vari ruoli di guida all’interno della nazione che avrebbe preso forma dopo la sua morte, Mosè menziona non solo il sacerdote/giudice e il re, ma anche il profeta:

<<Il Signore, Iddio tuo, ti farà sorgere di mezzo a te un profeta, uno de’ tuoi fratelli, come sono io: a lui ubbidirete.>> (Deuteronomio 18, 15)

Mosè non sarebbe stato l’ultimo dei profeti; avrebbe avuto dei successori. E così avvenne storicamente: dai tempi di Samuele fino all’epoca del Secondo Tempio, ogni generazione espresse uomini e donne che proclamarono la parola di Dio con immenso coraggio, senza timore di censurare i re, criticare i sacerdoti o rimproverare un’intera generazione per la sua mancanza di fede e di integrità morale.

Sorgeva tuttavia una domanda ovvia: come distinguere un vero profeta da uno falso? A differenza dei re o dei sacerdoti, i profeti non traevano la propria autorità da una carica formale. La loro autorità risiedeva nella loro personalità, nella capacità di dare voce alla parola di Dio e nella loro evidente ispirazione. Ma proprio perché il profeta gode di un accesso privilegiato a una parola che altri non possono udire e a visioni che altri non possono vedere, sussisteva la concreta possibilità che emergessero falsi profeti, come quelli di Baal ai tempi del Re Acab. L’autorità carismatica è intrinsecamente destabilizzante. Cosa poteva impedire a una figura fraudolenta, o anche sincera ma in errore, capace di compiere segni e prodigi e di trascinare il popolo con la forza delle proprie parole, di condurre la nazione nella direzione sbagliata, traviando gli altri e forse persino se stessa?

Questa questione presenta diverse sfaccettature. Una in particolare viene affrontata nella nostra parashà della Torah: la capacità del profeta di predire il futuro. Ecco come la espone Mosè:

<<Se poi dirai nel tuo cuore: Come potremo riconoscere la parola che non fu pronunziata dal Signore? Quando il profeta parli nel nome del Signore, e la cosa (annunziata) non si verifichi e non avvenga; quella è la parola ch’il Signore non ha pronunziata, il profeta la pronunziò per propria tracotanza, non devi temere di lui.>> (Deuteronomio 18, 21-22)

A prima vista, la prova è semplice: se ciò che il profeta predice si avvera, è un vero profeta; in caso contrario, no. Chiaramente, però, la questione non era così semplice.

Il caso classico è quello del Libro di Giona. Dio ordina a Giona di avvertire gli abitanti di Ninive che la loro malvagità sta per attirare su di loro una catastrofe. Giona tenta di fuggire, ma invano: è la celebre storia del mare, della tempesta e del “grande pesce“. Alla fine si reca a Ninive e pronuncia le parole che Dio gli ha comandato di dire – “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta“; il popolo si pente e la città viene risparmiata. Giona, tuttavia, è profondamente insoddisfatto:

“Ma Giona ne fu fortemente contrariato e si adirò. Pregò il Signore dicendo: «O Signore, non è forse questo che dicevo quando ero ancora a casa? Ecco perché mi sono affrettato a fuggire a Tarsis. Sapevo che Tu sei un Dio misericordioso e compassionevole, lento all’ira e ricco di amore, un Dio che rinuncia a mandare la calamità. Ora, o Signore, toglimi la vita, perché per me è meglio morire che vivere».” (Giona 4, 1-3)

Il malcontento di Giona può essere interpretato in due modi. In primo luogo, egli era contrariato dal fatto che Dio avesse perdonato quel popolo. Dopotutto, erano malvagi. Meritavano di essere puniti. Perché, allora, un semplice cambiamento di cuore li aveva sottratti alla punizione che spettava loro di diritto?

In secondo luogo, si era ritrovato a fare la figura dello sciocco. Aveva annunciato che, di lì a quaranta giorni, la città sarebbe stata distrutta. Ciò non avvenne. La misericordia di Dio rese priva di senso la sua profezia.

Giona sbaglia a essere contrariato: questo è evidente. Dio afferma, nella domanda retorica con cui si conclude il libro: «Non dovrei forse avere a cuore quella grande città?». Non dovrei forse usare misericordia? Non dovrei perdonare? Che ne è, allora, del criterio stabilito da Mosè per distinguere tra un vero e un falso profeta: «Se ciò che un profeta proclama nel nome del Signore non accade o non si avvera, allora quel messaggio non è stato pronunciato dal Signore»? Giona aveva annunciato che la città sarebbe stata distrutta entro quaranta giorni. Non accadde; eppure l’annuncio era vero. Egli aveva realmente pronunciato la parola di Dio. Com’è possibile?

