Le voci interiori e il loro significato
di Rav Shmuel Rabinowitz, Rabbino del Kotel e luoghi sacri in Israele
Tradotto ed adattato da David Malamut
Nel Pirkei Avot la Mishnah insegna:
“Ogni giorno una voce celeste esce dal monte Oreb e proclama: ‘Guai al popolo per l’insulto alla Torah!’” (Capitolo 2, Mishnah 2)
Per chi si diffonde questa voce celestiale e a chi è “rivolta“? Se questa voce esce ogni giorno dal Monte Sinai, è destinata a raggiungere le nostre orecchie, a svegliarci dal torpore, a risvegliarci al servizio di Dio. Se è così, perché non sentiamo questa voce?
Il Baal Shem Tov (il noto fondatore del movimento chassidico) spiega che questa voce esiste nella realtà, presente in ognuno di noi, ogni giorno. Si riferisce a quella familiare sensazione di insoddisfazione, di improvvisa e inspiegabile pesantezza e forse persino di impotenza o disperazione. Quella sensazione, che la maggior parte di noi cerca di ignorare o reprimere, è ciò che il Baal Shem Tov chiama “risveglio“.
Questa esperienza può assumere molte forme. A volte sentiamo una sorta di “contrazione interiore“: il nostro spirito si contrae e si appesantisce. A volte si manifesta un senso di vuoto, come se tutto ciò che abbiamo raggiunto o sperimentato nella vita avesse perso il suo significato. Improvvisamente vaghiamo in un mondo privo di interesse, senza nulla che ci dia gioia. A volte, iniziamo a sentirci intrappolati, come prigionieri in un labirinto, sopraffatti da un’improvvisa sensazione di perdita di controllo sulla vita.
Secondo il Baal Shem Tov, queste sensazioni improvvise e illogiche non sono altro che i richiami al risveglio che provengono ogni giorno dal Monte Sinai. Dio ci chiama. Vuole risvegliarci, riportarci a vivere insieme a Lui, come nei bei tempi passati.
Il profeta Geremia lo descrive in questo modo:
<<Una voce si fa udire sui colli, è il pianto supplichevole dei figli d’Israel; (i quali piangono) perchè han tenuta una condotta perversa, ed han posto in dimenticanza il Signore loro Dio. Correggetevi, figli caparbj: io risanerò gli effetti della vostra caparbietà – Eccoci, noi veniamo a te; imperciocchè tu sei il Signore nostro Dio>> (Geremia 3, 21–22)
Il popolo d’Israele piange per aver dimenticato Dio, per il vuoto e il dolore che lo circondano di conseguenza. E Dio risponde: Tornate a Me, figli miei traviati, tornate a Me e Io vi guarirò.
Nella nostra parasha, parasha di Nitzavim, chiamata anche “la parasha del pentimento“, letta ogni anno durante i Dieci Giorni di Pentimento e delle Selichot, è scritto:
<<Ora, quando ti saranno sopravvenute tutte queste cose, la benedizione e la maledizione, che ti posi davanti; e tu farai riflessione, in mezzo a tutte quelle genti, dove il Signore, Iddio tuo, t’avrà fatto andare errante; E farai ritorno al Signore, Iddio tuo, ed a norma di quanto ti comando oggi, gli sarai ubbidiente, tu e i figli tuoi, con tutt’il cuore e con tutta l’anima>> (Deuteronomio 30, 1 – 2)
Quindi, qual è la voce divina che udiamo “oggi”, quando torniamo al Signore nostro Dio?
Il rabbino Tzadok di Lublino spiega che è quella voce interiore nascosta che si risveglia in noi così spesso, quella sensazione familiare. E quando questa angoscia interiore si insinua in noi e minaccia di paralizzarci, è proprio il momento di ricordare: cos’è questa voce e chi ci sta parlando? Invece di sprofondare nella tristezza e rifugiarci nel soffocante peso della contrazione interiore, dobbiamo rispondere alla chiamata divina.
Cosa vuole da noi in questo momento? Una buona azione, anche la più piccola. Una parola gentile verso un altro, un atto di moderazione, un gesto di incoraggiamento o forse una breve preghiera sentita, qualsiasi vera connessione con la bontà.
Se rispondiamo correttamente a questa chiamata, ci libereremo rapidamente dal senso di pesantezza. “Le nuvole si dissiperanno, il sole splenderà” e il mondo tornerà a sorriderci.



