l’intervento integrale della presidente Ucei alla cerimonia in Quirinale per il Giorno della Memoria

 In Giornata della Memoria

Signor Presidente Matterella, Signor Ministro Valditara
(Presidente Meloni, Presidente La Russa)
Carissimi Liliana, Sami, Edith, Emanuele
Autorità civili, religiose, militari, diplomatiche
Carissimi ragazzi e insegnanti, Carissimi ospiti e amici

Una settima fa ho raccolto una pietra. Piccola, liscia, ghiacciata. L’ho appoggiata sui resti innevati del
crematorio di Auschwitz, accanto a me i ragazzi delle scuole. Un’altra l’ho portata con me. Era leggera
per una borsetta, ma pesava come un macigno. Un macigno di memoria della Shoah, fardello della
nostra millenaria storia, il peso della responsabilità morale di non dimenticare la shoah. Una pietra
su cui sono idealmente incisi sei milioni di nomi, che tengo ora in mano, e che si riflette in quelle
pietre di inciampo posate con cura in tutta Europa e nelle lapidi istituzionali a loro dedicate.
Questo percorso di memoria e di monito risale già ai tempi della bibbia e non nasce dopo la shoah,
anzi diventa ancora più incisivo. Vediamo alcuni passaggi salienti: il primo luogo di culto “casa di D
O” è proprio quello che Giacobbe definisce come tale, al risveglio dal suo sogno (relativo alla scala
dalla quale salgono e scendono gli angeli), prendendo come riferimento una pietra che ha usato per
adagiarsi e dormire. In memoria della promessa ricevuta (Genesi 28,18). Così accade anche poco
dopo quando costruisce una lapide commemorativa dopo la trasformazione del suo nome da
Giacobbe in “Israele”. Sito che viene denominato “Bet El”, casa di D-o (Genesi 35, 14).
E passando al libro dell’Esodo (Esodi 31,18) ci viene rappresentato come a Mosè viene prescritto di
incidere sulle tavole di pietra quel nucleo di prescrizioni che riceve sul monte Sinai per indirizzarle
a un Israele che diventa popolo. Quei dieci comandamenti che formano la base universale e comune
delle fedi monoteistiche.
E poi ancora nel primo libro dei profeti vediamo Yehoshua (Jesuè), che prende dodici pietre – come
le tribù di Israele – dopo aver passato il Giordano. Le posiziona come lapide commemorativa: di
monito e di memoria del percorso fatto con il supporto di D-O (Ghilgal), e poi anche lui scrive le
gesta e vicende vissute e prende una grande pietra destinandola a memoriale.
Così incontriamo molte altre situazioni (sono oltre 200 concordanze) che si riferiscono a questo
concetto di sasso. nelle quali profeti e re posizionano e associano ad un cumulo di pietre una
funzione commemorativa, ammonendo al contempo il rispetto di quel D-io unico, eterno, che non
ha alcuna fisicità e di non cedere a riti e divinità fatti di legno o pietra.
Un sasso è quello che, per noi come rito funebre, sostituisce un fiore quando visitiamo i nostri cari,
nei cimiteri, al termine della preghiera del Kaddish, che inneggia al Signore, alla vita, alla pace.
Come fa un sasso qualunque a rappresentare al contempo l’intensità del divino, della speranza
futura, di ingrandirsi come popolo, e parimenti quella dello sterminio, della persecuzione, della
disperazione?
Proprio in questo è insito l’imperativo di memoria – ricordarsi il D-o unico, conoscere il percorso di
storia, comprendere l’unicità della Shoah. Ascoltare, ripetere ai nostri figli, scrivere. Giorno e notte,
non solo un giorno l’anno. Non in una ricorrenza, ma nel susseguirsi quotidiano.
Percorso di memoria che riguarda la coscienza civile, non solo la memoria ebraica. Fatto di
autenticità di fonti storiche, di diari scritti di nascosto e testimonianze narrate con coraggio – quelle
dei presenti in questa prestigiosa sala e di pochi altri ancora tra noi – di letteratura, musica e poesia,
per domare incubi e restituire affetti a chi è rimasto li. Edith ti ho portato come promesso una pietra
anche quest’anno. Memoria di libri degenerati e quelli bruciati, ideando la soluzione finale:
inceneritori di blocchetti rossi.
Percorso che oggi è diventato difficilissimo perché i sassi sdrucciolevoli sono diventati moltissimi.
Perché lo smottamento che fa crollare i massi di questa memoria legata ai luoghi, agli spazi di vita
vissuta con profonda identificazione (culturale-civile), non è dovuto ad un terremoto naturale, ma
ad un terremoto umano, morale. Un crollo del sapere e del rigore metodologico e scientifico. Un
dirupo sul quale si è giunti nuovamente dopo 90 anni dal varo delle leggi razziali a Norimberga nel
1935. Di processi avviati ottant’anni fa proprio a Norimberga per crimini e genocidio meditato, oggi
celebrati sommariamente contro ogni sopravvissuto ed ebreo.
Vediamo sassi di pietra vera, lanciati verso ebrei e luoghi ebraici, pietre di inciampo calpestate,
offese alla memoria che ci lasciano impietriti e sgomenti. Parole che sono pietre miliari della nostra
storia, del risorgimento ebraico (Sionismo!), quelle che connotano le persecuzioni fasciste e lo
sterminio nazista, che vediamo scalciate, ribaltate e rilanciate. Parole che appartengono agli edifici
di cultura democratica italiana che abbiamo concorso a costruire ed erigere, mattone per mattone,
che si tentano di cancellare e demolire. Quel muro antico del nostro pianto – fatto di “pietre che
hanno un cuore umano” – affrancato da ogni vicenda di antica e recente storia. Organizzazioni
