ISRAELE – Dal kibbutz Sasa sotto i razzi di Hezbollah, Funaro: «Viviamo l’ennesimo déjà vu»
La notte appena trascorsa è stata tra le più intense dall’inizio della nuova escalation. Dal sud del Libano Hezbollah ha lanciato circa 200 tra razzi e droni verso il nord di Israele, riportando la regione in una condizione che per molti residenti appare ormai tragicamente familiare.
«È una situazione che abbiamo già passato e alla quale non abbiamo una risposta vera», spiega Funaro. «O meglio, la risposta ci sarebbe, ma non è praticabile. Tutti sanno cosa bisognerebbe fare, però è difficile da attuare». Il riferimento è a un’offensiva di terra in Libano, opzione, prosegue lo chef, che torna spesso nelle conversazioni tra i residenti del nord. «Può darsi che alla fine l’operazione si farà, ma poi chi ci va? Ci vanno i nostri figli, non tutti. A combattere sono sempre gli stessi. L’abbiamo visto succedere tante volte».
Nel frattempo la vita nel kibbutz continua, adattandosi alla minaccia costante. Alla mensa comunitaria, la squadra continua a presentarsi ogni giorno nonostante il rischio lungo le strade. «I miei dipendenti arrivano tutti», sottolinea Funaro. «Sono molto grato per la loro dedizione. Arrivano nonostante abbiano paura, perché lungo la strada possono cadere i missili e i droni iraniani o di Hezbollah. E poi c’è il Ramadan: una parte di loro è stanca perché non mangia durante il giorno, mangiano solo la sera. È una situazione complicata, però arrivano».
A Sasa, le abitudini quotidiane sono cambiate. La sala da pranzo, tradizionale punto di ritrovo della comunità, è chiusa per motivi di sicurezza. «Se sparano dal Libano non c’è praticamente preavviso: è immediato», spiega Funaro. «Non è come quando sparano dall’Iran, dove hai un paio di minuti di allarme e puoi prepararti. Quindi è proibito mangiare nella sala da pranzo. Le persone ordinano il giorno prima dal menu, noi prepariamo, poi loro vengono a prendere le pietanze e se le portano a casa».Le conseguenze più pesanti del conflitto ricadono soprattutto sulle famiglie con bambini piccoli, sottolinea lo chef. «Il vero problema sono loro. Non ci sono scuole, non ci sono asili. Stanno tutto il giorno vicino alle case o ai rifugi, perché non possono allontanarsi». Le famiglie cercano di organizzarsi come possono. «Si mettono insieme in case che hanno la camera di sicurezza o vicino a un rifugio, ma restano lì tutto il giorno. Dopo un po’ il malumore cresce, anche nei bambini che diventano molto nervosi. All’improvviso non puoi andare a scuola, non puoi uscire, non puoi fare niente. I primi giorni si sopporta, ma siamo già a due settimane».
La guerra tocca tutta la famiglia Funaro. «Mio figlio piccolo è stato arruolato di nuovo», racconta. «Quello grande, momentaneamente, non è tornato in servizio: studia all’università di Tel Aviv e gli hanno prolungato il semestre, vedremo se verrà richiamato. Poi c’è mia figlia: è un alto ufficiale e fa i turni all’ospedale. Si occupa dei feriti che arrivano con gli elicotteri e delle famiglie. Anche lei è un po’ in standby, ma viene richiamata quando serve».
In un clima sospeso, tra lavoro e turni di sicurezza, Funaro chiude ribadendo la sensazione di essere intrappolati in un conflitto uguale a se stesso. «Si fa quello che si deve fare in questo déjà vu; ma al momento non vediamo la fine».
Daniel Reichel
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