La morte di Mosè, la vita di Mosè – Parshat Vezot Habracha
di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l
tradotto ed adattato da David Malamut
SOMMARIO:
Vezot Habracha è la benedizione di Mosè, impartita l’ultimo giorno della sua vita agli Israeliti, tribù per tribù. Si conclude in modo toccante con la morte di Mosè e la sua sepoltura, apparentemente per mano di Dio, nella terra di Moab, tanto che “fino ad oggi nessuno conosce il luogo della sua sepoltura” (Deuteronomio 34, 6).
Gli ultimi versetti della Torah sono un omaggio al più grande leader e profeta che gli Israeliti abbiano mai avuto, eppure l’elogio finale che la Torah gli tributa è toccante nella sua semplicità. Egli era “l’uomo Mosè” (Numeri 12, 3), “il servo del Signore” (Deuteronomio 34, 5).
La parasha, letta non come una normale porzione dello Shabbat, ma durante la festa di Simchat Torah, è un profondo commento sulla mortalità e sulla condizione umana. Il Mosè che incontriamo nella Torah è semplicemente un essere umano reso grande dal compito che gli è stato assegnato e dall’umiltà che lo ha reso supremamente colui attraverso il quale fluivano la parola e la potenza di Dio.
E così Mosè muore, solo su una montagna con Dio, come era stato tanti anni prima quando, da pastore a Midian, vide un roveto in fiamme e udì la Chiamata che cambiò la sua vita e gli orizzonti morali del mondo.
È una scena toccante nella sua semplicità. Non c’è folla. Non c’è pianto. Il senso di vicinanza e al tempo stesso di distanza è quasi opprimente. Vede la terra da lontano, ma sa da tempo che non la raggiungerà mai. Né sua moglie né i suoi figli sono lì per salutarlo; erano scomparsi dalla narrazione molto prima. Sua sorella Miriam e suo fratello Aronne, con cui aveva condiviso il peso della leadership per così tanto tempo, lo hanno preceduto nella morte. Il suo discepolo Giosuè è diventato il suo successore. Mosè è diventato l’uomo di fede solitario, se non fosse che con Dio nessuno è solo, anche se è solo.
È un momento profondamente triste, eppure il necrologio che la Torah gli dedica, sia che lo abbia scritto Giosuè, sia che lo abbia scritto lui stesso su richiesta di Dio con le lacrime agli occhi [Bava Batra 15a], è insuperabile:
<< Né più surse in Israel un profeta come Mosè, col quale il Signore trattava a faccia a faccia. (Nessuno dico, l’uguagliò) in quanto a tutt’i segni e miracoli, ch’il Signore lo mandò ad operare nella terra d’Egitto, a Faraone, ed a tutt’i suoi servi, ed a tutt’il suo paese. Ed in quanto a tutti gli atti di potente mano, ed a tutte le cose
grandemente terribili, che Mosè fece alla vista di tutt’Israel.>> (Deuteronomio 34, 10-12)
Mosè raramente compare nelle liste che di tanto in tanto si stilano delle persone più influenti della storia. È più difficile identificarsi con lui che con Abramo nella sua devozione, con Davide nel suo carisma o con Isaia nelle sue sinfonie di speranza. Il contrasto tra la morte di Abramo e quella di Mosè non potrebbe essere più netto. Di Abramo, la Torah dice:
<< Abramo venne meno e morì in vecchiaja felice, attempato e contento; e si raccolse alla sua gente [in cielo] >> (Genesi 25, 8)
La morte di Abramo fu serena. Sebbene avesse attraversato molte prove, era vissuto abbastanza a lungo da vedere il primo adempimento delle promesse che Dio gli aveva fatto. Aveva avuto un figlio e aveva acquisito almeno il primo appezzamento di terra in Israele. Nel lungo viaggio dei suoi discendenti, aveva compiuto il primo passo. C’è un senso di conclusione.