internazionali che erigono muri fatti di silenzi. Antiche scritture che anticipano di secoli istituti di
diritto pubblico e di welfare presenti in ogni ordinamento, lette in modo selettivo e deturpate della
loro funzione. Ci siamo così rintanati come la colomba nelle fessure della roccia, nel nascondiglio
dei dirupi (Cantico dei Cantici 2,14).
Noi cerchiamo di guardare avanti ma sentiamo alle nostre spalle il fragore di piazze e aule nelle
quali si inneggia nuovamente all’odio antisemita. Lapidi commemorative anche delle vittime del
terrorismo in questo Paese deturpate, e tombe ancora una volta divelte l’altro ieri nel cimitero di
Barcellona. Pagine di storia e geografia che pensavamo “scritte nella pietra” strappate dai libri,
sostituite spesso da quelle di giornali che la riscrivono. Pagine che non abbiamo neanche fatto in
tempo a scrivere dopo il 7 ottobre che già sono diventate oblio da una propagandata dottrina. Il
macigno del terrorismo e del fondamentalismo religioso considerato con leggerezza di pietra
pomice da ricercatori e studiosi distratti, mentre ci raggiunge, con pochi scatti ma orrore, la supplica
di aiuto dalle piazze iraniane. I detriti di quella valanga arrivano qui. Ve ne state accorgendo?
E rivolgo lo sguardo a chi ha vissuto le persecuzioni nazi-fasciste, a chi è sopravvissuto ai Lager –
Liliana, Sami, Edith, Gilberto, le sorelle Bucci, la Bauer – per cercare risposte ai dubbi. Voi che, come
le rocce, avete resistito a tutto, cosa ci dite?
Sul monte Marrone, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, è stato eretto un monumento al Corpo Italiano
di Liberazione (CIL), l’unità militare organizzata dal Regno del Sud per la campagna di liberazione del
nostro Paese dal nazifascismo insieme agli Alleati (e che diede l’avvio alla rinascita dell’Esercito
italiano dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943). È composto di venti cubi, ciascuno con il nome di
una regione italiana, di rimembranza alle generazioni future, e per ricordare che anche da lì si è
cominciato a ricostruire l’Italia. Quale solidità irremovibile rappresentano oggi mentre si avvia
l’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica italiana?
In queste ultime settimane si è avviato in parlamento (al Senato) l’esame di diversi Disegni di legge
sull’antisemitismo e questo pomeriggio è attesa l’adozione di un testo base. Apprezziamo lo sforzo
di chi ha scelto di capire in modo tempestivo e responsabile quanto sta accadendo realmente, di
misurarsi con la valanga che minaccia anche edifici istituzionali. Di esaminare anche – sottolineo
anche – interventi con legge. Cito anche qui un detto ebraico “La roccia del dibattito” (il riferimento
biblico all’inseguimento di Saul verso David che li identifica stare da una parte o dall’altra, Libro
Samuele A 23,36-37, “Sela hamachloket”) perché auspico che vi sia quell’attesa, tempestiva e
focalizzata discussione, pur nei diversi punti di vista e posizioni che non devono essere arroccate.
Ringrazio anche la Presidente Meloni, i ministri impegnati in modo diretto, il Generale Angelosanto
per le proposte elaborate anche a livello governativo.
Vi chiedo: quanto verrà definito al termine di questo sforzo, che speriamo essere collettivo, sarà una
pietra angolare di un edificio solido che possa reggere le sfide sociali, esistenziali che stiamo
affrontando? Che dia riparo da echi di odio antisemita, che fortifica e rinsalda valori di convivenza?
Proposte parallele le vediamo anche in altri Paesi europei e in Australia e in Francia e, chiaramente,
l’auspicio è quello di una risposta concreta e fattiva, non solo per tutelare le comunità ebraiche ma
per preservare natura, genesi e logica dei presidi costituzionali.
Vorrei ricordare che la dichiarazione sulla costituzione dello Stato di Israele del 15 maggio 1948
sottolinea parimenti a quanto affermato nell’articolo 3 della nostra costituzione, di fondarlo sulla
base di principi di uguaglianza, libertà religiosa, coscienza, cultura e educazione, preservando i
luoghi sacri di tutte le fedi. Non contiene nessuna parola di vendetta, di guerra e di chiusura. Invita
e chiama tutti gli abitanti dello Stato a prendere parte alla costruzione delle proprie istituzioni.
Tende la mano ai paesi e popoli vicini di collaborare – con il popolo ebraico – nello sforzo di fare
progredire il Medioriente. E per trovare la forza e l’ispirazione, in un inciso, si invoca il supporto del
D-o (come fece Giacobbe millenni fa), chiamato “ZUR Israel”. Ricorrendo proprio a quell’antico
concetto di roccia, resistente e solida.
Mi rivolgo a voi ragazzi per invitarvi a raccogliere la vostra pietra di memoria, non quella filosofale,
quella della vostra intelligenza umana, non artificiale. Posizionatela bene, preservatela, non la fate
calpestare; fate in modo che una volta messe assieme possano formare un percorso sul quale
camminare con chi vi accompagna e si aggiunge a voi, e fatelo illuminare da chi su quelle pietre ha
camminato e ci ha lasciato un nome.
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Noemi Di Segni, Presidente Unione delle Comunità ebraiche italiane.
In occasione del Giorno della Memoria – Quirinale, 27 gennaio 2026

 

ROMA – La cerimonia al Quirinale con Mattarella, Valditara, Di Segni e Segre – Moked

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