La risposta si trova nel Libro di Geremia. Geremia aveva profetizzato una catastrofe nazionale. Il popolo si era allontanato dalla propria vocazione religiosa e la conseguenza sarebbe stata la sconfitta e l’esilio. Era un messaggio difficile e demoralizzante da ascoltare. Sorse allora un falso profeta, Anania figlio di Azzur, che predicava l’esatto contrario: Babilonia, nemica di Israele, sarebbe stata presto sconfitta; nel giro di due anni la crisi sarebbe finita. Geremia sapeva che non era così e che Anania stava dicendo al popolo ciò che voleva sentirsi dire, non ciò di cui aveva bisogno. Si rivolse quindi al popolo riunito:

“Egli disse: «Amen! Così faccia il Signore! Il Signore adempia le parole che hai profetizzato, riportando in questo luogo da Babilonia gli arredi della casa del Signore e tutti gli esuli. Tuttavia, ascolta ciò che sto per dire in tua presenza e alla presenza di tutto il popolo: fin dai tempi antichi, i profeti che ci hanno preceduto hanno profetizzato guerra, sventura e peste contro molti paesi e grandi regni. Ma il profeta che predice la pace sarà riconosciuto come uno realmente mandato dal Signore soltanto se la sua profezia si avvererà».”

Geremia opera una distinzione fondamentale tra buone e cattive notizie. È facile profetizzare una catastrofe. Se la profezia si avvera, allora si è detta la verità. Se non si avvera, si può affermare: Dio ha mutato proposito e ha perdonato. Una profezia negativa non può essere smentita, mentre una positiva sì. Se il bene previsto si realizza, allora la profezia è vera. Se non si realizza, non si può dire che “Dio ha cambiato idea“, poiché Dio non ritratta una promessa di bene, di pace o di ritorno che Egli stesso ha formulato.

È dunque solo quando il profeta offre una visione positiva che può essere messo alla prova. Ecco perché Giona sbagliò a credere di aver fallito quando la sua profezia negativa – la distruzione di Ninive – non si avverò. Così si esprime Maimonide:

“Quanto alle calamità predette da un profeta – se, ad esempio, egli annuncia la morte di un determinato individuo o dichiara che in un certo anno vi saranno carestia, guerra e così via – il mancato avverarsi della sua previsione non smentisce la sua natura profetica. Non si deve dire: “Ecco, egli ha parlato e la sua predizione non si è avverata”. Dio, infatti, è paziente, ricco di bontà e si pente del male. Può darsi che coloro i quali erano stati minacciati si siano pentiti e abbiano quindi ottenuto il perdono, come accadde agli abitanti di Ninive. È anche possibile che l’esecuzione della sentenza sia soltanto differita, come nel caso di Ezechia. Se invece il profeta, nel nome di Dio, assicura prosperità dichiarando che un certo evento si verificherà, e il bene promesso non si realizza, egli è indubbiamente un falso profeta; infatti, nessuna benedizione decretata dall’Onnipotente – anche se promessa a determinate condizioni – viene mai revocata… Da ciò apprendiamo che il profeta può essere messo alla prova solo quando predice prosperità.” (Yesodei haTorah 10, 4)

Da ciò derivano conclusioni fondamentali. Un profeta non è un oracolo: una profezia non è una previsione. Proprio perché l’ebraismo crede nel libero arbitrio, il futuro dell’uomo non può mai essere previsto con certezza assoluta. Le persone sono capaci di cambiare. Dio perdona. Come diciamo nelle preghiere durante gli Yamim Norayim: “La preghiera (Tefillah), il pentimento (Teshuvah) e la carità (Tzedakah) allontanano il decreto avverso“. Non esiste decreto che non possa essere revocato. Un profeta non fa previsioni; egli ammonisce. Un profeta non parla per predire una catastrofe futura, bensì per scongiurarla. Se una previsione si avvera, ha avuto successo; se una profezia si avvera, ha fallito.

La seconda conseguenza è altrettanto significativa. La vera prova della profezia non risiede nelle cattive notizie, ma in quelle buone. Calamità, catastrofi e disastri non dimostrano nulla. Chiunque può predire tali eventi senza mettere a repentaglio la propria reputazione o autorità. È solo attraverso la realizzazione di una visione positiva che la profezia viene messa alla prova. Così accadde per i profeti d’Israele.

Essi erano realisti, non ottimisti. Mettevano in guardia dai pericoli incombenti, ma erano anche, senza eccezione, portatori di speranza. Sapevano guardare oltre la catastrofe, scorgendo la consolazione. È questa la prova del vero profeta.

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