Al contrario, la vecchiaia di Mosè è tutt’altro che serena. Nell’ultimo mese della sua vita sfida il popolo con immutato vigore e schietta franchezza. Proprio nel momento in cui si preparano ad attraversare il Giordano ed entrare nella terra, Mosè li avverte delle sfide che li attendono. La prova più grande, dice, non sarà la povertà ma l’abbondanza, non la schiavitù ma la libertà, non la mancanza di una casa nel deserto ma il comfort di casa. Leggendo queste parole, viene in mente la poesia di Dylan Thomas, “Non andare docile in quella buona notte“. C’è altrettanta passione nelle sue parole a centovent’anni come in qualsiasi altra fase precedente della sua vita. Non è un uomo pronto ad andare in pensione. Fino alla fine continua a sfidare sia il popolo che Dio.
Cosa impariamo dalla vita e dalla morte di Mosè?
1. Per ognuno di noi, anche per il più grande, c’è un Giordano che non attraverseremo, una terra promessa in cui non entreremo, una destinazione che non raggiungeremo. Questo è ciò che intendeva Rabbi Tarfon quando disse: Non spetta a voi completare il compito, ma non siete nemmeno liberi di desistere da esso. (Mishnah Avot 2, 16) Ciò che abbiamo iniziato, altri continueranno. Ciò che conta è che abbiamo intrapreso il viaggio. Non siamo rimasti fermi.
2. “Nessuno conosce il suo luogo di sepoltura.” (Deuteronomio 34, 6) C’è un notevole contrasto tra Mosè e gli eroi di altre civiltà i cui luoghi di sepoltura diventano monumenti, santuari, luoghi di pellegrinaggio. Proprio per evitare questo, la Torah insiste esplicitamente sul fatto che nessuno sa dove sia sepolto Mosè. Crediamo che l’errore più grande sia adorare gli esseri umani come se fossero dei. Ammiriamo gli esseri umani; non li adoriamo. Questa differenza è tutt’altro che piccola.
3. Solo Dio è perfetto. Questo è ciò che Mosè voleva che la gente non dimenticasse mai. Persino il più grande essere umano non è perfetto. Anche Mosè peccò. Non sappiamo ancora quale fu il suo peccato, ci sono molte opinioni, ma è per questo che Dio gli disse che non sarebbe entrato nella Terra Promessa. Nessun essere umano è infallibile. La perfezione appartiene solo a Dio. Solo quando onoriamo questa differenza essenziale tra cielo e terra Dio può essere Dio e gli esseri umani, esseri umani.
4. La Torah non nasconde nemmeno il peccato di Mosè. “Perché non mi hai santificato…” (Numeri 20, 12). La Torah non nasconde il peccato di nessuno. È coraggiosamente onesta anche nei confronti del più grande dei grandi. Succedono cose brutte quando cerchiamo di nascondere i peccati delle persone. Ecco perché ci sono stati così tanti scandali recenti nel mondo degli ebrei religiosi, alcuni sessuali, altri finanziari, altri di altro tipo. Quando le persone religiose nascondono la verità, lo fanno per i motivi più nobili. Cercano di impedire un chillul Hashem. Il risultato, inevitabilmente, è un chillul Hashem ancora più grande. Tale ipocrisia, che nega le mancanze anche del più grande, porta a conseguenze orribili e malvagie e allontana le persone perbene dalla religione. La Torah non nasconde i peccati delle persone. Nemmeno noi possiamo farlo.
5. C’è più di un modo per vivere una vita buona. Persino Mosè, il più grande degli uomini, non poteva guidare da solo. Aveva bisogno delle capacità di pacificazione di Aaronne, del coraggio di Miriam e del sostegno dei settanta anziani. Non dovremmo mai chiederci: perché non sono grande come tizio-caio? Ognuno di noi ha qualcosa, un’abilità, una passione, una sensibilità, che ci rende, o potrebbe renderci, grandi. L’errore più grande è cercare di essere qualcun altro invece di essere se stessi. Fai ciò in cui sei più bravo, poi circondati di persone che sono forti dove tu sei debole.
