Incontrare Dio – Parshat Vayetse
di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l
Tradotto ed adattato da David Malamut
SOMMARIO:
Giacobbe lascia la sua casa per sfuggire a Esaù, che aveva giurato di ucciderlo, e si ritrova in una relazione tesa con Labano, suo zio, presso il quale si rifugia dopo un sogno profetico di angeli su una scala che scendeva dal cielo fino alla terra. Giacobbe incontra e si innamora di Rachele, la figlia minore di Labano, e accetta di lavorare per sette anni per ottenere la sua mano.
Il matrimonio alla fine ha luogo, ma Giacobbe si sveglia la mattina dopo e scopre che Labano ha sostituito Rachele con la sua primogenita, Lia. Giacobbe in seguito sposa anche Rachele, ma deve lavorare altri sette anni per questo, e anche dopo questo periodo permane una tensione tra le sorelle.
Lia, non amata, è benedetta con dei figli; Rachele, amata, no. A questo si intreccia un’altra tensione tra Giacobbe e Labano – riguardo al gregge, al salario e alla proprietà – che alla fine spinge Giacobbe a fuggire di nuovo, questa volta verso casa. La parasha è incentrata su questi due viaggi.
È una delle grandi visioni della Torah. Giacobbe da solo, di notte, in fuga dall’ira di Esaù, si sdraia per riposare e non sogna un vero incubo di paura, ma un’epifania:
<< In un luogo ove s’abbattè, ivi pernottò, essendo tramontato il sole. Prese alcune pietre di quel luogo, se le pose per capezzale, e giacque in quel luogo. Egli ebbe un sogno, in cui vedeva una scala situata in terra, colla cima che arrivava al cielo; e che gli angeli di Dio salivano e scendevano per quella. Vide poi ch’il Signore stava sopra di essa, il quale (gli) disse: Io sono il Signore, Dio d’Abramo tuo progenitore, e Dio d’Isacco. Il suolo sul quale tu giaci, a te lo darò ed alla tua discendenza.>> (Genesi 28, 11-13)
<< Giacobbe svegliatosi dal suo sonno, disse: C’è dunque il Signore [la divina Provvidenza, anche] in questo luogo, ed io nol sapeva [e pareami sventura dover qui pernottare]. Egli temette, e disse: Oh com’è venerando questo luogo! Questo, non v’ha dubbio, è una Casa di Dio; questa è anzi la porta del cielo.>> (Genesi 28, 16-17)
Sulla base di questo brano, i Saggi affermarono che “Giacobbe istituì la preghiera della sera“. L’inferenza si basa sul termine vayifga, che può significare non solo “giunse, incontrò, si imbatté deliberamente o si imbatté per puro caso“, ma anche “pregò, implorò, supplicò“, come nel Libro di Geremia: “Non pregare per questo popolo, non alzare la voce per loro, e non supplicarmi… [ve-al tifga bi]” (Geremia 7, 16).
I Saggi interpretarono anche il termine bamakom, “il luogo“, come “Dio” (il “luogo” dell’universo). Così Giacobbe completò il ciclo delle preghiere quotidiane. Abramo istituì shacharit, la preghiera del mattino, Isacco istituì Mincha, la preghiera del pomeriggio, e Giacobbe fu il primo a istituire Arvit, nota anche come Maariv, la preghiera della notte.
Un’idea sorprendente. Sebbene ciascuna delle preghiere infrasettimanali sia identica nella formulazione, ciascuna porta con sé il carattere di uno dei patriarchi. Abramo rappresenta il mattino. È l’iniziatore, colui che ha introdotto una nuova coscienza religiosa nel mondo. Con lui inizia il giorno.
Isacco rappresenta il pomeriggio. Non c’è nulla di nuovo in Isacco: nessuna transizione significativa dall’oscurità alla luce o dalla luce all’oscurità. Molti degli eventi della vita di Isacco ricapitolano quelli di suo padre. La carestia lo costringe, come fece con Abramo, ad andare nella terra dei Filistei. Scava di nuovo i pozzi di suo padre.
Isacco è l’eroismo silenzioso della continuità. È un anello nella catena dell’alleanza. Unisce una generazione all’altra. Non introduce nulla di nuovo nella vita di fede, ma la sua vita ha una sua nobiltà. Isacco è fermezza, lealtà, determinazione a continuare.
Giacobbe rappresenta la notte. È l’uomo della paura e della fuga, l’uomo che lotta con Dio, con gli altri e con se stesso. Giacobbe è uno che conosce l’oscurità di questo mondo.
C’è, tuttavia, una difficoltà nell’idea che Giacobbe abbia introdotto la preghiera della sera. In un famoso episodio del Talmud, Rabbi Yoshua sostiene che, a differenza di Shacharit o Mincha, la preghiera della sera non è obbligatoria (sebbene, come notano i commentatori, sia diventata obbligatoria grazie all’accettazione di generazioni di ebrei). Perché, se fu istituita da Giacobbe, non fu ritenuta obbligatoria quanto le preghiere di Abramo e Isacco? La tradizione offre tre risposte.
La prima è l’opinione secondo cui l’Arvit non è obbligatoria secondo coloro che sostengono che le nostre preghiere quotidiane non si basino sui patriarchi, ma sui sacrifici offerti nel Tempio. C’era un’offerta mattutina e pomeridiana, ma nessun sacrificio serale. Le due opinioni differiscono proprio su questo: per coloro che riconducono la preghiera al sacrificio, la preghiera serale è volontaria, mentre per coloro che la basano sui patriarchi, è obbligatoria.