6. Non perdere mai l’idealismo della giovinezza. La Torah dice di Mosè che all’età di centoventi anni, “i suoi occhi non si erano offuscati, né la sua vitalità si era affievolita“. (Deuteronomio 34, 7)
Pensavo che queste fossero due frasi complementari, finché non ho capito che la prima è la spiegazione della seconda. Gli occhi di Mosè non si erano offuscati perché non aveva mai perso la passione per la giustizia che aveva da giovane. È presente, vigorosa nel Deuteronomio come nell’Esodo.
7. Siamo giovani quanto i nostri ideali. Cedi al cinismo e invecchierai rapidamente. Al Roveto Ardente, Mosè disse a Dio: “Non sono un uomo di parole… sono lento di parola e di lingua“. Quando arriviamo al Deuteronomio, il libro chiamato Devarim – “Parole“, Mosè è diventato il più eloquente dei profeti. Alcuni sono perplessi da questo. Non dovrebbero esserlo. «Chi dà la parola all’uomo? Gli disse il Signore… Io ti aiuterò a parlare e ti insegnerò quello che dovrai dire» (Esodo 4, 11-12). Dio scelse uno che non era un uomo di parole, affinché, quando parlava, la gente capisse che non era lui a parlare, ma Dio che parlava attraverso di lui. Ciò che diceva non erano le sue parole, ma le parole di Dio.
Questo è anche il motivo per cui Dio scelse una coppia che non poteva avere figli, Abramo e Sara, perché diventassero genitori del primo figlio ebreo. Questo è il motivo per cui scelse un popolo non particolarmente devoto perché diventasse testimone di Dio al mondo. La più alta forma di grandezza è aprirci a Dio in modo tale che le Sue benedizioni fluiscano attraverso di noi al mondo. È così che i sacerdoti benedissero il popolo. Non era la loro benedizione. Erano il canale della benedizione di Dio. Il traguardo più alto a cui possiamo aspirare è aprirci agli altri e a Dio nell’amore in modo tale che qualcosa di più grande di noi scorra attraverso di noi.
8. Mosè difese il popolo. Gli piacevano? Li ammirava? Era amato da loro? La Torah non ci lascia dubbi sulle risposte a queste domande. Eppure li difese con tutta la passione e il potere a sua disposizione. Anche quando avevano peccato. Anche quando erano ingrati verso Dio. Anche quando costruirono il vitello d’oro. Rischiò la vita per farlo. Disse a Dio: «Perdona il loro peccato, altrimenti cancellami dal libro che hai scritto» (Esodo 32, 32). Secondo il Talmud, Dio insegnò a Mosè questa lezione fin dall’inizio della sua carriera. Quando Mosè disse del popolo: «Non mi crederanno» (Esodo 4, 1), Dio disse: «Sono i credenti, figli dei credenti, e alla fine sarai tu a non credere». [Shabbat 97a]
I leader degni di ammirazione sono coloro che difendono il popolo, anche i non ortodossi, anche i laici, anche coloro la cui ortodossia è di una sfumatura diversa dalla loro. Le persone degne di rispetto sono coloro che danno rispetto. Chi odia sarà odiato, chi disprezza gli altri sarà disprezzato e chi condanna sarà condannato. Questo è un principio fondamentale dell’ebraismo: middah kenegged middah (מידה כנגד מידה). Le persone che sono grandi sono quelle che aiutano gli altri a diventare grandi. Mosè insegnò al popolo ebraico come diventare grandi.
Il più grande tributo che la Torah rende a Mosè è chiamarlo eved Hashem, il servo di Dio. Ecco perché il Rambam scrive che possiamo tutti essere grandi come Mosè. [Mishneh Torah, Hilchot Teshuvah 5, 2] Perché tutti possiamo servire. Siamo grandi quanto le cause che serviamo, e quando serviamo con vera umiltà, una Forza più grande di noi scorre attraverso di noi, portando la Presenza Divina nel mondo.