La seconda è che esiste una legge che esenta dalla preghiera coloro che sono in viaggio (e per i tre giorni successivi). Ai tempi in cui i viaggi erano pericolosi, quando i viaggiatori erano costantemente nel timore di attacchi da parte di saccheggiatori e di ladri, era impossibile concentrarsi. La preghiera richiede concentrazione (kavanah). Pertanto Giacobbe fu esentato dalla preghiera e offrì la sua supplica non come un obbligo, ma come un atto volontario, e tale rimase.
La terza è che esiste una tradizione secondo cui, mentre Giacobbe era in viaggio, “il sole tramontò all’improvviso“, quindi non all’ora consueta. Giacobbe aveva intenzione di recitare la preghiera del pomeriggio, ma scoprì, con sua sorpresa, che era calata la notte. Arvit non divenne un obbligo, poiché Giacobbe non aveva affatto intenzione di recitare la preghiera della sera.
C’è, tuttavia, una spiegazione più profonda. Una diversa costruzione linguistica viene utilizzata per ciascuna delle tre occasioni che i Saggi consideravano la base della preghiera. Abramo “si alzò di buon mattino per andare al luogo dove si era fermato davanti a Dio” (Genesi 19, 27). Isacco “uscì a meditare [lasuach] nel campo verso sera” (Genesi 24, 63). Giacobbe ” ha incontrato, si è imbattuto, ha trovato, ha incontrato per puro caso” in Dio [vayifga bamakom]. Questi sono diversi tipi di esperienza religiosa.
Abramo diede inizio alla ricerca di Dio. Fu una personalità religiosa creativa, il padre di tutti coloro che intraprendono un viaggio dello spirito verso una destinazione sconosciuta, armati solo della fiducia di colui che cerca, effettivamente trova. Abramo cercò Dio prima che Dio cercasse lui.
La preghiera di Isacco è descritta come una sichah (letteralmente una conversazione o un dialogo). Ci sono due parti in un dialogo: una che parla e una che ascolta e, dopo aver ascoltato, risponde. Isacco rappresenta l’esperienza religiosa come una conversazione tra la parola di Dio e la parola dell’umanità.
La preghiera di Giacobbe è molto diversa. Non è lui a iniziarla. I suoi pensieri sono altrove: a Esaù, da cui sta fuggendo, e a Labano, verso cui sta viaggiando. Nella sua mente turbata giunge una visione di Dio, degli angeli e di una scala che collega la terra al cielo. Non ha fatto nulla per prepararsi. È inaspettata. Giacobbe letteralmente “incontra” Dio come a volte possiamo incontrare un volto familiare in mezzo a una folla di sconosciuti. Questo è un incontro provocato da Dio, non dall’uomo. Ecco perché la preghiera di Giacobbe non poteva essere considerata la base di un dovere regolare. Nessuno di noi sa quando la presenza di Dio si intrometterà improvvisamente nelle nostre vite.
C’è un elemento della vita religiosa che sfugge effettivamente al controllo. Spunta dal nulla, quando meno ce lo aspettiamo. Se Abramo rappresenta il nostro cammino verso Dio e Isacco il nostro dialogo con Dio, Giacobbe simboleggia l’incontro di Dio con noi, non pianificato, non programmato e inaspettato; la visione, la voce, la chiamata che non possiamo mai conoscere in anticipo ma che ci lascia cambiati, trasformati. Come per Giacobbe, così per noi. È come se ci stessimo svegliando da un sonno e realizzassimo, per la prima volta, che “Dio era in questo luogo e io non lo sapevo“. Il luogo non è cambiato, ma noi sì. Un’esperienza del genere non può mai essere resa oggetto di un obbligo. Non è qualcosa che facciamo. È qualcosa che ci accade. Vayfiga bamakom significa che, pensando ad altro, scopriamo di essere entrati nella presenza di Dio.
Esperienze del genere accadono, letteralmente o metaforicamente, di notte. Accadono quando siamo soli, spaventati, vulnerabili, prossimi alla disperazione. È allora che, quando meno ce lo aspettiamo, possiamo scoprire che le nostre vite sono inondate dallo splendore del Divino. Improvvisamente, con una certezza inequivocabile, sappiamo di non essere soli, che Dio è lì ed è sempre stato lì, ma che eravamo troppo presi dalle nostre preoccupazioni per accorgercene. È così che Giacobbe trovò Dio: non con i propri sforzi, come Abramo; non attraverso un dialogo continuo, come Isacco; ma nel mezzo della paura e dell’isolamento. Giacobbe, in fuga, inciampa e cade, e scopre di essere caduto tra le braccia di Dio in attesa. Nessuno che abbia vissuto quest’esperienza la dimentica mai. “Ora so che Tu eri con me tutto il tempo, ma io guardavo altrove“.
Questa era la preghiera di Giacobbe. Ci sono momenti in cui parliamo e momenti in cui ci viene rivolta la parola. La preghiera non è sempre prevedibile, è una questione di orari fissi e di obblighi quotidiani. È anche un’apertura, una vulnerabilità. Dio può coglierci di sorpresa, svegliandoci dal sonno, cogliendoci mentre cadiamo.



